Come attributo proprio e costitutivo del cives ("cittadino"), civile definisce l'insieme di virtù che caratterizza il vir (in contrapposizione a homo, che è l'uomo allo stato di natura) nella dimensione aggregata della società e lo qualifica a un livello superiore, anche se la propensione alla vita associata è considerata presente già allo stato prerazionale, cioè naturale, in quanto attributo proprio dell'"animale" uomo, che "per natura è essere socievole", come scandisce un fondamentale assioma di Aristotele (Politica 1253a), ribadito da Cicerone: "inter nos natura ad civilem communitatem coniuncti et consociati sumus" (De finibus III, 166: "dalla natura siamo congiunti e associati tra noi per il bene comune"). E ancora alla natura rinvia la costituzione stessa della politica, in quanto originariamente pertinente alla città (in greco pólis): "hominis natura habet quiddam ingenitum quasi civile atque populare, quod Graeci politikós vocant" (De finibus V, 66: "la natura dell'uomo ha un qualcosa congenito per così dire civile e popolare, che i Greci chiamano politico"). In Quintiliano, Institutio oratoria II, 15 25, civilitas traduce politiké téchne, che in Platone (nel Gorgia) significa "arte di governare lo stato". Nel Quattrocento e nel Cinquecento civile indica generalmente doveri, funzioni, arti, costumi che concernono la vita pubblica e il funzionamento di una comunità urbana, il cui esercizio compete al cittadino come cellula integrata della compagine sociale nella forma repubblicana e comunale. Nel Quattrocento le virtù civili tendono a rientrare in un complesso che ha al suo vertice le virtù contemplative. Nella Vita civile di Matteo Palmieri il civile è il più basso tra i quattro gradi della virtù, così distinti: civile, purgatoria, d'animi già purgati, esemplare o veramente divina. La prima regolamenta l'individuo e poi la società: "i buoni uomini prima governano loro e le loro case; dipoi, divenuti governatori delle republiche, acrescono, consigliono e difendono quelli" (Palmieri 1982, I, 186'189). In Alberti l'attributo della civilitas si applica all'economia famigliare sana e opulenta, che contempla oltre all'utile collettivo l'onore e lo splendore individuale: nell'"uso civile" bisogna cercare di "abondare di meravigliose gentilezze" (Libri della famiglia, I 67); la condotta di chi impiega forze e ingegno in onore e fama della patria, della famiglia, di se stesso, è "netto, pulito, civile" (III 101); il vivere di una famiglia in cui si pratica la masserizia è "civile e splendido" (III, 151); e ancora: "virtuoso uomo e civile" (IV 111); "uomo umano e civile" (IV 135). In Machiavelli civilità è categoria fondamentale dell'organismo politico e base dei comportamenti morali e politici che ne consentono l'esistenza in nome dell'interesse collettivo: nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio (I 2) il governo ottimatizio degenera in oligarchico "sanza avere rispetto ad alcuna civilità"; i gentiluomini "sono al tutto inimici d'ogni civilità" (I 55); i principi orientali sono "dissipatori di tutte le civilità" (II 2): "quel duca [Gian Galeazzo Visconti] trovò la città di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi ad ogni bene ordinata civilità contrari" (Storie fiorentine, VII 28). Dalla fine del Quattrocento civile e civiltà passano a riguardare la sfera delle virtù individuali, in quanto qualità dell'animo e forma dei rapporti tra le persone nella dimensione privata. Nel De sermone (I 30 5) Pontano colloca la civilitas fra le tre virtù sociali che Aristotele illustra nell'Etica Nicomachea (IV 6-8). Accanto a sincerità e spirito faceto, in Aristotele è una terza virtù senza nome vicina all'amicizia, che consiste nella condotta retta e nell'evitare l'asprezza odiosa delle liti e l'acquiescenza servile dell'adulazione. Pontano la distingue dalla comitas ("gaiezza"), perché questa non è estesa universalmente a tutti i gradi sociali, ai cittadini così come ai forestieri e anche ai soggetti inferiori (popularitas), e dalla humanitas, perché humanus non designa propriamente il carattere di chi è socievole e contrario al contenzioso. La identifica perciò nella civilitas, in quanto peculiare del cittadino onorato, a patto che si estenda il termine oltre le operazioni che propriamente si dicono civili, cioè pertinenti ai negozi dello stato, anche alla sfera della conversazione e del diletto: "in omni actione et vita, delectu adhibito et rerum et personarum itemque et locorum et temporum, iocandi hilaritas haec ac modestia magnopere laudatur nullumque omnino civilis vitae genus dedecet" (V 2 9: "in ogni circostanza e situazione, con la dovuta scelta degli argomenti, delle persone, dei luoghi e dei tempi, questa piacevolezza e misura nello scherzo è molto apprezzata e non disdice ad alcuna sorte di vivere civile"). Nel Cortegiano "civile" non riguarda più la sfera delle virtù naturali, ma si configura come sapere acquisito, frutto di conoscenza e di formazione (institutio), e connota "la sapienza civile di congregarsi insieme nelle città e saper vivere moralmente" (IV 11) concessa da Giove agli uomini, i quali non possono stare uniti "per mancamento della virtù civile": non è "artificiosa sapienzia", ma consiste in giustizia e vergogna, cioè virtù naturali "che non s'imparano". In un altro luogo Castiglione riconosce che per "indur al viver civile i populi [...] efferati" (IV 47) sono necessari la forza e l'ordine di una società ordinata da leggi, e in questa funzione la civiltà diventa "nobil filosofia", esemplificata con Alessandro Magno istruito da Aristotele. Ma è Erasmo, nel De civilitate morum puerilium ("La civiltà dei costumi dei bambini"), a conferire nuovo significato al termine, che d'ora in poi nella cultura europea indicherà il complesso dei comportamenti convenienti e moralmente leciti sui quali fondare l'educazione dei fanciulli, perché possano essere cittadini e cristiani civili. Diversamente dai codici comportamentali cavallereschi o dalle regole medievali sul comportamento a tavola o a scuola, che avevano valore particolare e contingente, Erasmo stabilisce principi universali che si rivolgono a tutti gli individui senza distinzioni di classe o di stato, perché sono basati sulla ragione e sull'amore (charitas). Nella Civil conversazione di Stefano Guazzo "il viver civilmente non dipende dalla città, ma dalle qualità dell'animo; [...] intendo la conversazione civile non per rispetto solo della città, ma in considerazione de' costumi e delle maniere che la rendono civile. [...] voglio che la civil conversazione appartenga nonché agli uomini che vivono nelle città, ma ad ogn'altra sorte di persone dovunque si trovino e di quello stato si siano" (Guazzo 1993, I A32). Civiltà e politezza diventa una coppia di virtù solidali in grado di connotare la forma del vivere: indispensabili per il gentiluomo, solo nei servi potrebbe essere surrogata da un'altra coppia, fede e lealtà (2 A160).
Franco Pignatti

