Rinascimento
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Gentile e gentiluomo
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Negli usi antichi gentile connota in senso proprio la nobiltà per nascita (o sangue), e quindi la forma composta gentile e uomo designa, sempre in senso proprio, l'"uomo nobile per nascita", in quanto nato da una stirpe o famiglia (gens) aristocratica; pertanto gentile è sinonimo di nobile e aristocratico. In questo senso designa il feudatario in possesso di rendite conseguenti dai suoi possedimenti terrieri: "E per chiarire questo nome di gentiluomini quale e' sia, dico che gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro possessioni abbondantemente, sanza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere" (Machiavelli, Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio, Lib. 1, cap. 55). Per gentiluomo come nobile appartenente a un illustre casato: "de Vinecia poco tempo si fa che vi fu un gentiluomo d'antiqua e nobile fameglia, assai giovane e costumato" (Masuccio Salernitano, Novellino, 38). Contro questa connotazione decisamente restrittiva del termine gentile e gentilezza già Dante e gli altri poeti del Duecento polemizzarono, rivendicando una nobiltà (e quindi una gentilezza) derivante dalla virtù: "Al cor gentil rempaira sempre Amore" di Guido Guinizelli è la canzone'manifesto di questa nuova cultura della gentilezza. Nel sistema culturale della corte, l'essere gentiluomo è attributo peculiare del cortigiano: e se la condizione di nobile è pur sempre necessaria, non è più ora condizione sufficiente. Decisiva diventa la forma del suo comportamento, rispetto alla "regula universalissima" della grazia e a tutto ciò che ne consegue in termini di convenienza e sprezzatura, sia in senso etico che estetico. Scrive Castiglione nel Libro del Cortegiano: "Voi adunque mi richiedete ch'io scriva qual sia, al parer mio, la forma di cortegiania più conveniente a gentilomo che viva in corte de' principi" (I 1); "perché infiniti rispetti astringono chi è gentilomo, poi che ha cominciato a servire ad un padrone" (II 22). Anche nel Galateo di Giovanni della Casa è molto marcata questa nuova dimensione culturale dei comportamenti: "manterrai il grado e la degnità che si conviene a gentiluomo bene allevato e costumato" (23). I gentiluomini di corte italiani sono spesso gentiluomini letterati, che consacrano il loro tempo libero (otium) alle lettere, nuovo strumento per conseguire quell'onore e quell'utile che resta la strategia costitutiva del loro servizio a corte: la gentilezza è la nuova forma per conquistare la grazia del principe e del signore, in grado di ridefinire il sistema delle pratiche clientelari, politiche, diplomatiche (cioè di servizio) che il gentiluomo è chiamato ad assolvere. Questa trasformazione di statuto del gentiluomo e della sua gentilezza diventa ancor più evidente nella seconda metà del Cinquecento, quando si registra il recupero di costumi feudali in una società, e nella sua cultura, ormai politicamente orientata verso un sistema aristocratico: i gentiluomini letterati scrivono ora soprattutto di questioni che riguardano il loro stato: Fausto da Longiano e Girolamo Muzio scrivono due trattati con lo stesso titolo (Il gentiluomo: nel 1542, il primo, e nel 1571, il secondo), ampiamente connessi con la nuova scienza cavalleresca dell'onore, del duello, della precedenza: "il concetto nuovo di gentiluomo che si viene sviluppando nella seconda metà del Cinquecento, appare inseparabile da quella scienza, dal concetto nuovo dell'onore, da una cupa e imperiosa religione della nobiltà e del sangue" (Dionisotti, p. 254) Per Torquato Tasso essere gentiluomo è condizione peculiare dell'uomo di corte, dotato di virtù intellettuali e culturali: "F. N.: Il signor Antonio Costantini, gentiluomo di bello ingegno e di molta letteratura" (Il Conte, 286); o, ancora, "diremo adunque che l'ambasciatore sia gentiluomo che appresso un prencipe rappresenta la persona d'un altro" (Il Messaggero, 82).

Paola Cosentino

Riferimenti bibliografici

Carlo Dionisotti, La letteratura italiana nell'età del concilio di Trento, in Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967

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