Di questioni di nobiltà si è discusso moltissimo, sia nel Medioevo che nell'età moderna: una società istituzionalmente feudale e aristocratica, fondata, cioè, sulla legittimazione del potere di una minoranza di nobili per sangue, non poteva non suscitare messe a punto giuridiche, discussioni culturali, rivendicazioni d'ogni tipo. Tanto più che nel corso della sua lunghissima durata, sino almeno alla Rivoluzione francese, che dichiarò formalmente decaduto il sistema feudale, questa società di ordini (nobili, clero e terzo stato) subisce notevoli trasformazioni, che riguardano lo stesso assetto nobiliare, con l'avvento di una nuova nobiltà. Una trattazione completa di tutti i problemi che riguardano la nobiltà nella prima età moderna è nel De nobilitate et iure primigeniorum ("Della nobiltà e diritto dei primogeniti") del giurista francese André Tiraqueau (1559); un compendio filosofico'giuridico è invece nell'ottava parte del Catalogus gloriae mundi (1529: "Catalogo della gloria del mondo", dove la gloria è la nobiltà stessa, in quanto ordine sociale e istituzionale) di Barthelémy de Chasseneux ("Nobilium seu gentilium ordinem extollit: praecedentiasque tam inter se quam quo ad alios depromit": "Espone l'ordine dei nobili o gentili e illustra le precedenze sia tra loro che verso altri"). Gli autori del Quattrocento, a proposito di nobiltà, potevano rifarsi a una posizione antiaristocratica incentrata sul primato della virtù, e di una gentilezza che non consegue per sangue, elaborata da opere fondamentali del Trecento: da Dante nel Convivio (IV 19), da Boccaccio nel Decameron (IV, 1 39-40), da Petrarca nel De remediis (I 16: "De origine generosa"). La rivendicazione della superiorità della vita intellettuale (e quindi di una nobiltà secondo virtù) sul censo o sul sangue è nella dedicatoria a Mariano Sozzini della Historia de duobus amantibus di Enea Silvio Piccolomini: "Mea sententia nemo est nobilis nisi virtutis amator" ("A mio parere nessuno è nobile se non è amante della virtù"). Cristoforo Landino nel De vera nobilitate ribadisce: "nobilitas [...] virtutis socia et comes, proprio labore quaesita, non alieno, cum vitiis stare nullo modo potest. [...] Gloriari quidem possumus nos a claris maioribus sanguinem, viscera accepisse: nobilitatem vero nequaquam, quae tota ex animis nostris pendet" ("la nobiltà socia e compagna della virtù, conseguita con la propria fatica, non con quella altrui, non può coesistere in alcun modo con i vizi. Possiamo gloriarci di discendere da chiari antenati, di averne ereditato le viscere, ma non la nobiltà, che tutta dipende dal nostro animo"). Già Coluccio Salutati però nel De nobilitate legum et medicinae ("La nobiltà delle leggi e della medicina") aveva contemperato questa posizione con le ragioni di un patriziato legittimato non da antichità di schiatta ma da concrete facoltà operative, che tendeva ad imporre i segnali esterni della potenza sociale acquisita: "Unde et inolevit illos appellare nobiles, qui maiorum suorum claritate conspicui sunt? Non quidem antiquitate sanguinis, quoniam omnes unico descendimus ab Adam, sed antiqua dominatione familie, que suum nomen, virtute progenitorum, fama, gloria, potentia, dignitatibus, divitiis et clientelis diu famosum potuti conservare" (Salutati 1947, p. 8; "Da dove nasce che si chiamino nobili coloro i quali sono eminenti per la fama dei loro antenati? Non per chiarezza di sangue, poiché discendiamo tutti da Adamo, ma per antica supremazia della famiglia, che ha potuto conservare a lungo il suo nome famoso per virtù, fama, gloria, potenza, dignità, ricchezza e clientele dei progenitori"). Le due posizioni si confrontano nel De nobilitate di Poggio Bracciolini. Fermo restando l'assunto che nobiltà è eccellenza che si acquista con l'esercizio della virtù e della cultura, Niccolò Niccoli vi sostiene una posizione di rifiuto radicale, mentre Lorenzo de' Medici assume un atteggiamento pragmatico e sostiene il concorso di virtù e di antiche ricchezze. Nel primo libro del Cortegiano la nobiltà di sangue diventa naturale attitudine al bene: "Voglio adunque che questo nostro cortegiano sia nato nobile e di generosa famiglia [...] perché la nobiltà è quasi una chiara lampa, che manifesta e fa veder l'opere bone e le male, ed accende e sprona alla virtù così col timor d'infamia, come anco con la speranza di laude" (I 14; "nobiltà di sangue" anche a III 47 e a IV 1: il "valore [...] risplendeva, oltre alla nobiltà del sangue, dall'ornamento ancora delle lettere e d'arme"). La trattatistica intorno alla metà del Cinquecento riflette la situazione di incertezza del mondo feudale da cui aveva tratto fondamento sinora la concezione di nobiltà. Dalla definizione di nobiltà sul piano giuridico e politico si passa, nella tradizione dei libri di institutio, a una nobiltà che tende a coincidere con le virtù individuali e onore. Non mancano espressioni di aperta polemica antinobiliare, come nel De incertitudine et varietate scientiarum et artium ("L'incertezza e varietà delle scienze e delle arti") di Cornelio Agrippa di Nettesheim, tradotto da Lodovico Domenichi (nel 1547). In alternativa alle esigenze di un'aristocrazia italiana integrata nei principati regionali, rinunciataria nei confronti degli antichi privilegi feudali e orientata a confermare nuove consuetudini e ruoli inasprendo i dispositivi regolistici e procedurali, il Forno overo de la nobiltà di Torquato Tasso esprime la ricerca di una legittimazione come modello perfetto, abbandonando però il campo della vita attiva a favore delle virtù contemplative e dunque cercando una consacrazione intellettuale e idealizzata, che svuota di fatto la nobiltà delle sue ragioni storiche.
Franco Pignatti

