Dal latino discretio, nel senso di "separazione", "distinzione", "differenza": "Sit igitur divisio rerum plurium in singulas, partitio singularum in partes discretio" (Quintiliano, Institutio oratoria, VII, I 1: "Intendiamo dunque per divisione quella di più argomenti in singoli argomenti, per partizione la divisione in parti degli argomenti singoli"); "Vergilius autem, dum in strepitu sonituque verborum conquirendo laborat, utrumque tempus nulla discretione facta confudit" (Gellio, Noctes Atticae, XVII, X 12"Virgilio, invece, tutto preso nella ricerca di strepitosi effetti onomatopeici, ha mischiato le due situazioni senza fare nessuna distinzione di tempo"). Questo significato originario è adattato - nella cultura medievale e moderna - alle funzioni argomentative e logiche: "Discretio est examen et disquisitio diligens inter duo, quorum alterum re ipsa tale est quale nobis apparet, alterum falsum tantum illius quod verum esse creditur imaginem et speciem externam prae se fert et gerit" (Polyanthea, p. 224: "La discrezione è l'esame e la ricerca diligente tra due cose, una delle quali è realmente quella che ci appare, l'altra, falsa, offre l'immagine e l'aspetto esteriore di ciò che si crede essere vero"). Negli usi volgari la discrezione presenta una nuova funzione semantica: è "prudentia, modestia, pudor, iudicium" (Alunno, La fabrica del mondo). Pertanto diventa la capacità di giudizio, di discernimento, di buon senso: e in questo senso è termine affine a saggezza e prudenza: "benché a questa età non si richiede gagliardia, ma prudenza e discrezione, pur vorrei almanco potere, come io solea, camminare" (Alberti, Libri della famiglia, III); ma conserva anche l'originario significato di "saper distinguere" "Però e in questo e in molte altre cose bisogna procedere distinguendo la qualità delle persone, de' casi e de' tempi, e a questo è necessaria la discrezione: la quale se la natura non t'ha data, rade volte s'impara tanto che basti con la esperienza; co' libri non mai" (Guicciardini, Ricordi, 186). Negli scritti di storia, troviamo usata la locuzione "a discrezione" nel significato di "essere in potere, in balia di qualcuno": "perché non avendo più i Pisani da defendersi né da vivere, se vi fusse stato Antonio, sarebbero stati innanzi stretti, che si sarebbero dati a discrezione de' Fiorentini" (Machiavelli, Discorsi, III, 16). Secondo la lezione di Pontano, la discrezione rappresenta la guida fondamentale dell'agire umano ed opera in stretta correlazione con la prudenza. Ricondotta all'ambito quotidiano del vivere, la discrezione viene altresì impiegata per indicare le qualità della cautela, della moderazione, della sagacia. Nella trattatistica rinascimentale sul comportamento, diventa la componente essenziale della misura: le buone maniere sono frutto di scelte consapevoli che vanno a formare un sistema di valori mondani perseguiti secondo l'etica del "giusto mezzo". La discrezione è dunque la categoria etica che consente di riconoscere le differenze e l'opportuna convenienza. E in questo senso ricorre nel Cortegiano, come categoria che contraddistingue il comportamento del gentiluomo in relazione alle circostanze della vita di corte: "Ma il condimento del tutto bisogna che sia la discrezione; perché in effetto saria impossibile imaginar tutti i casi che occorrono; e se il cortegiano sarà giusto giudice di se stesso, s'accomoderà bene ai tempi e conoscerà quando gli animi degli auditori saranno disposti ad udire, e quando no; conoscerà l'età sua" (Castiglione, Cortegiano, II 13). Ma ricorre anche in riferimento alla indispensabile riservatezza: "e credo che ognun di noi conosca che al cortegiano si convien aver grandissima riverenza alle donne, e che chi è discreto e cortese non deve mai pungerle di poca onestà, né scherzando né da dovero" (II 98). Anche nel Galateo, la discrezione è usata come sinonimo di saggezza e di giudizio, sempre in termini di misura. I precetti contenuti nel trattato individuano nella discrezione la virtù necessaria al mantenimento dell'equilibrio nei rapporti sociali. In relazione alla pratica delle "cirimonie", pur apertamente condannate, Della Casa, a esempio, ammette che: "Questa usanza adunque, così di fuor bella e appariscente, è di dentro del tutto vana e consiste in sembianti senza effetto e in parole senza significato; ma non pertanto a noi è lecito di mutarla anzi siamo astretti, poiché ella non è peccato nostro, ma del secolo, di secondarla: ma vuolsi ciò fare discretamente" (Galateo, 14). In quanto competenza che trova la sua più immediata applicazione in ambito pratico, la discrezione può indicare inoltre l'abilità artistica, l'ingegnosità creativa: "nella quale si veggono ingegnosamente tutte le cose lavorate da lui esser lavorate con discrezione e con bellissima grazia" (Vasari, Vite, I 13). Consapevole dell'ambiguità semantica di questa categoria, Guazzo, nella Civil conversazione, cerca di distinguere fra discretezza, ovvero "senso della misura", e discrezione, come "facoltà di scelta".
Paola Cosentino

