Rinascimento
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Dignità
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Dal latino dignitas, da dignus: "degno". È l'attributo virtuoso che attribuisce funzioni di responsabilità negli apparati istituzionali dello stato di Antico regime (da qui la denominazione di "dignitari"), e perciò onori e benefici: dignità assume pertanto il significato di "carica pubblica" e di "alto ufficio", sempre il relazione al governo dello stato, ma anche quello di "contegno nei rapporti umani e sociali" e quindi di "prestigio", "valore" e "onore". Questa articolazione semantica di dignità è già attestata negli usi classici: Cicerone, Ad familiares, XII'XXIII: "O multa intolerabilia locis omnibus! sed quo tua maior dignitas, eo quae tibi acciderunt minus ferenda" ("Dappertutto dunque cose dure da tollerare! Ma tanto più duro quello che accade a te quanto maggiore è la tua posizione"); Sallustio, Catilinae Coniuratio, 35: "Hoc nomine satis honestas pro meo casu spes relicuae dignitatis conservandae sum secutus" ("Per questo motivo, la situazione in cui mi trovo, il mio decoro e la speranza di salvare quel poco di dignità che mi resta mi hanno indotto a seguire questa via"); Seneca, De beneficiis, IV 19: "est ergo aliquid per se expetendum, cuius te ipsa dignitas ducit, id est honestum" ("quindi c'è qualcosa che deve essere desiderata di per se stessa, il cui valore di per se stesso ti attira: ciò è proprio l'onestà"). E passa poi negli usi volgari: Boccaccio, Decameron I, IV: "salitosene, avendo forse riguardo al grave peso della sua dignità e alla tenera età della giovane"; Alberti, Famiglia, I 16: "e grazia, e insieme apresso degli altri benivolenza, dignità e autorità, e appresso de' nipoti"; Ariosto, Orlando furioso, VIII, 85: "E per potere entrare ogni sentiero, / che la sua dignità macchia non pigli, / non l'onorata insegna del quartiero"; Guicciardini, Storia d'Italia, I 12: "Lo incitò quanto più gli fu possibile alla conservazione della propria degnità, ricordandogli che si proponesse innanzi agli occhi non tanto quello che di presente si trattava quanto quello che importava l'essere stata". Il termine incontra anche un significato affine a quello di onore, indicando qualità morali positive. Sempre in rapporto con altre virtù: nel Cortegiano, a esempio, è in correlazione a splendore, veemenza, grazia, onori, bellezza; ed è proposto come uno dei principali attributi del principe (in IV 33) e del gentiluomo (in I 49), ma connota anche la superiorità delle lettere rispetto alle armi, o delle donne rispetto agli uomini. Alla dignità sono dedicati alcuni testi cinquecenteschi: il dialogo di Torquato Tasso, De la dignità (1587), un capitolo dei Ricordi overo ammaestramenti di Saba da Castiglione (pp. 78r'81r, ricordo 115: Delli titoli e dignità del mondo). Ed è da ricordare che la cultura umanistica aveva celebrato la dignità dell'uomo, con l'opera di Giovanni Pico della Mirandola, l'Oratio de hominis dignitate(1486).

Alessandro Capata

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