Dal latino magnificentia, "magnificenza", "splendore": è la virtù che contraddistingue la "grandezza d'animo", la "generosità". Collegata alla liberalità, la magnificenza costituisce uno dei capisaldi dell'Ethica nicomachea: concerne la distribuzione dei benefici, in quanto "beni materiali". Per Aristotele, infatti, "ciò che è decoroso risiede nello splendore" (Ethica eudemia, 1233a). La rilevanza di questa categoria nel mondo classico è attestata dal Thesaurus linguae latinae, che definisce la magnificentia come "praestantia, generositas, sublimitas, dignitas vel splendor vivendi hominum" ("prestanza, generosità, sublimità, dignità o splendore nel modo di vivere degli uomini"). Si oppone all'humilitas ("umiltà"), come la virtù "in quo gravitas et auctoritas est" (Cicerone, De inventione, I 56: "virtù nella quale c'è gravità e autorevolezza"). Per gli Antichi è, dunque, sinonimo di munificenza e liberalità: "in divitiis et temperantia et liberalitas et diligentia et dispositio et magnificentia campum habeat patentem" (Seneca, Dialogorum, De vita beata, 22; "in mezzo alle ricchezze hanno campo libero e la temperanza, e la liberalità e la diligenza e il buon ordine e la magnificenza"). Per la sua definizione, Polyanthea rinvia direttamente a Cicerone: "est autem magnificentia rerum magnarum et rerum excelsarum cum animi ampla quadam et splendida propositione cogitatio atque administratio secundum Ciceronem in Rhetorica" ("secondo Cicerone, nella Retorica, la magnificenza è la capacità di pensare e amministrare cose grandi ed eccelse con un qualche ricco e splendido proposito d'animo"). Strumento della magnificenza è la generosità, che è il "vero ornamento" del nobile: insieme alla benevolenza e alla magnanimità, la magnificenza impronta il comportamento del signore nei confronti dei suoi sudditi, attraverso la concessione di benefici e privilegi. Pertanto è la qualità che connota più profondamente la forma del vivere del principe e del gentiluomo: come dimostra l'esemplare comportamento di Lorenzo de' Medici, per questa sua eminente virtù consegnato alla storia con l'appellativo di "Magnifico". Del tutto contigua alla liberalità, strumento primario del mecenatismo, la magnificenza è argomento di uno dei trattati di Giovanni Pontano dedicati all'uso del denaro nella nuova società e nella nuova cultura dell'Umanesimo: il De magnificentia concerne, infatti, una virtù che dovrà porsi, come le altre, all'interno di un'etica della ricchezza ispirata al principio del "giusto mezzo" e del dono. La magnificenza diventa, infatti, l'attributo proprio e costitutivo del sistema di corte, regolato dal principio classico della mediocritas: "Ea, ut arbitror, mediocritas quaedam est in sumptibus, et quidem magnis, cum delectu, faciendis, quamquam nec omnibus quidem, nec eadem via" ("Essa [la mediocritas], a mio parere, consiste in una giusta misura nel fare le spese, certamente grandi, ma sempre con un criterio di scelta, quantunque vada applicata non in tutte, né attraverso lo stesso sistema"). Lo stesso concetto ricorre nella Vita civile di Matteo Palmieri, che considera la liberalità e la magnificenza come predisposizioni virtuose nell'amministrazione (cioè nella conservazione: perché questo è il campo di applicazione dell'economia classica) delle proprie sostanze, tra gli opposti eccessi della prodigalità e dell'avarizia. Se il Rinascimento ha potuto cambiare l'assetto esteriore delle città, lo si deve alla magnificenza dei signori che vollero virtuosamente investire le proprie ricchezze per fare più bella (e utile) la loro città e corte. L'economia di questo dispendio di ricchezza per la realizzazione di grandi imprese (soprattutto fabbriche architettoniche) è certamente - secondo i nostri criteri - antieconomica, ma nel sistema culturale del Classicismo comporta l'acquisizione di un bene tanto immateriale quanto essenziale, la fama, e quindi la memoria oltre il tempo: "puossi colle ricchezze conseguire fama e autorità adoperandole in cose amplissime e nobilissime con molta larghezza e magnificenzia" (Alberti, Libri della famiglia, II 2 79). Anche nel Libro del Cortegiano, la magnificenza è una delle qualità del principe: sarà, infatti, "pien di liberalità, magnificenzia, religione e clemenza " (IV 22). E Della Casa ripropone la magnificenza come virtù mediana, e ne correla l'impiego virtuoso alla convenienza secondo lo stato di chi intende esercitarla, parlando di "magnificenza non soprabondante, ma mezzana, qual si conviene a chierico" (Galateo, 4), a proposito di un vescovo, alla cui condizione non si addice la pratica di cerimonie sontuose. Già nel mondo classico la magnificenza assume rilevanza anche nel campo della comunicazione, come categoria della retorica: come stile dell'ars dicendi (stile "dell'arte del parlare"), è affine all'amplitudo (stile connotato dalla "grandezza") e alla sublimitas (stile connotato dal "sublime"): "verborum autem magnificentia" (Quintiliano, Istitutionis oratoriae, III 8: "lo splendore delle parole"). In questo senso, nella cultura rinascimentale, evoca insieme la sublimità di contenuto e l'elevatezza formale: secondo Bembo, sotto il segno della gravità, si pongono infatti "l'onestà, la dignità, la maestà, la magnificenza, la grandezza e le loro somiglianti" (Prose della volgar lingua, II 9). Il suo valore di categoria estetica si rafforza quando connota le qualità degli edifici e dei monumenti, perché è il riflesso diretto della magnificenza del principe che ha voluto costruirli; ad esempio, a proposito della statua michelangiolesca di Giulio II, Vasari afferma che "ne' panni mostrava ricchezza e magnificenzia, e nel viso animo, forza, prontezza" (Vite, Buonarroti, 22). Tasso in un passo del dialogo intitolato Il Porzio o de la virtù precisa la differenza esistente fra magnificenza e liberalità: "S. P. - Mediocrità è la magnificenza; ma diverso è il magnifico dal liberale, perché l'uno s'adopera ne le cose grandi, l'altro ne le picciole" (Il Porzio, 116). Nell'Iconologia di Cesare Ripa, la magnificenza è una "donna vestita, e coronata d'oro, averà la fisionomia simile alla Magnanimità, terrà la sinistra mano sopra di un ovato, in mezo al quale vi sarà dipinto una pianta di sontuosa fabrica. La Magnificenza è una virtù, la quale consiste intorno all'operar cose grandi, e d'importanza, come abbiamo detto, e però sarà vestita d'oro".
Paola Cosentino
Riferimenti bibliografici
Giovanni Pontano, I trattati delle virtù sociali, a cura di F. Tateo, Roma, ed. dell'Ateneo, 1965.

