Il termine deriva dal germanico werra: "mischia", da collegarsi con l'antico alto'tedesco (fir)wërran: "avviluppare". Non è ancora chiaro se l'immissione della voce "werra" al posto della forma latina "bellum" sia avvenuta nella prima ondata delle invasioni germaniche o in età carolingia. La sostituzione ci mostra il prevalere del disordinato modo di combattere dei Germani sull'ordinato bellum dei Romani. L'età del Rinascimento è segnata dal grande shock delle guerre d'Italia che portano alla drammatica fine dell'indipendenza degli Stati italiani (finis Italiae). L'equilibrio scaturito dalla pace di Lodi del 1454, che aveva garantito uno dei periodi più lunghi di stabilità conosciuti dalla storia italiana pre'unitaria, viene ad infrangersi quarant'anni dopo, con la discesa di Carlo VIII. La guerra si impone all'attenzione dei cinquecenteschi in modo traumatico e sconvolgente. Lo splendore della società signorile mostra nel passaggio dei due secoli tutta la sua fragilità politica e militare. In Machiavelli la guerra è strumento necessario per ampliare o mantenere lo Stato, come si legge in Discorsi, II 6: «La intenzione di chi fa la guerra per elezione, o vero per ambizione, è acquistare e mantenere lo acquistato; e procedere in modo con essa, che l'arricchisca e non impoverisca il paese e la patria sua. E' necessitato dunque, nello acquistare e nel mantenere, pensare di non spendere [...]. Chi vuole fare tutte queste cose, conviene che tenga lo stile e il modo romano: il quale fu in prima di fare le guerre, come dicono i Franciosi, corte e grosse». Il modello da seguire è perciò quello romano, fondato sulla rapidità e sull' intensità dello scontro bellico. Machiavelli riconosce nell'esercito francese di occupazione le caratteristiche proprie di un nuovo modo di combattere, più efficiente e impetuoso, che si rifaceva all'impostazione degli antichi. Sul modo di condurre la guerra da parte dei Francesi, si veda il fondamentale ricordo 64 di Guicciardini : «Innanzi al 1494 erano le guerre lunghe, le giornate non sanguinose, e' modi dello espugnare terre lenti e difficili; e se bene erano già in uso le artiglierie, si maneggiavano con così poca attitudine che non offendevano molto: in modo che, chi aveva uno stato, era quasi impossibile lo perdessi. Vennono e' Franzesi in Italia e introdussono nelle guerre tanta vivezza in modo che insino al '21, perduta la campagna, era perduto lo stato ». Un'immagine sconvolgente del soldato reduce dal campo militare durante le guerre d'Italia ci è offerta da Ruzante nel suo Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo, dove si legge alla scena I: «Cancaro ai campi e ala guera a ai soldè, e ai soldè e ala guera! A' sé che te no me ghe arciaperè pì in campo. A' no sentiré zà pì sti remore de tramburlini, com a' fasea, nié trombe mo', criar arme mo' Arètu mo' pì paura mo'? Che, com a' sentìa criar arme, a' parea un tordo che aesse abù una sbolzonà. S'ciopiti mo', trelarì mo' A' sé che lo no me arvisinerà» ["Canchero ai campi, alla guerra, ai soldati, e ai soldati e alla guerra! So che non mi ci acchiapperai più, al campo! Non sentirò più quei rumori di tamburini, come sentivo, né trombe, né gridar 'all'armi''ra non avrai mica più paura, no? Che quando sentivo gridare 'all'armi', parevo un tordo che avesse avuto una frecciata. E schioppi, e artiglierie So che non mi raggiungeranno"]. Tra i testi-guida della società di Antico regime, il lemma guerra assume rilievo concettuale nel Cortegiano di Baldassar Castiglione, mentre non compare affatto nel Galateo del Della Casa e nella Civil conversazione del Guazzo. Nel Cortegiano è scritto che la gloria è l'unica vera suscitatrice di virtù in guerra: «Sapete che delle cose grandi ed arrischiate nella guerra il vero stimolo è la gloria; e chi per guadagno o per altra causa a ciò si move, oltre che mai non fa cosa bona, non merita esser chiamato gentilomo, ma vilissimo mercante» (I,43). Paradossalmente è richiesta una maggiore concentrazione di virtù nei periodi di quiete e di ozio che non durante la guerra, come è scritto in IV, 28: «Conviensi ancora nella guerra e sempre aver tutte le virtù che tendono all'onesto, come la giustizia, la continenzia, la temperanzia; ma molto più nella pace e nell'ocio, perché spesso gli omini posti nella prosperità e nell'ocio, quando la fortuna seconda loro arride, divengono ingiusti, intemperanti e lassansi corrumpere ai piaceri». L'Iconologia di Cesare Ripa ci offre la seguente descrizione: «Donna armata di corazza, elmo e spada, con le chiome sparse, e insanguinate, come saranno ancora ambedue le mani, sotto l'armatura, haverà una traversina rossa, per rappresentare l'ira, e il furore, starà detta figura sopra cavallo armato; nella destra mano tenendo un'hasta in atto di lanciarla, e nella sinistra una facella accesa. Rappresentasi questa donna col cavallo armato, secondo l'antico costume Egittio, e la più moderna auttorità di Virgilio, che dice: Bello armantur equi, bellum haec armenta minantur».
Alessandro Capata

