Rinascimento
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Categorie - Beneficio
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Voce dotta dal latino beneficium (composto da bene e facere), il beneficio è un bene elargito, che consiste nel trasferimento di risorse materiali, o privilegi, un dono, un vantaggio o un giovamento. Pertanto il privilegio presuppone di necessità due parti: chi dà e chi riceve; e quindi implica l'esistenza di un movente per questo trasferimento: per servizi resi, per favore personale, per atto spontaneo di liberalità. Nel sistema sociale d'Antico regime il beneficio governa l'economia generale dei servizi che intercorre tra suddito e principe, e più generalmente i rapporti - gerarchizzati - tra gli stati, in termini di reciproca soddisfazione. Chi eroga il beneficio, infatti, riceve la gratitudine di chi l'ha ricevuto ("abominevol vizio" è invece l'ingratitudine scrive, nella Civil conversazione, Guazzo; Guicciardini, Ricordi, 24: "Non è la più labil cosa che la memoria de' benefici"). Particolare rilevanza istituzionale ha il beneficio ecclesiastico, che si sviluppò nell'alto Medioevo. Nel Cinquecento le prebende legate al beneficio ecclesiastico si moltiplicarono e divennero una pratica piuttosto diffusa per quegli uomini di cultura a cui la Chiesa li concedeva come soluzione economica al loro precario stato sociale. Molti i letterati che vivevano dunque dei benefici ecclesiastici, un caso famoso, emblema di questa situazione di compromesso tra il laicato e lo stato ecclesiastico, è quello di Ariosto che sfoga nelle Satire la sua condanna morale e la sua amarezza: "S'io fossi andato a Roma, dirà alcuno, / a farmi uccellator de benefici, / preso alla rete n'avrei già più d'uno" (III 82'84). L'abuso era nei termini descritti da Guicciardini nella Storia d'Italia (I 2 2: a proposito di papa Borgia): "con esempio nuovo, in quella età, palesemente, comperò parte con danari parte con promesse degli uffici e benefici suoi che erano amplissimi, molti voti di cardinali "; "ed ebbe oltre a ciò facoltà di distribuire danari e molti benefici e degnità ecclesiastiche" (VI 5 5). Anche Erasmo dedica alla caccia dei benefici uno dei suoi Colloqui. In questo senso istituzionale, laico o ecclesiastico che sia, il beneficio è parte di quel circuito di scambio che corrisponde alla definizione della grazia come forma attiva e passiva che troviamo nel Thesaurus linguae latinae: "gratia proprie favorem significat, idest inclinationem animi ad bene faciendum alicui, colendum aliquid tam ultro quam ob beneficium ante acceptum. Hinc transfertur ad statum eius personae, cui hic favor accidit.» (« propriamente la grazia significa favore, cioè un'inclinazione dell'animo a fare del bene a qualcuno, qualcosa da curare sia spontaneamente sia per un beneficio ricevuto precedentemente, quindi la grazia passa allo stato di quella persona cui perviene questo favore» ). La grazia, "regula universalissima", fondamento del sistema archetipico del Libro del Cortegiano, regola dunque i rapporti interpersonali all'interno della corte anche in senso materiale, e connota quindi l'economia del beneficio. Il beneficio ha il suo fondamento etico nella filosofia morale classica. Da Aristotele a Cicerone, che tratta dei benefici e della beneficentia come atti legati alla liberalità: "Nam cum duo genera liberalitatis sint, unum dandi beneficii, alterum reddendi, demus necne in nostra potestate est, non reddere viro bono non licet, modo id facere possit sine iniuria" ("Ci sono due maniere di liberalità: quella che fa e quella che rende il beneficio. Ora, se il farlo o il non farlo dipende da noi, il non renderlo non è lecito a un uomo dabbene, pur ché possa far ciò senza commettere un'ingiustizia"); da Seneca che dedica all'argomento un trattato De beneficiis, in sette libri, che insiste sul loro intrinseco valore morale, per cui non conta quanto si dà ma come si dà: "Beneficium non in eo quod fit aut datur consistit, sed in ipso dantis aut facientis animo" ("il beneficio non consiste in ciò che si fa o che si dà, ma nell'animo stesso di chi dà o fa", I 6 1); e ancora: "Non potest beneficium manu tangi: res animo geritur. Multum interest inter materiam beneficii et beneficium; itaque nec aurum nec argentum nec quicquam eorum, quae pro maximis accipiuntur, beneficium est, sed ipsa tribuentis voluntas" ("Il beneficio non può toccarsi con mano: riguarda l'anima. C'è grande differenza tra il contenuto del beneficio e il beneficio stesso, dunque non è né l'oro, né l'argento né alcuna di quelle cose che sono reputate più importanti ma la stessa volontà di colui che dona", I 5 2). Ma per tutta questa categoria si veda Polyanthea, che alla voce Beneficium raccoglie un rilevante materiale topico. La beneficenza è dunque contigua alla magnificenza, alla prodigalità, e, soprattutto alla liberalità, ed è una virtù, in quanto consiste nel fare il bene: "Liberalitati finitima est beneficentia, ex eo quod aliis bene faciendo prosit dicta, idque cum liberalitate commune habet; inter utramque tamen hoc interest, quod illa pecunia tantum adiuvat, haec opera. Utriusque tamen propositum cum sit prodesse aliis, utriusque gratuitus finis est, solamque benefaciendi rationem respicit, ut, si differant materia, in qua versentur, fine ipso conveniant" ("La beneficenza confina con la liberalità, in quanto il suo nome deriva dal giovamento che essa procura facendo del bene, ed ha proprio questo in comune con la liberalità. C'è però fra esse la differenza che l'una, la liberalità, soccorre soltanto col danaro, l'altra con l'opera, ma poiché il proposito nell'una come nell'altra è quello di giovare altrui, il fine è disinteressato in ambedue e riguarda un solo principio, quello di fare del bene", Pontano, Trattati delle virtù sociali, p. 68). Il beneficio riguarda anche l'onore (Tasso, Il Forno), ed è categoria fondamentale del buon governo e della famiglia, nel rapporto di "servitù" tra padrone e servitore: "Se e' prìncipi, quando viene loro bene, tengono poco conto de' servidori, per ogni suo piccolo interesse gli disprezzano e mettono da canto, che può sdegnarsi o lamentarsi uno padrone se e ministri, pure che non manchino al debito della fede e dell'onore, gli abandonano o pigliano quelli partiti che siano più a loro beneficio?" (Guicciardini, Ricordi, 4). È uno straordinario strumento di persuasione: "Ma bello e mirabile e leggiadro e magnanimo e glorioso artificio è questo del perdonare a' nemici e di vincer gli animi loro e di soggiogarli co' benefici e con le grazie" (Tasso, Il Costante). Nell'Iconologia di Ripa abbiamo la seguente descrizione della "Memoria grata de' benefizi ricevuti":« Una graziosa giovane incoronata con ramo di ginepro folto di granelle; tenga in mano un gran chiodo, stia in mezzo d'un leone e un'aquila. Incoronasi con ginepro, per tre cagioni, l'una, perché non si tarla, né s'invecchia mai (Plinio, VI 40: Cariem et vetustatem non sentit iuniperus), così la grata memoria per alcuno tempo non sente il tarlo dell'oblivione, ne mai s'invecchia, però la figuriamo giovane. La seconda perché al ginepro non cascano mai le foglie (come narra Plinio, XVI 21), così una persona non deve lasciarsi cadere di mente il beneficio ricevuto. La terza perche le granella del ginepro stillate con altri ingredienti giovano alla memoria. Il chiodo che tiene in mano è tolto dagli adagi, in quel proverbio Clavo traballi figere beneficium(conficcare il beneficio con un chiodo da trave), per denotare la tenace memoria del beneficio ricevuto. Ponesi in mezzo al leone e all'aquila perché questi animali, ancor che privi di ragione, hanno mostrato di tener grata memoria de benefici ricevuti» .

Floriana Calitti

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