All'epoca in cui scriveva Le dolci rime e Poscia ch'Amor quasi sicuramente Dante coltivava l'ambizione di farsi banditore di "valori" e di promuoverne la diffusione nella società fiorentina. All'altezza dei primi canti dell'Inferno ogni illusione di tipo politico-pedagogico doveva essersi dissolta, ma ancora attuale era la cornice ideologica delle sue riflessioni sulla nobiltà e sul "leggiadro" comportamento del nobile, d'animo o di sangue che fosse. L'episodio di Francesca è in effetti la rappresentazione in atto di uno di quei cattivi comportamenti che Poscia ch'Amor bollava come propri di chi ignora la vera leggiadria. Non per caso le critiche alla classe nobiliare si appuntano sul tema dell'amore e dei comportamenti sessuali: proprio sull'amore, infatti, si era incentrato un secolare dibattito de nobilitate, tanto che la precettistica erotica aveva finito per rappresentare il nucleo del codice cortese. Anche la scelta di mediare il discorso sull'amore attraverso la letteratura, e quel particolare genere di letteratura, è motivata storicamente: lirica d'amore e produzione romanzesca sono stati i due generi letterari più tipici del mondo feudale, prima, e signorile, poi, nonché i maggiori canali di formazione e di diffusione del codice della cortesia.
In Francesca, Dante colpisce la degenerazione di una intera classe sociale. Il fatto però che Francesca sia della casa da Polenta e Paolo e Gianciotto dei Malatesta significa che il bersaglio diretto e concreto sono i nobili di Romagna? In altri termini, che Dante individua subito, fin dalla prima volta che gli si presenta l'occasione, nelle famiglie romagnole quello che poi sarà uno dei principali, se non il principale obiettivo polemico dei suoi attacchi alla nobiltà contemporanea? Sembra proprio che i primi lettori ravennati si fossero sentiti colpiti, se è vero, come sostiene Quaglio (1973, 24-25), che la ricostruzione romanzesca della vicenda con la quale Boccaccio nelle Esposizioni cerca di scagionare Francesca ai danni di Gianciotto non è una sua invenzione, ma probabilmente si appoggia a una versione "leggendaria" che intorno alla metà del Trecento circolava nella corte ravennate: "una invenzione indigena ... un prodotto di corte ... una rivalutazione folklorica del passato, che traducevano in leggenda l'avversione malatestiana di Dante", leggenda che, ovviamente, scagionava "la regnante dinastia polentana". E tuttavia, nonostante il rancore che Dante doveva nutrire nei confronti dei Malatesta in quanto implicati nel grande "tradimento" di Carlo di Valois del novembre 1301 (vicenda che sarà ricordata nell'adiacente canto di Ciacco: "... convien che questa [parte dei Bianchi] caggia / infra tre soli, e che l'altra [parte dei Neri] sormonti / con la forza di tal che testé piaggia", VI 67-69, dove il "tal", se non è lo stesso Carlo, è il suo mandante Bonifacio VIII), non mi sembra che la corda politica di questo canto sia particolarmente tesa. Mancano i riferimenti anche minimi (nomi di famiglie, di individui, di città) per impostare un discorso politico. Francesca, la sola che abbia diritto al nome (ma non a quello del casato), parla e agisce in perfetta solitudine, senza lo sfondo di un coro o di comprimari che ambientino e caratterizzino in senso regionale il suo episodio. La solitudine di Francesca potrebbe essere l'indizio di una sorta di timidezza, quasi di reticenza, di Dante autore in questo suo primo approccio con i nobili di Romagna. Ma potrebbe anche essere interpretata con categorie sociologiche.

