Dante
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La Vita Nova di Dante Alighieri - 10. Altri amici e corrispondenti poetici
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L'amicizia tra Guido e Dante si guastò senza rimedio per ragioni che non sono affatto chiare e che si possono solo congetturare. Ciò è evidente già all'altezza del De vulgari, e francamente assunto nella Commedia. Durante il bimestre in cui Dante fu tra i priori (15 giugno-15 agosto 1300), da essi fu imposto l'esilio al Cavalcanti e ad altri capiparte. Esule a Sarzana, Guido vi si ammalerà di febbri e morirà di malaria a Firenze a fine d'agosto, giusto pochi mesi dopo il viaggio di Dante nell'aldilà, immaginato nella Settimana Santa del 1300. Guido così si sottrae all'implacabile giurisdizione di Dante, che colloca il padre di lui, Cavalcante, tra gli epicurei, in un avello infuocato insieme con Farinata.
Il sonetto di Guido Vedeste al mio parere resta, nella Vita Nova, l'unica citazione di un testo volgare non dantesco, ed è quasi lo principio dell'amistà tra lui e me (iii 14 [2. 1]). Guido però non è in grado di interpretare il sogno dell'amico come si conviene, ed è dunque difettivo come indovino, forse accecato (Dante vuol far credere) dalla sua ideologia tutta terrena, senza tensione metafisica. Si ricordi infatti come ancora nel Decameron (VI 9) il Cavalcanti avesse fama di "un de' miglior loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale", nonché anche di "agnostico e miscredente, "in cercare se trovar potesse che Iddio non fosse". Ecco il testo inviato a Dante, il solo che egli menzioni in modo esplicito, anche se si sono conservate le repliche di altri rimatori contemporanei, e in particolare un sonetto di Terino da Castelfiorentino (o Cino da Pistoia) e uno, di forte dissenso, tutto giocato su ragioni mediche, di un omonimo dell'Alighieri, Dante da Maiano. Guido parla di morte, di cui non è fatta parola né nella prosa, né in A ciascun'alma, e di morte scongiurata: cosa, purtroppo, non vera (iii 15 [2. 2]). Nella visione e nel sonetto Beatrice, che in vita - suo malgrado e con pudore - ha accettato gli ossequi poetici di Dante, è assunta dopo la morte (ma anche qui con reticenza) in cielo.

Vedeste, al mio parere, onne valore
e tutto gioco e quanto bene om sente,
se foste in prova del segnor valente
che segnoreggia il mondo de l'onore,
poi vive in parte dove noia more,
e tien ragion nel cassar de la mente;
sì va soave per sonno a la gente,
che 'l cor ne porta senza far dolore.
Di voi lo core - ne portò, veggendo
che vostra donn' a la morte cadea:
nodriala dello cor, di ciò temendo.
Quando v'apparve che se 'n gia dolendo,
fu 'l dolce sonno ch'allor si compiea,
ché 'l su' contraro lo venìa vincendo.

Altri amici fanno corona a Dante, accanto a Guido. Anzitutto c'è l'amica persona (xiv 1 [7. 1]) o lo ingannato amico di buona fede (xiv 7 [7. 7]) che è la causa involontaria del gabbo patito da Dante in una riunione di donne a cui lo accompagnò proprio questo improvvido amico. Poi c'è l'amico estimatore di Donne ch'avete, che chiede a Dante un testo che definisca la natura di Amore e si vede recapitare il sonetto Amore e 'l cor gentil sono una cosa (xx 1-2 [11. 1-2]). Questo secondo personaggio è forse quel poeta anonimo che, in persona delle donne, diede a Donne ch'avete una risposta per le rime che comincia "Ben aggia l'amoroso e dolce core, / che vòl noi donne di tanto servire". Questo anonimo, noto come l'"Amico di Dante" per antonomasia (designazione che risale a Contini), pare identificabile con Lippo Pasci de' Bardi, un fiorentino che carteggiò con Dante, che inviò a lui la stanza di canzone Lo meo servente core (Rime 49). Infine c'è il fratello di Beatrice, amico a me inmediatamente dopo lo primo (xxxii 1 [21.1]), e cioè presumibilmente Manetto di Folco Portinari, destinatario di un aspro sonetto parodico del Cavalcanti, Guata, Manetto, quella scrignutuzza [cioè "gobbetta"] (Rime LI), che mette in burla la lode che gli stilnovisti, e in particolare proprio Dante, riservano alla loro donna, sempre vista come "angelicata creatura". Se il bersaglio del sonetto cavalcantiano a Manetto è veramente la Beatrice dantesca, si avrebbe qui un episodio grave e sconcertante della crisi in atto tra Dante e Guido, nella quale sarebbe coinvolto addirittura il fratello della donna. Ecco le quartine del sonetto, che sembrano una parodia del famoso sonetto dantesco Tanto gentile e tanto onesta pare, e il verso finale, d'irridente sarcasmo:

Guata, Manetto, quella scrignutuzza,
e pon' ben mente com'è sfigurata
e com'è drittamente divisata,
e quel che pare quand'ella s'agruzza.
E s'ella fosse vestita d'un'uzza
con cappellin' e di vel soggolata,
ed apparisse di dìe accompagnata
d'alcuna bella donna gentiluzza,
[...]
O tu morresti, o fuggiresti via.

Nella Vita Nova, a quanto pare, manca Cino, o almeno non vi è riconoscibile: lui che, nel De vulgari, sarà salutato come l'amico per eccellenza. Eppure Cino aveva pianto la morte di Beatrice nella canzone Avegna ched el m'aggia più per tempo (Cino, Rime 125), che riprende lo schema metrico di Donna pietosa (xxiii [14]) accordandosi in più punti con Gli occhi dolenti (xxxi [20]), l'autentico compianto funebre di Dante. E non è traccia neppure dell'altro grande amico del Dante giovane, fratello del suo mortale nemico Corso Donati, cioè di Forese, che sarà tra i golosi in Purgatorio.
La pratica dell'amicizia nella Vita Nova molto deve al Favolello che Brunetto inviò a Rustico di Filippo, le cui poesie hanno qualche contatto con quelle di Dante.

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