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Francesca e Paolo: lettura del V canto dell'Inferno - 20 - I condizionamenti virgiliani
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Nel V dell'Inferno la rappresentazione del peccato di lussuria subisce un doppio condizionamento.

Un primo condizionamento viene dall'avere scelto come esemplare la storia di amore e morte degli amanti riminesi. La topografia dell'Ade virgiliano aveva suggerito a Dante, attraverso l'immagine dei "lugentes campi" [i campi del pianto] dove dimorano "quos durus amor crudeli tabe peredit" [coloro che un crudele amore consumò d'acerbo languore] (Aen. VI 441-42), l'idea di rappresentare i morti per amore, ma deriva invece dalla vicenda di Francesca quella di circoscrivere il campo agli amanti morti di morte violenta. "Noi che tignemmo il mondo di sanguigno" (v. 90) ha, sul piano della tipologia e quindi della rappresentazione del peccato, una funzione superiore a quella individuata dalla natura etica del peccato stesso: "i peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento" (vv. 38-39). Il mondo macchiato dal sangue di questi peccatori è la prima e più evidente metafora della valenza sociale del loro errore: che non è soltanto una colpa individuale, un cedimento del singolo alle forze istintuali, ma è anche e soprattutto una perversione dei rapporti interpersonali. Questo sfondo ideologico non è uno degli ultimi elementi di contrasto rispetto all'apparenza cortese e stilnovisteggiante delle parole di Francesca: anch'esso coopera ad infittire la coltre di ambiguità e di polisemie che avvolge l'intero canto.

Si muove nella stessa direzione anche il secondo condizionamento, di matrice virgiliana. Il canto si apre sulla figura, che tiene a lungo la scena, del giudice Minosse. Credo che sia la sua presenza a far sì che il catalogo delle donne e dei cavalieri non comprenda alcun membro della saga cretese. Minosse annulla con la sua invadenza un parentado che pure forniva esempi fra i più canonici degli eccessi a cui può condurre l'incontinenza sessuale. Si è già visto che Fedra, presente fra i defunti virgiliani, comparirà solamente in una similitudine del Paradiso. Dovremo aspettare di imbatterci nei lussuriosi del Purgatorio per incontrare Pasifae, anch'essa tra i morti dell'Eneide. La moglie di Minosse, che, congiungendosi con il toro, generò il Minotauro, è l'esempio più topico di sfrenatezza sessuale offerto dalla mitologia.

... "Ne la vacca entra Pasife,

perché 'l torello a sua lussuria corra"

gridano i lussuriosi secondo natura in Purg. XXVI 41-42. E più avanti Guinizzelli spiega:

Nostro peccato fu ermafrodito;

ma perché non servammo umana legge,

seguendo come bestie l'appetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge,

quando partinci, il nome di colei

che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge

(vv. 82-87).

Se mettessimo a confronto il canto purgatoriale dei lussuriosi con quello infernale, troveremmo che il gioco delle assenze e delle presenze delle mitiche figure cretesi produce effetti paradossali. La rappresentazione del peccato che fa da sfondo al canto dedicato alla consacrazione del "padre" di quanti "mai / rime d'amore usar dolci e leggiadre", dell'autore dei "dolci detti" che dureranno "quanto durerà l'uso moderno" (vv. 98-99; 112-13) e, con lui, del "miglior fabbro del parlar materno" (v. 117) risulta più intrisa di irrazionalità bestiale, persino più violenta, di quella messa in atto nel profondo dell'Inferno. Qui, il prevalere della dimensione sociale del peccato, pur con il suo carico di incesto, omicidio e spargimento di sangue, attutisce l'impatto con la colpa in sé, ne nasconde lo stravolgimento etico.

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