Dal latino liberalitas, da liberalis: "liberale", in quanto attributo proprio dell'uomo libero, nobile e di buone maniere, con naturale disposizione a spendere o a donare, ad aiutare con generosa spontaneità, con larghezza munifica e anche prodigalità. Correlata alla magnificenza è una delle virtù sociali fondamentali dell'Ethica nicomachea di Aristotele ( IV 4-5, 1122a-1123a), dove è descritta come la grandezza d'animo che si manifesta - sempre come dote naturale - nella distribuzione dei beni materiali. In questo senso è usata in latino: Catullo, Carmina, XXIX: "Quid est aliud sinistra liberalitas? Parum expatravit an parum elluatus est?" ("Non è questa la generosità dei ladri? O forse non ha dilapidato abbastanza?"); Cicerone, Pro Marcello, VI: "Quo gratior tua liberalitas, Caesar, nobis, qui illa vidimus, debet esse" ("Per questo la tua generosità, o Cesare, deve essere più accetta a noi, che vedemmo quei fatti"). Polyanthea propone, tra le altre, questa definizione: "Est autem liberalitas virtus pecuniis benefactiva, cuius contrarium est illiberalitas" ("La liberalità è la virtù di fare il bene con il danaro, il cui contrario è l'illiberalità"). In questo senso compare negli usi volgari: Dante, Convivio, I X 5: "Per prontezza di liberalitade io mi mossi al volgare comento e lasciai lo latino"; Convivio, IV XVII 4 :"La terza virtù si è liberalitade, la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali"; Boccaccio, Decameron, 3,7: "Questa liberalità d'Aldobrandino piacque ai fratelli di Tedaldo"; Ariosto, Cassaria, I, 6: "Quando si sente lodar molto e sublimare al cielo o beltà di donna o liberalità di signore o ricchezza o dottrina o simil cose, mai non si può fallare o creder poco"; Machiavelli, Principe, XVI: "E non ci è cosa che consumi se stessa quanto la liberalità : la quale mentre che tu usi, perdi la facultà di usarla e diventi o povero o contennendo, o, per fuggire la povertà, rapace e odioso". Nel sistema delle virtù del Classicismo, la liberalità è emblema proprio e costitutivo del principe, quello che ne fonda e connota virtuosamente i comportamenti soprattutto nei confronti delle arti e della poesia: l'esercizio della liberalità, correlata alla magnificenza, non è altro che la pratica del mecenatismo. Per delineare la rilevanza di queste virtù eminentemente pubbliche e sociali, Giovanni Pontano scrive i suoi trattatelli De liberalitate, De magnificentia, De beneficentia, De splendore, De conviventia. In questo senso passa alla letteratura volgare: nel Cortegiano è virtù propria del principe: di Federico di Montefeltro, insieme a prudenza, umanità, giustizia, animo invitto, disciplina militare; e poi di Francesco I re di Francia (I 42), di Alessandro Magno (I 52), di Isabella di Castiglia (III 35). Si veda anche la metafora della "catena virtuosa", dove liberalità è proposta con prudenzia, magnificenzia, cupidità d'amore, mansuetudine, piacevolezza (IV 18). A esempi di liberalità è dedicato un libro di Valerio Massimo, Detti e fatti memorabili, IV 8. Anche Jean Tixier de Ravisy, nell'Officina (pp. 263r-264v) raccoglie un catalogo di personaggi famosi per atti di liberalità (Liberales et magnifici), utilizzato poi da Ortensio Lando, per i suoi Sette libri di cataloghi (pp. 151-159: "Catalogo dei liberali e cortesi dell'antica e moderna età").
Alessandro Capata

