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La Vita Nova di Dante Alighieri - 23. Amore, Ragione e il Fiore
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Amore, nella Vita Nova, è personificato o, come si dice, è un'ipostasi. È signore dell'anima del poeta, a norma di un modello cortese ben affermato, e soprattutto dialoga col suo fedele, talora in latino (lingua universale della comunicazione) e talora in volgare, dunque nella lingua della produzione poetica che, della materia amorosa, fa il tema privilegiato dei rimatori (xxv 6 [16. 6]). Si dànno anche uno spirito o spiritel d'Amore (formule di gusto cavalcantiano), attivi nell'animo del protagonista: "che fa svegliar lo spirito d'Amore" xx 5 [11. 5], v. 13, e "questi è uno spiritel novo d'Amore" xxxviii 10 [27. 10], v. 10. Dietro la difesa dantesca di Amore personificato, propugnata nel paragrafo xxv [16], s'indovina un contenzioso aperto col Cavalcanti, che potrebbe ben essere la persona degna da dichiararle ogne dubitatione menzionata a xxv 1 [16. 1] e di cui già si presagisce l'obiezione in xii 17 [5. 24]. Infatti, a quanto si può leggere, Guido Cavalcanti da una parte sostiene, nella sua grande canzone Donna me prega (Rime XXVIIb), che Amore è un accidente in sostanza; dall'altra, nelle sue Rime, risponde, nel sonetto Di vil matera mi conven parlare (Lb) alla proposta di Guido Orlandi, Per troppa sottiglianza il fil si rompe (La), difendendo la rappresentazione di Amore che piange, fornita in una sua stanza di canzone (Rime XI 8). Ma che Amore sia uno accidente in sustantia (xxv 1 [16. 1]) è la posizione tipica del Cavalcanti, che nell'esordio di Donna me prega definisce amore proprio come "un accidente - che sovente - è fero" (v. 2). Una definizione tutt'altra produrrà, se pure è dantesco, il sonetto dubbio Molti, volendo dir che fosse Amore 9-14: "Io dico che Amor non è sustanza / né cosa corporal ch'abbia figura, / anzi è passïone in disïanza, / piacer di forma dato per natura, / sì che 'l voler del core ogni altro avanza: / e questo basta fin che 'l piacer dura" (D. XXIX), che pure è distinta da quella, filosofica e astratta, della canzone "petrosa" Amor, tu vedi ben che questa donna 49-50, "Però, vertù che se' prima che tempo, / prima che moto o che sensibil luce" (Rime CII).
Un'altra entità personificata nel libro è Ragione: anzi, come si dirà, l'immagine di Beatrice nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio della Ragione, ii 9 [1. 10]: un concetto più volte ribadito, sia a iv 2 [2. 4], sia a xv 8 [8. 8 ]. Di qui l'impressione, più che legittima, di una passione amorosa cui, nel libello, è conferito uno statuto di forte intellettualismo. La Ragione non è assente neppure nella storia della Donna Gentile: io mi ripensava sì come dalla Ragione mosso e dicea fra me medesimo: "Deh, che pensero è questo, che in così vile modo vuole consolar me, e non mi lascia quasi altro pensare?", in xxxviii 2 [27. 2]. Poco più oltre, si dirà che, in senso metaforico, l'appetito è il cuore, e la Ragione è l'anima. Il pensiero della Donna Gentile milita tuttavia contra la constantia della Ragione, xxxix 2 [28. 2], tant'è che quando Beatrice prende la sua definitiva rivincita, quasi nell'ora della nona, si muove Contra questo adversario della Ragione, xxxix 1 [28. 1].
Via via nel libello sono personificate anche la Morte, "Morte villana, di Pietà nemica", in viii 8 [3. 8], v. 1; la Fortuna, nelle braccia della Fortuna, in xii 16 [5. 23], o sì come dalla Fortuna menato, in xviii 2 [10. 4]; la Natura, in xix 11 [10. 22], e ancora in ella è quanto di ben pò far Natura, in xx 4 [11. 4], l'Umiltà, e avea seco Umilità verace, in xxiii 26 [14. 26], v. 69; la stessa canzone funebre, e tu, che se' figliuola di Tristitia, in xxxi 17 [20. 17], v. 75, e altre virtù, come l'Onore, di cui la gentile amica di Beatrice, precocemente defunta, sarebbe stata la stretta congiunta: in gentil donna sora dell'Onore, in viii 5 [3. 5], v. 8.
Tutte queste personificazioni, e specialmente quella di Amore, sono da leggere, si è detto, soprattutto come reazione d'autore alla pratica cavalcantiana, che di Amore dà conto come di persona viva solo nella finzione poetica, insistendo invece, in sede teorica e propriamente speculativa, sulla natura non benefica, tutta fisiologica e umorale di amore. Dante persisterà, nella sua teoria dell'Amore sublimato, di cui è fatto titolare Dio nella formula paolina "Deus charitas est". Il verso finale della Commedia sarà ancora "Amor che move il sole e l'altre stelle", motore primo e ragione di tutto quanto l'universo.
Una lista cospicua di personificazioni è già nel Fiore, collana duecentesca di 232 sonetti, che compendia liberamente e volgarizza la materia del francese Roman de la Rose. Il pometto, adespoto e anepigrafo, firmato al suo interno da tal "ser Durante", redatto in una lingua alquanto espressiva e piena di gallicismi, è stato attribuito da Contini e da altri a un Dante Alighieri in età giovanile.

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