Sostantivo deverbale che indica "avvedutezza", "sagacia", "prontezza". Il verbo accorgersi deriva dal latino parlato adcorrigere: "raddrizzare", "correggere". L'accortezza è categoria virtuosa del comportamento perché fondata sulle capacità di previsione e di simulazione e dissimulazione tipiche dell'uomo civilizzato. Tra le testimonianze antiche fondamentale è la definizione di Aristotele, Magna moralia, 1197b: "l'accortezza e l'uomo accorto non sono né la saggezza né l'uomo saggio; tuttavia l'uomo saggio è accorto, e perciò l'accortezza coopera in certo modo alla saggezza. Però anche l'uomo cattivo può esser detto accorto, a esempio Mentore sembrava essere accorto, ma non era saggio. Infatti è proprio dell'uomo saggio e della saggezza il mirare alle cose migliori e il proporsele e il farle, mentre è proprio dell'accortezza e dell'uomo accorto lo studiare con quali mezzi può esser compiuta ciascuna delle cose pratiche, e il procurarli". L'accortezza è quindi lo strumento al servizio del quale deve essere messa la saviezza. Non esiste una discendenza semantica univoca dal latino classico per il concetto di accortezza. Presso i Romani venivano adoperati i termini di providentia ("previdenza"), prudentia ("prudenza"), sagacitas ("sagacia") e soprattutto calliditas ("acutezza"). Sulla linea interpretativa aristotelica si veda Aulo Gellio, Noctes Atticae, VI 18: "Haec eorum fraudolenta calliditas tam esse turpis existimata est, ut contempti vulgo discerptique sint censoresque eos postea omnium notarum et damnis et ignominiis adfecerint, quoniam, quod facturos deieraverant, non fecissent " ("L'accortezza fraudolenta parve così biasimevole che vennero disprezzati e riprovati dalla generalità , e i censori li punirono poi con tutti i marchi di punizione e di infamia, poiché non avevano compiuto ciò che avevano giurato di compiere"). Un'accezione negativa, in questo caso. Nella cultura del Classicismo italiano l'accortezza assume caratteri maggiormente positivi e diviene spesso un elemento costitutivo del comportamento del virtuoso. Si veda Ariosto, Orlando furioso, VIII 89, 1-4 (riferita a Fiordiligi): "Era questa una donna che fu molto / da lui diletta, e ne fu raro senza; / di costumi, di grazia e di bel volto / dotata d'accortezza e di prudenza". Un'impostazione simile è anche in Castiglione, Libro del Cortegiano (IV 2, ritratto di Eleonora Gonzaga: "in un sol corpo congiunti sapere, bellezza, ingegno, manere accorte, umanità ed ogni altro gentil costume ".In Guazzo l'accortezza designa un comportamento discreto e prudente, regolato dalla convenevolezza e dal "giusto mezzo". Si veda Civil conversazione, 1 A91b: "Io non niego già che non vi siano alcuni luoghi e tempi nei quali il dir bugia non solamente non è ascritto a vanità né a vizio ma è stimato (presso al mondo) per discreta e lodevole accortezza, mentre sia dirizzata a qualche onesto fine". Tasso, nel dialogo Il Messaggiero, 95, delinea un altro ritratto: "Eccoti l'effigie e l'immagine del perfetto ambasciatore; a la quale formare è necessario che concorrano nobiltà di sangue, dignità e bellezza d'aspetto [...] destrezza d'ingegno e accortezza e facondia e grazia nel spiegar i concetti, gravità e piacevolezza nel conversare, affabilità e cortesia".In senso politico il termine conosce una straordinaria fioritura nell'età della Controriforma, mentre appare irrilevante in Machiavelli e in Guicciardini (in tutti e due l'accortezza è assorbita dal più corposo concetto di prudenza). Si veda Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino(V 46 10): "L'accortezza spagnuola dissegnava con medicina della Francia guarire le infermità di Fiandra, le quali non erano minori, se non per essere meno apparenti e tumultuose".
Alessandro Capata

