Rinascimento
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Categorie - Dialogo
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La cultura umanistica fa del recupero della forma del dialogo una delle sue bandiere, il simbolo stesso della sua rinascita sotto il segno degli Antichi. La riscoperta dei dialoghi di Cicerone propone un modello di discorso verosimile basato sulla dimostrazione retorica, alternativo alla dialettica propugnata dai filosofi scolastici. Nell'opera dell'oratore latino, da cui si origina la tipologia principale della dialogistica quattrocentesca (combinata con il recupero della lezione di Platone), è individuata una posizione che, pur conservando l'anelito alla verità, ne teorizza l'acquisizione solo al livello probabile delle interpretazioni individuali, e perciò introduce istanze di tolleranza intellettuale e di eclettismo. Accanto al modello ciceroniano si diffonde il filone del dialogo paradossale, ispirato ai dialoghi di Luciano di Samosata, che trova la sua  interpretazione più alta nei Dialogi di Pontano e nelle opere di Erasmo da Rotterdam, oltre ad elementi di tradizione platonica e agostiniana (Agostino è all'origine del dialogo rinascimentale con il Secretum di Petrarca, dove la ricerca della verità è rappresentata per la prima volta come processo interiore). L'argomentazione verosimile condotta sui particolari impone una nuova dimensione della conoscenza, storicamente determinata e che non prescinda dalle situazioni reali e dalla psicologia dei personaggi. Alla comprensione degli universali in forma di concetti subentra l'atto concreto del conoscere, che le componenti emotive e sociali connesse alla dimensione della retorica configurano essenzialmente come persuasione. Perciò esso si trova a coincidere con il momento sociale della conversazione e dello scambio di opinioni tra gli interlocutori, che configura la ricerca della verità come itinerario aperto e sperimentale, suscettibile a revisioni e a integrazioni e tendenzialmente aporetico (cioè strutturalmente non idoneo a risolvere con certezza univoca la contraddizione introdotta da due posizioni diverse, entrambe possibili).Il dialogo come genere letterario si presta in maniera congeniale a esprimere le strutture mentali di un pensiero intrinsecamente indifferente alla coerenza logica di sistema e votato alla circolarità delle opinioni: e la conservazione della pluralità delle diverse vedute, sia in ragione di una loro sostanziale complementarità, sia come aspetti molteplici di una polimorfia della realtà non riducibile a meccanismi logici astratti è aspetto fondativo del dialogo umanistico. Il dialogo cinquecentesco non conosce la flessibilità della produzione umanistica. Le due opere principali della dialogistica della prima metà del secolo, Cortegiano e Asolani, riflettono il clima neoplatonico dominante e rappresentano i testi fondativi della nuova cultura del Classicismo, che si riconosce in pieno nel modello ciceroniano, rivendicando però - rispetto alla temperie umanistica - le ragioni di una sintesi ideale, ancorché prodotta sempre per vie probabili e non introducendo un livello superiore incompatibile con la forma dialogica.Decisivo per la storia del dialogo nel Cinquecento è l'avvento dell'aristotelismo letterario, che stimola il dibattito intorno alla natura del dialogo come opera poetica e lo innerva in questioni nevralgiche nella contemporanea critica letteraria. Rispetto al Quattrocento, il recupero più approfondito dell'Aristotele logico contribuisce a precisare con maggiore rigore l'identità conoscitiva, assegnando al dialogo un ruolo preciso nel sistema della conoscenza. Spinto fino alle conseguenze più radicali nel De dialogo liber di Carlo Sigonio (pubblicato nel 1562) e nei Dialoghi di Torquato Tasso, esso si propone come estremo tentativo di sostenere una forma di sapere umanistico fondato sul particolare e sull'esperienza. La conclusione della parabola produttiva di questo genere si trova a coincidere con la crisi della società cortigiana, di cui il dialogo è forma esemplare e simbolica, e con la estensione indiscriminata della forma dialogica ad argomenti di ogni tipo, anche tecnici e scientifici, che ne accentuano in maniera strumentale le opportunità espositive e didascaliche. Sul piano conoscitivo il metodo sperimentale di Galilei, anche se ricorre esteriormente alla forma dialogica, ne modifica in maniera irreversibile gli istituti interni, ponendo fine alla concezione della conoscenza come fatto eminentemente logico e interno al linguaggio.

Franco Pignatti

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