Momenti del Cinema Italiano
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Biografia di Mario Martone (Napoli, 1959)
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Allestisce il suo primo spettacolo, “Faust”, nel 1976, e due anni più tardi fonda il gruppo Falso Movimento. Nel 1982 si impone all’attenzione generale con “Tango glaciale”, a chiusura d’un ciclo iniziato con “Dallas 1983”, “Rosso Texaco” e “Controllo totale”: lo scenario metropolitano e gli individui che vi si muovono sono protagonisti, mentre la musica e le immagini si fondono in contaminazioni ove si verificano le possibilità offerte dal linguaggio dei media. Tali suggestioni si ritrovano in “Otello” (1982) e, ancor più, ne “Il desiderio preso per la coda” (1985) da Picasso, “Coltelli nel cuore” (1986) da Brecht, “Ritorno ad Alphaville” (1986) da Godard. Nell’86 nasce una nuova formazione, Teatri Uniti, per la quale egli firma molte regie, da “Filottete” (1987) di Sofocle a “Riccardo II” (1993) di Shakespeare. Intanto, dopo aver adoperato il mezzo elettronico nell‘80 girando diversi video e sperimentato il 16mm col corto dedicato al Seicento napoletano “Nella città barocca” (1984), Martone esordisce nel lungometraggio con “Morte di un matematico napoletano” (1992): incentrato sugli ultimi giorni di vita dello scienziato partenopeo Renato Caccioppoli, morto suicida, il film è apprezzato dalla critica ed ottiene il premio speciale della giuria a Venezia. Dopo il mediometraggio di ispirazione teatrale “Rasoi” (1993), è la volta de “L’amore molesto” (1995), intenso ritratto di donna sullo sfondo d’una Napoli barocca e sensuale, sostenuto da uno straordinario concertato d’attori. Nel 1998, con “Teatro di guerra” - tratto dalla sua messa in scena teatrale de “I sette contro Tebe” di Eschilo - propone una riflessione ove i temi più disparati (le rivalità fra teatranti, i meccanismi del potere, il conflitto bellico che devasta Sarajevo) trovano un’azzeccata sintesi. Sei anni dopo, “L’odore del sangue” (2004) - adattamento di un romanzo postumo di Goffredo Parise - propone l’analisi del disfacimento d’una coppia di borghesi colti, all’insegna di un erotismo sfatto e torbido: il risultato non è dei più felici, per la non volontà di andare fino in fondo alla scabrosità delle situazioni e l’affliggente verbosità dei personaggi. Con "Noi credevamo" (2010), il cineasta napoletano realizza un vigoroso e originale affresco della epopea risorgimentale.
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