Dante
Dante
La Vita Nova di Dante Alighieri - 27. La tradizione manoscritta e a stampa
Segnala la pagina

La tradizione della Vita Nova è tarda, con i testimoni più antichi posteriori di oltre mezzo secolo alla stesura del libro. Meno tarda tuttavia che per il Convivio, i cui rarissimi testimoni di fine Trecento risalgono a ottant'anni dopo la composizione dell'opera, tramandata malissimo e del resto incompiuta. Tra i manoscritti trecenteschi della Vita Nova si segnalano il Martelli 12 presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, il Magliabechiano (già Strozziano) VI.143 della Nazionale di Firenze, il Chigiano L.VIII.305 della Biblioteca Apostolica Vaticana, il Toledano 104.6 e il Chigiano L.V.176, entrambi autografi del Boccaccio. I manoscritti noti sono quarantadue, inclusi i frammentari, e un'altra quarantina reca le sole poesie estratte dal prosimetro.
Si dà una tradizione estravagante di parte delle rime, riconducibile a una diffusione precedente a quella che è la loro come elementi del libro. Dante in effetti aveva divulgato alcune sue liriche, man mano che le aveva composte, nella cerchia degli amici o di rimatori anche di scuole diverse. Di questa diffusione precoce di testi suoi si ha una bella testimonianza nel primo paragrafo della Vita Nova col sonetto A ciascun'alma presa, inviato a più poeti in forma di lettera-enigma. Ma anche in xxxii-xxxiii [21-22] si dà conto dell'invio di testi funebri al fratello di Beatrice; in xxxiv [23] il sonetto Era venuta è mandato a uomini alli quali si convenia di fare onore; in xli [30] un manipolo di tre sonetti è inviato in omaggio a due donne gentili su loro richiesta. La tradizione estravagante delle rime della Vita Nova è stata esaminata dal De Robertis, che ha potuto recuperare alcune lezioni anteriori a quelle accolte entro la tradizione del libello: vere e proprie varianti d'autore.
Un'editio princeps della sola parte poetica è nel primo libro della raccolta Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani in dieci libri raccolte (Firenze, Eredi di Filippo Giunta, 6 luglio 1527), ossia la cosiddetta "Giuntina di rime antiche", curata da Bardo Segni. Ma il testo integrale della Vita Nova, incluse le prose, fu dato alle stampe non prima dell'ultimo quarto del Cinquecento: uscì a Firenze presso Bartolomeo Sermartelli nel 1576, per cura di messer Niccolò Carducci. La censura ecclesiastica intervenne vistosamente sulla lettera del testo, che fu purgato di tutte le espressioni di culto religioso rivolto a Beatrice e delle parodie sacre di testi liturgici o scritturali, sentite come irriguardose o blasfeme.
La Giuntina, come avevano fatto già alcuni copisti di antiche sillogi poetiche, scompone il prosimetro dantesco interessandosi solo alla parte poetica. Questo procedimento, del tutto abusivo sotto il profilo filologico, mette a nudo un fatto di non comune rilievo, e cioè che la sequenza di testi predisposta dall'autore rompe la consuetudine delle antologie medievali di raggruppare i componimenti secondo i metri, le canzoni al primo posto, poi le ballate (se pure ce ne sono) e infine i sonetti. Nella Vita Nova, come si è visto, la seriazione obbedisce ad altri principî.
È interessante esaminare con quale assetto grafico e strutturale i manoscritti trecenteschi completi riproducano l'alternanza di prosa e di poesia, rispettando l'integralità e la singolarità strutturale del libello. Lasceremo da parte i codici copiati dal Boccaccio, di cui si è discorso brevemente più sopra. Daremo conto qui solo dei tre altri principali manoscritti coevi.
Il Chigiano L.VIII.305, siglato K dagli editori, è un canzoniere lirico molto ricco, di capitale importanza per i testi degli stilnovisti, segnatamente Guido Cavalcanti. K colloca la Vita Nova al primo posto della sezione dantesca, prima delle canzoni (le cosiddette "distese di Dante"). Non rispetta la divisione dell'opera in paragrafi, anzi la ignora totalmente, o per incomprensione, o perché essa appare caduca o troppo complicata al copista. Presenta i paragrafi del libello senza soluzione di continuità, conferendo ai soli testi poetici il rilievo incipitario (una grande maiuscola iniziale decorata) che si addice loro. In ciò sono evidenti i gusti del collettore, interessato assai più alle liriche che al prosimetro, nonché certa sua disinvoltura di editore.
Il manoscritto Martelli 12, siglato M, è forse il più antico di tutti. Certo è quello che presenta la tipologia più arcaica, che si suppone vicina all'originale: testo su due colonne per pagina, conservazione di forme rare, lemmi in attestazione unica e soprattutto una fedele rappresentazione della paragrafatura presente nel suo esemplare di copia. La lingua ha una coloritura aretino-senese, che si scarta naturalmente dal fiorentino di Dante.
Il Magliabechiano VI.143, siglato S in quanto già codice Strozzi, è molto più irregolare nel lavoro di copia. Dispone il testo dapprima su due colonne, poi a piena pagina, usando in maniera discontinua o desultoria, nel corso del lavoro di trascrizione, tratti distintivi di paragrafi e capoversi. Purtroppo trascrive da un esemplare già lacunoso di suo e per giunta si rivela copista poco diligente o eventualmente troppo sperimentale nella tecnica di trascrizione.
È molto istruttivo che la canzone Donne ch'avete, la più importante della Vita Nova, si legga anche nel grande canzoniere Vaticano lat. 3793 al n. 306, subito prima delle canzoni del cosiddetto "Amico di Dante", in una trascrizione forse ancora duecentesca. Ma già in un Memoriale bolognese del 1292, tra una confessio del 28 agosto e un mutuo del 2 settembre, la mano del notaio Pietro di Allegranza aveva trascritto una parte della canzone, senza il nome dell'autore, che aveva soggiornato a Bologna nella sua prima giovinezza.

Pubblicità
Pubblicità