Rinascimento
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Categorie - Capitano, condottiero e soldato
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La forma capitano deriva dal latino parlato "capitanu(m)", da "caput-capitis": 'capo'. In genere indica il grado della gerarchia militare corrispondente al comando di una compagnia di fanteria o di uno squadrone di cavalleria. Nella società italiana del Rinascimento, il termine capitano indica prevalentemente il capitano di ventura, cioè il comandante di una compagnia di mercenari che viene assoldato di volta in volta da diversi stati o città. In Machiavelli, Discorsi  II.18, leggiamo: «Essendosi ridotta la milizia italiana, da' venticinque anni indietro, in uomini che non avevano stato, ma erano come capitani di ventura, pensarono subito come potessero mantenersi la riputazione, stando armati loro e disarmati i principi». La polemica di Machiavelli contro i capitani di ventura e i soldati mercenari in genere è molto forte: si veda Arte della guerra I: «Non avete voi nella memoria delle cose vostre come, trovandosi assai soldati in Italia sanza soldo per essere finite le guerre, si ragunarono insieme più brigate, le quali si chiamarono Compagnie, e andavano taglieggiando le terre e saccheggiando il paese, sanza che vi si potesse fare alcuno rimedio?». L'impiego delle armi mercenarie (al servizio solo dell'«ambizione altrui» e prive di slancio ideale) da parte degli stati italiani è considerata da Machiavelli una delle cause più evidenti della caduta dell'Italia di fronte alla discesa di Carlo VIII.  Il riferimento al capitano di ventura è presente anche in Ludovico Ariosto, Cinque canti, II.32: «Fu suscitato Unnuldo l'aquitano/ a soldar genti faziose e ladre:/ mettendo terre a sacco, capitano/ di ventura era detto da le squadre».  In senso generico, il termine trova impiego in Castiglione, Libro del Cortegiano, I.43: «né mi mancheriano esempi di tanti eccellenti capitani antichi, i quali tutti giunsero l'ornamento delle lettere alla virtù dell'arme». Un significato del tutto analogo ricopre il lemma condottiero, che anzi specifica meglio il carattere mercenario del capitano. L'etimologia di condottiero rimanda infatti al termine condotta: "quantità di truppe che un capo conduceva agli altrui stipendi". Si veda l'uso del lemma in Aretino, La Talanta, IV.16: «Né anco vecchia, conciossia ch'io me ne valsi ne la dieta, che noi condottieri facemmo a Marignano, dopo la vittoria del Re». Il grado più basso della gerarchia militare è ricoperto dal soldato. Egli è colui che «esercita l'arte della milizia prendendo soldo» come ci indica Boccaccio in Decameron, V, 5. Sulle competenze del soldato, si veda Tommaso Garzoni, Piazza universale di tutte le professioni del mondo, disc. LXXXII: «E a' soldati s'aspetta andar al soldo, pigliar le paghe, i quartieri, i quartironi, le paghe scorse; e poi quando son sediziosi, sogliono ammutinarsi, rubbar le paghe, alloggiare a discrezione, manomettere il tutto, e passar per lor premio e guiderdone, all'ultimo, per le picche. Oltre di ciò s'aspetta loro, servir di bando talora, provedere al campo, dare e torre gli alloggiamenti, levargli, far la risegna, far la mostra».  Nella società di Antico regime quella del soldato è una categoria professionale al pari di altre, con possibilità di dinamismo sociale (al contrario di quanto accade per plebei e contadini, immobilizzati nella loro fascia sociale). Si veda la Civil conversazione del Guazzo al par. 1 A18b: «Ma perché voi soggiungete che gli uomini di corte e di negozii sono privi di lettere, qui mi conviene ricordarvi che sì come sono diverse le scienze, l'arti e le professioni, così diversa è la vita degli uomini: i quali, sì come a Dio piace, sono chiamati chi alla mercatanzia, chi alla milizia, chi alla medicina, chi alle leggi. E perché tutti questi drizzano il corso ad un fine d'acquistar con quei mezi onore e utile, voi vedete che ciascuno d'essi divide l'età sua in due parti, l'una nell'apprendere quelle cose che gli possono bastare ad incaminarsi al già detto fine, e l'altra nell'operare».

Alessandro Capata

Riferimenti bibliografici
Niccoli, Ottavia. I sacerdoti, i guerrieri, i contadini. Torino: Einaudi, 1979.

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