La figura del cavaliere ha un'origine medievale: il termine ha origine dal latino tardo caballarius ("colui che è addetto ai cavalli"), divenuto, in provenzale, cavalier e poi, in francese, chevalier. Il cavaliere appartiene alla nobiltà feudale e, in genere, presta servizio presso la corte di un principe: nel corso del Medioevo tale condizione è istituzionalizzata e regolamentata da uno specifico codice d'onore. Nella società medievale, e nel suo immaginario culturale, il cavaliere è il guerriero a cavallo, rinchiuso in una possente armatura, con la fidata spada, sempre pronto ad azioni militari, ma anche a imprese generose verso deboli e perseguitati, soprattutto donne. Qualcosa di questa originaria pertinenza sopravvive negli usi contemporanei, che ancora contemplano gesti di cavalleria (a esempio dare la precedenza a donne, anziani, bambini). Alle avventure dei cavalieri si rifà la tradizione narrativa dei romanzi che da loro prendono il nome: romanzi o poemi "cavallereschi", perché raccontano le avventure d'amore e di guerra dei cavalieri (spesso "erranti": alla ricerca della prova che ne certifichi il valore), e li celebrano come eroi dal comportamento esemplare, fondato sull'onore e sulla cortesia. Orlando è la figura archetipica dell'immaginario eroico medievale: le gesta del paladino, protagonista del testo fondativo di tutta la tradizione cavalleresca (la Chanson de Roland: "il cantare di Orlando") e dei suoi commilitoni, come pure dei loro altrettanto eroici, perché pur sempre cavalieri, avversari diventano la materia di una serie infinita di romanzi e di cantari, che confluiscono direttamente nei poemi di Boiardo e di Ariosto, che di questa estesa tradizione medievale sono epilogo e celebrazione. Già nei primi versi del Furioso troviamo: "le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, / le cortesie, l'audaci imprese io canto"; mentre l'Innamorato esordiva con: "Signori e cavallier che ve adunati / per odir cose dilettose e nove". La centralità narrativa del cavaliere attraversa tutto il Cinquecento, sino a Tasso: Tancredi è il "cavalier che la donna stringe / con le robuste braccia" nel drammatico duello con Clorinda nel canto XII della Gerusalemme liberata. Sin dal Medioevo sono particolarmente diffusi gli ordini cavallereschi, istituzioni che organizzano funzionalmente una casta aristocratica di livello intermedio nell'ordine feudale: durante le crociate vengono creati degli ordini particolari come i Templari o i Cavalieri del Santo Sepolcro, impiegati in compiti di carattere religioso e militare. Il titolo di cavaliere, se corrisponde inizialmente a una reale esigenza di organizzazione sociale, diventa poi un riconoscimento onorifico, che contraddistingue l'appartenenza a uno status privilegiato. Nelle società di Antico regime, l'attributo di cavaliere riconosce una particolare dignità alla persona cui è rivolto: e si correla pertanto a nobiltà. Presso le corti rinascimentali, assume un ruolo peculiare la figura del cavaliere letterato, spesso autore di manuali di scienza cavalleresca destinati all'educazione dei giovani nobili. Nel corso del Cinquecento, va riducendo progressivamente la sua importanza il valore fondativo della cortesia, sostituita dall'osservanza rigorosa dell'etichetta e delle regole cortigiane. È di Francesco Sansovino, a metà Cinquecento, la classificazione delle differenti tipologie di cavaliere: gli ordini corrispondono infatti alla cavalleria di collana, di croce, di spada. Del cavaliere, Sansovino dà un'adeguata definizione: "Questo nome di cavaliero, significativo di carico di milizia o di degnità, deriva nella lingua volgare da questa voce cavallo. La medesima derivazione si fa ancora nella lingua latina, percioché chiamandosi il cavallo equus, si dice eques al cavaliero. Onde si vede senza alcun dubbio che cavaliero, nell'una e nell'altra lingua, non vuol dire altro che dignità, provenuta nello uomo dallo essercizio dell'armi fatto a cavallo, percioché dicendosi cavaliero si intende persona di qualità e degna di onore" (Sansovino, Della origine de' cavalieri libri quattro, stampato a Venezia nel 1583). Un altro scritto sul cavaliere è il Trattato del debito del cavalliero di Pompeo Torelli (1596), dove viene illustrata un'etica cavalleresca rapportata alla corte e alle sue istituzioni. Nel Libro del Cortegiano il cavaliere è di casa, dal momento che intende celebrare "quanto la corte di Urbino fosse degna di laude e come di nobili cavalieri ornata" (IV 2). Ed essere un buon cavaliere (in senso proprio, in quanto esperto di equitazione) è una delle qualità del cortigiano: "però voglio che l nostro cortegiano sia perfetto cavalier d'ogni sella, ed oltre allo aver cognizion di cavalli di ciò che al cavalcare s'appartiene, ponga ogni studio e diligenza di passar in ogni cosa un poco più avanti che gli altri, di modo che sempre tra tutti sia per eccellente conosciuto" (I 21); o, ancora: "vedete come un cavalier sia di mala grazia, quando si sforza d'andare così stirato in su la sella" (I 27).
Paola Cosentino
Riferimenti bibliografici
Franco Cardini, Guerre di primavera. Studi sulla cavalleria e la tradizione cavalleresca, Firenze, Le Lettere, 1992.

