Lasciati gli studi di legge, fonda con il sodale Enrico Gras la Dolomiti Film, piccola casa di produzione con cui realizza, tra il 1938 e il 1957, vari documentari soprattutto d’arte, a iniziar dal “Racconto di un affresco” (1938, incentrato sopra gli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni), per poi proseguire indagando opere di Bosch (“Il paradiso terrestre”, 1948/1957), Carpaccio (“La leggenda di Sant’Orsola”, 1948), “Piero della Francesca” (1949), “Goya” (1950) e svariati altri . E’ del 1950 il suo esordio nel lungometraggio: scritto da Sergio Amidei, assieme a coautori del calibro di
Cesare Zavattini e di Franco Brusati, “Domenica d’agosto” (1950) è un bel racconto corale, una commedia di costume affettuosa, non priva di annotazioni pungenti, che viene tacciata con snobismo da taluna critica di “neorealismo rosa”. Per nulla intimidito, Emmer prosegue per la propria via, tracciando le coordinate di un genere che avrà gran seguito: dopo il bonario “Parigi è sempre Parigi” (1951), sempre forte del magistero di Amidei licenzia l’aggraziato “Le ragazze di Piazza di Spagna” (1952), di nuovo vicenda a più voci, dove tre sartine sono alla ricerca di una felicità da adulte ardua da afferrare. Con “Terza liceo” (1954), dietro al quale v’è l’ingegno di
Vasco Pratolini, ritorna ad essere protagonista la coralità, in un caloroso ritratto degli anni ‘50 nostrani nel quale il cineasta milanese conferma la propria bravura nel dirigere attori professionisti e - come a quel tempo si diceva - “presi dalla strada”. In “Camilla” (1954) il nostro tenta, ma con minor fortuna, l’opzione di un racconto unitario; meglio le cose vanno con “Il bigamo” (1955), grazie pure alla convincente prova di
Mastroianni e ad un’oliata sceneggiatura ideata, tra gli altri, da
Age e Scarpelli; non particolarmente riuscito appare, invece, “Il momento più bello” (1957), ancora interpretato da Mastroianni stavolta affiancato da Giovanna Ralli. Desideroso di cambiare registro, Emmer affronta dipoi con toni amari l’esistenza degli immigrati ne “La ragazza in vetrina” (1960), in cui - aiutato sul versante linguistico dal cosceneggiatore
Pier Paolo Pasolini - traccia un tagliente quadro dell’ambiente della prostituzione in Olanda. E’, quest’ultimo, il risultato suo più alto, sul quale la censura s’è a lungo accanita, ritardandone l’uscita d’un anno e mutilandolo di intere sequenze (la versione integrale è ora, fortunatamente, disponibile). Forse scoraggiato, Emmer torna al cinema documentaristico, firmando un’altra pellicola solo nel 1991: “Basta! Ci faccio un film”, presentata alla Mostra di Venezia, non trova purtroppo la strada delle sale. Non tocca miglior sorte a “L’acqua... il fuoco” (2003), che ha nuovamente la sua “prima” in laguna: si tratta di tre storie con protagonista femminile (è
Sabrina Ferilli), ambientate a Torino, Parigi ed in Lussemburgo.