Nel Cinquecento, accanto alla persistenza della tradizione platonica (che perde tuttavia il ruolo egemone svolto nel secolo precedente), assistiamo ad una eccezionale rinascita del pensiero aristotelico . Due sono le fasi della rimonta aristotelica. Una, all'inizio del secolo, riguarda l'affermazione dell'esistenza di un ordine razionale nel mondo che l'indagine scientifica può e deve individuare (arrivando a conclusioni che contraddicono la teologia) ed ha nell'Università il suo centro propulsore. L'altra, a partire dagli anni '40, è relativa alla nascita di una nuova "teoria della letteratura" e trova nei commenti alla Poetica di Aristotele il suo terreno (fertilissimo) di sviluppo. La prima fase, più strettamente filosofica, riguarda essenzialmente le indagini svolte nelle Università di Padova (a forte tradizione averroistica) e di Bologna (più aperta ad esperienze diverse, come l'occamismo). A Padova, tra il 1488 e il 1509, insegnò il più originale ed acuto esponente del nuovo aristotelismo, Pietro Pomponazzi (1462-1525), assertore intransigente di un rigoroso esercizio della ragione che lo porta a sottoporre a verifica qualsiasi proposizione e a ricorrere al beneficio del dubbio di fronte a qualsiasi autorità non verificabile, compresa quella di Aristotele. Gli aristotelici di età rinascimentale (Nicoleto Vernia, Alessandro Achillini, Agostino Nifo, oltre ovviamente a Pomponazzi) si contraddistinguono del resto per un nuovo atteggiamento critico verso il filosofo di Stagira. Certamente per costoro Aristotele ed Averroè conservano il ruolo di grandi auctoritates da evocare sempre per la soluzione di ogni problema speculativo, ma senza dubbio, a differenza dei loro predecessori medioevali, i neo'aristotelici bolognesi e padovani non solo leggono i testi del maestro in lingua originale, ma li studiano e li discutono con una più vasta conoscenza di tutta la tradizione filosofica classica e con una maggiore libertà intellettuale e critica. Pomponazzi, nel suo trattato De immortalitate animae (Giustiniano da Rubiera, Bologna 1516), sostiene che l'immortalità dell'anima non è dimostrabile razionalmente. In quest'opera vengono esposte con gioco combinatorio le principali teorie sull'anima (di Averroè, Platone, Tommaso) e di tutte viene mostrata l'inconsistenza. Pomponazzi sostiene la mortalità assoluta dell'anima, poiché l'intellezione umana secondo Aristotele avviene solo in quanto legata al corpo. La grande novità di Pomponazzi sta innanzitutto nell'aver escluso ogni lettura non naturalistica del testo aristotelico, denunciando le deformazioni delle interpretazioni tomiste e averroiste, separando quindi la scienza della teologia: egli insiste sulla dottrina della "doppia verità", accetta cioè i dogmi religiosi solo per fede e ne esclude la dimostrazione dalla discussione filosofica. L'altra straordinaria innovazione consiste nell' aver inserito l'uomo nell'ampio sistema dei fenomeni naturali, dove tutto ha una causa e può essere spiegato con la natura stessa. La seconda fase dell'aristotelismo cinquecentesco si contraddistingue per l'impulso che esso dà allo sviluppo di una nuova critica letteraria, una vera "scienza della letteratura", nata dalla riflessione sulla Retorica e sulla Poetica di Aristotele. Una prima traduzione latina della Poetica apparve a Venezia nel 1498 ad opera di Giorgio Valla, ma una diffusione più ampia iniziò solo nel 1536, con un'altra traduzione latina dovuta ad Alessandro de' Pazzi, edita da Aldo Manuzio, che ebbe vastissima risonanza. La data del 1536 costituisce per questo uno spartiacque decisivo per la diffusione della critica aristotelica di medio e tardo Cinquecento, dopo la stagione quattro-cinquecentesca, tutta centrata sul dibattito intorno all'imitatio. Questa nuova critica (che annovera tra i suoi maggiori esponenti Francesco Robortello, Vincenzo Maggi, Sperone Speroni, Giulio Cesare Scaligero, Antonio Sebastiano Minturno, Lodovico Castelvetro) offre una visione razionalistica della poesia, che definisce regole precise per sottoporre a rigido controllo ogni forma linguistica e letteraria. Secondo questo punto di vista la poesia e l'arte, nell'imitare la natura, non rappresentano direttamente il vero, ma il verisimile, ovvero ciò che può sembrare vero. La rappresentazione del verisimile ha un effetto convincente sul pubblico, gli può offrire dei modelli morali, in un intreccio tra poetica e retorica, dove quest'ultima però,a differenza di quanto accadeva per gli antichi, viene considerata unicamente nel suo aspetto formale, come repertorio di figure topiche utilizzabili dalla letteratura. Il contributo dei teorici cinquecenteschi è quindi volto alla definizione di un aristotelismo estetico, che analizza al microscopio le categorie letterarie, ristabilendo ordini e priorità, caratteristiche e funzioni. Il più acuto e originale dei critici aristotelici è Lodovico Castelvetro, che, nel suo commento alla Poetica (la Poetica d'Aristotele vulgarizzata e sposta) del 1570, sottopone ogni testo a una logica stringente, ai limiti del paradosso, respingendo qualsiasi autorità che non sia quella di un razionalismo radicale, cavilloso e nomenclatorio. Per il critico modenese la «poesia è similitudine, o rassomiglianza, dell'istoria, la qual materia, perché è rassomiglianza, rende non solamente glorioso lo 'nventore, e lo fa e costituisce poeta, ma diletta assai più che non fa l'istoria delle cose avvenute». Il lavoro teorico di Castelvetro si mostra autonomo ed originale nelle sue articolazioni logico'argomentative rispetto ad Aristotele, anche se si fonda sulla ri'combinazione di categorie costituitive aristoteliche. Particolarmente originale è l'interpretazione dell'unità di tempo nella tragedia, regolabile sui bisogni fisici degli spettatori : oltre le dodici ore di rappresentazione non si può andare, dovendosi " mangiare, bere, deporre i superflui pesi del ventre e della vescica, dormire". Le norme aristoteliche vengono spesso interpretate da Castelvetro in modo spregiudicato, estremizzato, esplosivo.
Alessandro Capata
Per platonismo si intendono propriamente le manifestazioni filosofiche che si ispirano a Platone; in senso stretto il termine indica, in particolare, gli sviluppi della scuola fondata da Platone, la famosa Accademia, dove Speusippo e Senocrate indirizzarono il pensiero platonico in senso pitagorico: le "idee" si identificavano con i numeri matematici. In un secondo periodo nell'Accademia prevalse, invece, l'indirizzo scettico e probabilistico. In senso più allargato per platonismo si intende qualsiasi orientamento del pensiero incline a proiettare i valori in una sfera superiore, il mondo intelligibile ("mondo delle idee") rispetto a quello della realtà sensibile. Il platonismo entrò con la massima autorità nel mondo cristiano quando la patristica elaborò un sistema dottrinale, soprattutto con Agostino che si ricollegò esplicitamente al pensiero platonico. Le sue opere insieme con quelle di Cicerone, Seneca, Apuleio, la traduzione e il commento di Calcidio al Timeo, l'importante commento di Macrobio al Somnium Scipionis, il De consolatione philosophiae di Boezio costituirono il tramite attraverso il quale il platonismo continuò ad esercitare la sua influenza sulla cultura latina occidentale. Agli inizi della scolastica Giovanni Scoto Eriugena riecheggiò nel suo De divisione naturae il motivo emanatistico, tradusse gli scritti dello Pseudo Dionigi l'Areopagita, l'ignoto scrittore che rappresentò uno dei vertici della patristica greca, e il De hominis opificio di S. Gregorio di Nissa. Con la formazione della cultura araba l'influsso del platonismo raggiunse anche il mondo orientale, soprattutto con Avicenna ed Averroè, il più importante commentatore di Aristotele a testimonianza dell'impossibilità di porre una netta contrapposizione tra aristotelismo e platonismo. Comunque la larga diffusione delle teorie platoniche conobbe un rallentamento nel XIII secolo (un discorso a parte è rappresentato dalla scuola francescana) quando si fece più forte l'influenza dell'aristotelismo. Prima ancora della grande ripresa rinascimentale, Petrarca svolse un importante ruolo nella promozione del platonismo. In polemica con gli aristotelici averroisti il grande umanista elesse Platone «philosophiae princeps», conservò gelosamente e si vantò di avere oltre quindici codici del filosofo greco e si dedicò alla lettura di Agostino e Cicerone che informano il suo platonismo. Ma la grande stagione del platonismo nel XVI secolo coincise con la diaspora dei dotti bizantini che vennero ad insegnare nelle scuole italiane portando con se numerosi manoscritti che vengono letti in originale e tradotti. Il momento decisivo della diffusione del platonismo avvantaggiato dalle traduzioni umanistiche e rinascimentali, da quelle di Crisolora a quelle di Leonardo Bruni, di Decembrio fino a quelle di Ficino delle opere di Platone ma anche della tradizione neoplatonica (Pseudo-Dionigi, Plotino, Proclo), è caratterizzato da un'impronta sincretistica in cui, appunto, è difficile distinguere tra il pensiero specifico di Platone, quello dei neoplatonici classici e cristiani, la letteratura orfica, ermetica e pitagorica, la cabala cristiana. Nell'età moderna solitamente la ripresa di Platone è stata segno, più che di una consapevole riflessione sul suo pensiero, di una reazione all'aristotelismo ortodosso: alcuni esempi in Cusano, Bruno, Campanella, Spinoza, Tommaso Moro. Al platonismo ficiniano si richiamano esplicitamente gli esponenti della scuola di Cambridge del XVII secolo. La grande rottura con la tradizione platonica si ebbe soltanto con l'illuminismo.

