Momenti del Cinema Italiano
Momenti del Cinema Italiano
Biografia di Alberto Lattuada (Milano, 1914 - Orvieto, 2005)
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Figlio del musicista Felice, si dedica - intrapresi gli studi di architettura - alla fotografia ed alla critica. Negli anni '30 fonda, assieme a Mario Ferrari ed a Gianni Comencini, la Cineteca Italiana; in seguito, partecipa alla sceneggiatura di "Piccolo mondo antico" (1941) di Soldati e di "Sissignora" (1941) di Poggioli. Debutta nella regia con "Giacomo l'idealista" (1942), elegante trasposizione del romanzo di Emilio De Marchi, dipoi dirigendo un'estenuata versione de "La freccia nel fianco" (1945) di Luciano Zuccoli. La sua forte personalità di cineasta comincia a delinearsi ne "Il bandito" (1946) e "Senza pietà" (1948), incursioni nell'Italia devastata del primo dopoguerra, all'insegna di un'abile mescolanza tra lezione neorealistica e moduli del cinema di genere hollywoodiano (in primis, il noir). E' di nuovo un adattamento quello de "Il mulino del Po" (1949) di Riccardo Bacchelli, corretto pur se viziato da un sospetto di calligrafismo (una tendenza, questa, che verrà sovente - varie volte a torto - rimproverata al nostro). Dopo aver firmato, con Federico Fellini, "Luci del varietà" (1951), rievocazione ironica ed affettuosa del mondo dell'avanspettacolo, egli ottiene uno straordinario successo di pubblico con "Anna" (1952), che rilegge Matarazzo in chiave di marcato erotismo, sulla scia del fortunato "Riso amaro" (1949) di De Santis. Del decennio dei '50 vanno almeno ricordati "Il cappotto" (1952), con una bella interpretazione drammatica di Renato Rascel; "La spiaggia" (1953), commedia di costume dal forte sapore antiborghese; "Guendalina" (1957) e "I dolci inganni" (1960), ove s'appalesa l'interesse dell'autore pel mondo dell'adolescenza femminile. Eclettico, colto, raffinato, Lattuada trascorre con efficacia dalla commedia drammatica alla satira pungente: al primo registro è da ascrivere "Mafioso" (1962), in cui un siciliano trapiantato al Nord - è Alberto Sordi, in forma strepitosa - deve uccidere un uomo a New York; al secondo "Venga a prendere il caffè da noi" (1970), ove la pagina di Piero Chiara viene restituita con acre cattiveria e l'ipocrita sessuofobia della provincia fatta risaltare a contrasto con un personaggio cinico e amorale (un Tognazzi inarrivabile). In seguito, egli saprà raramente ripetersi a simili livelli: curiosa, comunque, la rilettura di Bulgakov operata in "Cuore di cane" (1976), dai toni quasi orrorifici; e sanguigna la riproposizione del melodramma ne "La cicala" (1980), con suggestioni da romanzo d'appendice ed audaci parentesi erotiche. Il "Cristoforo Colombo" (1985) televisivo ed il fragile "Una spina nel cuore" (1986), ancora tratto da Piero Chiara, chiudono in tono minore la carriera d'uno dei nostri registi maggiori, a pari di Germi non abbastanza stimato dalla critica.
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