Modellato sul latino convivium (alla lettera: "mangiare insieme"), il convito, o convivio, è l'evento rituale corrispondente al simposio greco di cui trattano Platone e Senofonte (entrambi autori di un Symposion). Il simposio (etimologicamente: "bere insieme") è un banchetto cui partecipano uomini virtuosi capaci di unire al piacere del cibo e del vino anche il gusto per un'amabile conversazione e per altre forme di intrattenimento. Nel De senectute Cicerone sottolinea la differenza fra la tradizione greca del simposio e la funzione sociale e culturale del convivium latino: "bene enim maiores nostri accubationem epularum, quod amicorum et vitae coniunctionem haberet convivium nominarunt, melius quam Graeci, qui hoc idem tum compotationem, tum concoenationem vocant: ut quod in eo genere minimum est, id maxime est probare videantur" (13: "benissimo, infatti, i nostri antenati chiamarono convivio lo stare a tavola fra amici, appunto perché comporta comunanza di vita; meglio dei Greci che chiamano la stessa cosa ora simposio ora pasto in comune, tanto che sembra che diano la massima importanza a quanto, in questo caso, conta di meno"). Rigorosa era la normativa relativa ai convitati, i quali, secondo Varrone, dovevano essere di numero non inferiore a quello delle Grazie (cioè tre) e non superiore a quello delle Muse (cioè nove): ne riferisce Aulo Gellio (Noctes Atticae, XIII 2). La tradizione del convito ha dato origine a una tradizione letteraria nella quale si possono annoverare i testi che vanno dalle Quaestiones conviviales di Plutarco ai Saturnalia convivia di Macrobio, dal Convivio di Dante al Convito morale di Pio Rossi del 1639; oltre alla particolare tipologia del dialogo che si autodefinisce come "discorsi fatti a tavola". Col significato metaforico di "banchetto del sapere", il convito ha dato luogo a un topos di evidente valenza simbolica che l'Umanesimo eredita dall'antichità classica, con tutte le metafore alimentari del cibo (e del bere) che ne conseguono. L'immagine del convito come mensa spirituale per gli uomini dotti rimanda, inoltre, all'idea umanistica della Biblioteca. Questa forte tradizione è rilanciata dalla cultura umanistica; ad esempio nel De conviventia di Pontano: l'opera dell'umanista napoletano fa parte del novero dei trattati morali dedicati al denaro in cui si discetta in merito alla conviventia, intesa come forma particolare di vita associata ispirata a regole di ospitalità e di civiltà. "Tametsi [...] hominem homini natura conciliat ad hanc tamen naturae conciliationem duae cum primis res mihi videntur plurimum conferre, eorundem scilicet studiorum societas consuetudoque convivendi" (Prologo: "quantunque sia la natura stessa ad accordare l'uomo con l'uomo, tuttavia mi sembra che due cose soprattutto diano il maggiore apporto a questa naturale socievolezza, e cioè la comunanza d'interessi e l'uso di pranzare insieme"); o, ancora: "Convivia igitur, in quibus convivalitas versatur" (2: "I conviti, dunque, dove si esercita la virtù dell'ospitalità"). Anche Alberti rievoca la pratica antica del convivium, quando ricorda che "Catone solea dire la mensa a convito, dove più s'apregiava e' ragionamenti e festività tra gli amici che le vivande, essere procreatrice delle amicizie. E dicea Paulo Emilio el convito bene aparecchiato essere opera d'animo grande, non dissimile a chi bene ordini lo essercito" (Libri della famiglia, IV 134). Nella società cortigiana il convito diventa una rappresentazione, quasi un teatro, sotto il segno dello splendore e della magnificenza: "subitamente un gran convito fassi, / per dimostrar maggior magnificenzia" (Pulci, Morgante, XIX 35); "Dentro una ricca sala immantinente / apparecchiossi il convito solenne" (Ariosto, Orlando furioso, XXXIII119). Nel quarto libro della Civil conversazione di Guazzo è descritto un convito come compiuta "forma della civile conversazione", compendio della civiltà cortigiana, della sua capacità di produrre insieme piacevolezza e cultura, intrattenimento e mondanità, sotto il segno della grazia e del gioco. Anche la tradizione simbolica del convito come banchetto del sapere entra nella cultura moderna, dopo il Convivio dantesco; in senso figurato, come convito amoroso è proposto da Bembo: "Io per me non mi seppi mai far così savio che io a quella guisa ne' conviti d'Amore mi sia saputo attemperare" (Asolani, 110). Il convito è un banchetto solenne, sontuoso: ha le caratteristiche di un "giovane ridente e bello di prima lanugine, stando dritto in piedi, con una vaga ghirlanda di fiori in capo, nella destra mano una facella accesa, e nella sinistra con un'asta, e sarà vestito di verde [...]. E si fa giovane, per essere tale età più dedita alle feste e a' solazzi, che l'altre non sono"; così ne tratteggia l'iconografia Cesare Ripa.
Paola Cosentino
Riferimenti bibliografici
Giovanni Pontano, I trattati delle virtù sociali, a cura di F. Tateo, Roma, ed. dell'Ateneo, 1965

