Dante
Biografia
Poche le informazioni sulla vita di Dante, per lo più imprecise o incerte e in buona parte derivate dalle sue opere. Nacque a Firenze nel 1265 sotto il segno dei Gemelli (come da lui ricordato nel canto XXII del Paradiso), dunque fra la metà di maggio e la metà di giugno, da una famiglia della piccola nobiltà dedita ad attività finanziarie ma che vantava fra i suoi antenati un crociato, Cacciaguida, caduto combattendo in Terra Santa al seguito di Corrado III. L’eredità ottenuta intorno al 1282 alla morte del padre, Alighiero (la madre Bella era scomparsa dieci anni prima), gli consentì di dedicarsi agli studi. A diciott’anni diffuse il suo primo sonetto, inviandolo fra gli altri a Guido Cavalcanti, con il quale strinse un rapporto di amicizia. Il componimento era stato ispirato dal secondo incontro con Beatrice (Bice) Portinari, vista la prima volta a nove anni e destinata a “signoreggiare” la sua immaginazione per tutta la vita. Frequentò musicisti e pittori, fra i quali Giotto; durante un possibile soggiorno a Bologna potrebbe avere conosciuto Guido Guinizzelli. Molto dibattuta l’attribuzione a lui di due adattamenti del Roman de la Rose, il Fiore e il Detto d'Amore, eventualmente composti in quel periodo. Nel frattempo si era sposato con Gemma Donati, con la quale ebbe tre figli, Pietro, Iacopo (entrambi poi letterati) e Antonia (che si fece suora); ed ebbe anche esperienze d’armi, partecipando come cavaliere a varie battaglie, inclusa quella di Campaldino (1289). La prematura scomparsa di Beatrice, nel 1290, oltre a indurlo alla composizione della Vita nuova, conclusa tre anni dopo, determinò una sua profonda crisi esistenziale, poi allegorizzata nella Commedia come smarrimento nella “selva oscura”; dalla quale uscì prima impegnandosi negli studi filosofici (fra i suoi maestri ci fu Brunetto Latini) e poi entrando nella vita politica. I primi impegni consistettero in ambascerie, che lo misero in contatto con personaggi pubblici quali Carlo Martello d’Angiò; iscrittosi all’Arte dei Medici e degli Speziali, dal 1295 cominciò a far parte dei maggiori consigli cittadini, compreso quello dei Cento. Nel 1300 fu eletto fra i Priori, massimo organismo del Comune. L’aspra rivalità fra le due fazioni di parte Guelfa, i Bianchi e i Neri, lo vide inclinare verso i primi, ma con molta moderazione e un forte senso dello stato. Ciò non impedì che l’anno seguente, alla violenta presa del potere da parte dei Neri, cadesse in disgrazia. Si trovava in quel momento a Roma a capo di una legazione; intimatogli il ritorno a Firenze per rispondere alle accuse dei magistrati, decise di non presentarsi. Fu dunque condannato in contumacia al rogo e all’espropriazione dei beni. Negli anni seguenti sperò in un’amnistia che tenesse conto della sua dissociazione dai tentativi dei Neri di ribaltare la situazione con le armi e del suo crescente prestigio letterario: oltre a numerose rime, fra le quali la grande canzone dell’esilio, “Tre donne intorno al cor mi son venute”, mise mano alle opere maggiori, il Convivio, il De vulgari eloquentia (entrambe restate incompiute) e la Commedia. Ma il condono non arrivò subito, e quando infine gli fu concesso, nel 1315, Dante lo rifiutò, giudicandone umilianti le condizioni. Trascorse il resto della vita lontano da Firenze, abitando in molte città e presso vari signori: Verona, Arezzo, Forlì, Treviso, Padova (al tempo in cui Giotto era impegnato ad affrescare la cappella degli Scrovegni), la Lunigiana, il Casentino, Lucca, Pisa (dove avrebbe incontrato Petrarca, ancora bambino). Sono gli anni in cui intraprese la stesura dell’Inferno (entro il 1309) e del Purgatorio (1310-1313). Probabili ma non sicuri sono un suo viaggio a Parigi intorno al 1310 e la sua presenza a Milano, l’anno dopo, all’incoronazione dell’imperatore Enrico VII a re d’Italia. Le speranze che Dante pose in una restaurazione imperiale sono testimoniate dalla composizione della Monarchia e dalle epistole da lui inviate allo stesso imperatore e ad altri principi italiani esortandoli a fare fronte comune contro il papa e a liberare Firenze; ma le esitazioni di Enrico e infine la sua morte (1313) gli provocarono un’altra amara delusione. Si rifugiò allora presso Cangrande della Scala, a Verona, dove trascorse un periodo per lui insolitamente tranquillo e stabile, durante il quale attese al poema, rivedendo le prime due cantiche e componendo la terza. Generalmente riconosciuta di Dante, ma non da tutti gli studiosi, è un’epistola a Cangrande, in cui oltre a spiegare il significato della Commedia gli dedica il Paradiso. Sempre a Verona il poeta tenne la dissertazione De forma et situ aque et terre. Intorno al 1319 accettò l’invito di Guido Novello da Polenta e si trasferì a Ravenna; lì morì il 13 o il 14 settembre 1321 per una febbre malarica contratta durante un viaggio a Venezia. Le sue spoglie furono sepolte con grande solennità presso il convento di San Francesco; più volte spostate e nascoste per evitare che venissero trafugate (in particolare dai fiorentini), sono ora racchiuse in un tempietto settecentesco adiacente al convento. Fra il 1970 e il 1978 l’Istituto della Enciclopedia Italiana pubblicò una monumentale Enciclopedia dantesca in sei volumi.
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