Rinascimento
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Categorie - Grazia
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Il concetto rinascimentale di grazia si connette al termine latino gratia, sia nel senso di "gratitudine" e di "favore" di uno nei confronti di un altro, sia di "bellezza del corpo". È affine a pulchritudo, forma, decor, venustas: "multaque cum forma gratia mixta fuit" (Ovidio, Ars amandi, II, 570; "e alla bellezza si mescolava un'infinita grazia"). Particolarmente importante la definizione di grazia nel senso di "favore" registrata dal Thesaurus linguae latinae, che segnala come il favore corrisponda all'elargizione di benefici: "gratia proprie favorem significat, inclinationem animi faciendum alicui, colendum aliquid tam ultro quam ob beneficium ante acceptum; hinc transfertur ad statum eius personae, cui hic favor accidit" ("in senso proprio la grazia significa "favore", cioè l'inclinazione a fare qualcosa per qualcuno, e d'altra parte a rendere omaggio a qualcuno in misura corrispondente al beneficio ricevuto; quindi la grazia si trasferisce allo stato della persona cui capita questo favore"). La grazia connota dunque l'intero circuito dello scambio, in senso attivo e in senso passivo: se qualcuno dispensa una grazia, il beneficato esprime il suo grazie. Questo significato si è mantenuto anche nella concezione della grazia cristiana. Nel campo delle artes dicendi e scribendi (le arti della retorica, in quanto "arti del parlare e scrivere bene"), la grazia è una qualità dell'ornatus ("ornamento"): viene definita come gratia o suavitas ("soavità") quella componente stilistica del genus medium ("genere medio": né mediocre né sublime) attraverso la quale si ottiene il fine di delectare ("dilettare"). Evidente è la derivazione di gratia dalla charis greca, nell'accezione retorica di Demetrio Falereo e Dionigi di Alicarnasso. "mortalia facta peribunt / nedum sermonum stet honos et gratia vivax" (Orazio, Ars poetica, 69, "le opere umane periranno / tanto meno potrà vivere la dignità e la grazia vivace delle parole"). Per Bembo è l'eleganza raffinata dello stile: "sotto la piacevolezza ristringo la grazia, la soavità, la vaghezza, la dolcezza, gli scherzi, i giuochi, e altro è di questa maniera " (Prose della volgar lingua, II 9). Nelle arti figurative, è sinonimo di armonia e di bellezza: "e quella statua e figura che averà queste parti, sarà perfetta di bontà, di bellezza, di disegno e di grazia" (Vasari, Le vite, Introduzione 8). Virtù principale del sistema di valori su cui si fondano le corti, "regula universalissima" alla quale deve conformarsi il "perfetto" cortigiano, la grazia rappresenta il centro generatore del codice comportamentale approntato da Castiglione nel suo Libro del Cortegiano, dove è descritta e proposta come forma e norma generale della comunicazione classicistica, in quanto modalità regolatrice dei rapporti fra le persone, sia da un punto di vista culturale, che da un punto di vista estetico. La grazia ha origine dalla sprezzatura: come quest'ultima, essa è frutto di un atteggiamento studiato e, inevitabilmente, dissimulato; è un prodotto dell'arte che imita la natura. Il rischio da evitare è l'affettazione e ciò è possibile soltanto attraverso un esercizio costante della discrezione e del "bon giudicio": "la grazia del cortigiano dipende dalla sprezzatura, vale a dire da un'eccellenza, in sé rara e difficile, che dà l'impressione della facilità". Categoria di rilievo straordinario nella cultura del Classicismo (si ricordi che da grazia derivano gratificare, gratitudine e grato, anche nel senso di "gradito"), nel suo abbracciare una gamma molto ampia di significati e di funzioni, la grazia assume un fortissimo valore simbolico ed evocativo nell'immagine archetipica (e di lunghissima durata) delle Grazie. In questa chiave il valore semantico di grazia si connette anche alle discussioni sull'amore e sulla bellezza sorte in ambiente neoplatonico: la grazia viene considerata, infatti, come l'espressione sensibile della bellezza spirituale Il Libro del Cortegiano la connota come una qualità del corpo e dell'anima: ma la grazia è anche la forma che regola le relazioni fra principe e cortigiano, fra uomo e donna, fra padre e figlio. La grazia può essere una concessione fatta dal signore al suo servitore: in questa accezione, appare connessa a onore e a beneficio. Il fine ultimo del gentiluomo di corte è, infatti, "acquistare la grazia" del suo signore, e quindi mettersi nella condizione di ottenerla mediante l'esercizio della sua professione; per questo deve raggiungere la perfezione nelle armi, nell'agilità dei movimenti, nella conversazione: "sarà adunque il nostro cortegiano stimato eccellente ed in ogni cosa averà grazia" (Libro del Cortegiano, I 28). La grazia femminile è un attributo virtuoso della donna che simula semplicità e naturalezza: la vera bellezza "è quella sprezzata purità gratissima agli occhi ed agli animi umani, i quali sempre temono essere dall'arte ingannati" (Libro del Cortegiano, I 40). Nel Galateo di Giovanni Della Casa la grazia è un attributo del comportamento correlato a misura e a leggiadria: "così sono alcuna volta i costumi delle persone, comeché per sé stessi in niuna cosa nocivi, non di meno sciocchi ed amari, se altri non gli condisce di una cotale dolcezza, la qual si chiama (sì come io credo) grazia e leggiadria" (28). Per Torquato Tasso è la qualità che rivela la gentilezza e l'urbanità dei modi di un perfetto uomo di corte, integrato in un compiuto sistema di virtù sociali e comunicative: "Eccoti l'effigie e l'imagine del perfetto ambasciatore [...] fede e onor verso il suo prencipe, destrezza d'ingegno e accortezza e facondia e grazia nel spiegar i concetti" (Il messaggero, 28). Nell'Iconologia di Ripa, la grazia è descritta come una "giovinetta ridente, e bella di vaghissimo habito vestita, coronata di diaspri, pietre pretiose, e nelle mani tenga in atto di gittare piacevolmente rose di molti colori, senza spine, averà al collo un vezzo di perle" (p. 302). E in quest'opera troviamo anche l'immagine della grazia divina, della grazia di Dio e delle Grazie: "tre fanciullette coperte di sottilissimo velo, sotto il quale appariscano ignude, così le figurarono gli antichi Greci, perché le Grazie tanto sono più belle e si stimano, quanto più sono spogliate d'interessi, i quali sminuiscono in gran parte in esse la decenza e la purità" (p. 303).

Paola Cosentino

Riferimenti bibliografici
Edoardo Saccone, "Grazia", "Sprezzatura", "Affettazione", in Le buone e le cattive maniere. Letteratura e galateo nel Cinquecento, Bologna, Il mulino, 1992.

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