Nell'accezione più generale di "abitante del contado" (contrapposto a cittadino) contadino è termine comune nel Cinquecento: "Tutti quegli che sopportano l'estimo del contado, che da questo si chiamano contadini" (Varchi 1857, II, p. 388); "coloni esser veramente quelli, che noi propriamente diciamo lavoratori, [...] ma da non molti anni in qua si son comunemente chiamati contadini [...] la parola contadino, come che convenga ancora a loro, è molto più larga [...] perché comprende eziandio quelli che non lavorano la terra, e molti nobili e chiari di sangue e di grado" (Borghini 1584, I, pp. 367'368). Nel senso di "semplice", "rozzo", "grossolano", "volgare", contadino è diffuso accanto al più specifico villano, nel senso di "abitante di villa" (cioè contado). La cultura rinascimentale poteva contare su una serie pressoché ininterrotta di testi scritturali e classici nei quali rintracciare una celebrazione dei lavori dei campi e della figura dell'agricoltore. Accanto a questa apologetica fioriva una letteratura satirica dove la villa e il villano si rivestono di panni realistici e acquistano caratteri deteriori. Maffeo Vegio nel poemetto Pompeiana (1423) e negli Epigrammata in rusticos affastella invettive contro i disagi della vita agreste e affibbia ai contadini tutti i possibili vizi: sono ladri, ingannatori, pigri, rozzi, grossolani, senza pudore, misura, rispetto, riconoscenza, non hanno nulla di umano: "Non possum non mirari, gens incola ruris, / cum nihil humani, nil sapitis fidei" ("Non posso che stupirmi, abitanti della campagna: non avete nulla di umano, nulla di leale"); "Vos ergo humano quam primum caedite caetu: / non hominum species vestra, bovum magis est" ("Voi vi sottraete alla comunità degli uomini, non è aspetto umano il vostro, piuttosto di buoi"). Tommaso Garzoni nella Piazza universale (LVI, Degli agricoli o contadini o villani) raccoglie un nutrito elenco di questi topici vizi: il villano "è sordido quanto dir si possa"; "sono i villani incivili affatto nella conversazione"; "hanno communemente la conscienzia grossa"; hanno "il diavolo addosso che gli regge e gli governa", eccetera (Garzoni 1997, pp. 821-822). Questi toni iperbolici sono estranei alla trattatistica di economica, nella quale l'elogio dell'economia rurale si coniuga alla considerazione dei problemi concreti che essa comporta. Leon Battista Alberti, nel terzo dei Libri della famiglia, riflette sulla condotta scaltra ed esosa del contadino ai danni del proprietario e agli altri possibili difetti antepone quello della malizia: "cosa da nolla credere, quanto in questi aratori cresciuti tra le zolle sia malvagità. Ogni lor studio sta per ingannarti; mai a sé in ragione alcuna lasciano venire inganno; mai errano se non a suo utile; sempre cercano in qualunque via avere ed ottenere del tuo" (III, 310). L'immagine del villano sciocco e grossolano, predisposto ad essere beffato, era stata consacrata da Boccaccio nel Decameron, a esempio nella novella VI 10 o in quella III 8 (Ferondo è "ricchissimo villano", ma "uomo materiale e grosso senza modo"); anche se ha delle eccezioni in Masetto da Lamporecchio (III 1) e in Griselda (X 10). Largamente prevalente nella novellistica (ma Machiavelli, in Belfagor arcidiavolo scrive: "Era Giammatteo, ancora che contadino, uomo animoso"), la prima caratterizzazione trova una rilettura meno condizionata dall'ideologia borghese'mercantile nella letteratura dell'età di Lorenzo de' Medici I Motti e facezie del Piovano Arlotto danno un ritratto dal basso del contado fiorentino, nel quale il registro faceto non soffoca i tratti autentici e umani; la Nencia da Barberino di Lorenzo de' Medici inaugura di filone rusticale'nenciale che ingentilisce i contenuti di polemica antivillanesca in una rappresentazione divertita e sorridente, destinata a fiorire in terra toscana oltre le soglie del Seicento con la Tancia di Michelangelo Buonarroti il giovane. Elementi realistici sono presenti anche nel Parlamento di Ruzante ritornato dal campo, dove il villano è vittima di un mondo di ingiustizie e di sopraffazioni: "villano è chi fa le villanie, non chi sta in villa" (Ruzante 1967, p. 520). Non mancano nella caratterizzazione del villano temi da considerare sulla lunga durata dell'antropologia. In Orlandino V, 57-58 Teofilo Folengo, in una grottesca parodia della Genesi, descrive la creazione del villano dallo sterco: "Surge, villano, disse Giove allora / e il villan di quei stronzi salta fora", e la figura folklorica del villano bestiale, erede dell'homo silvaticus medievale, irsuto e deforme, percorre la letteratura semidotta fino al più famoso di tutti, il Bertoldo di Giulio Cesare Croce: "un villano brutto e mostruoso sì, ma accorto e astuto, e di sottilissimo ingegno".
Franco Pignatti

