Rinascimento
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Onesto e onestà
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La categoria dell'onestà descrive un ambito semantico ascrivibile alla tradizione latina del bonus vir, inteso nel significato di "uomo probo e retto" di cui teorizzano Cicerone, Seneca, Quintiliano. Norma etica di fondazione classica, l'onestà è la virtù che deriva, secondo il De officiis, dalle quattro virtù stoiche della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Indicativa è, inoltre, la correlazione stabilita da Cicerone fra la categoria dell'onesto e quella dell'utile: «vicit ergo utilitas honestatem? Immo vero, honestatem utilitas secuta est» (De officiis, IV 3: "dunque l'utile ha vinto l'onesto? No, anzi è l'onesto che s'accompagna all'utile"). L'onestà è affine al decoro: «quod decet, honestum est et quod honestum est decet» (I 2: "ciò che è decoroso è onesto; e ciò che è onesto è decoroso"); e ancora: «Haec vocatur virtus, hoc est honestum et unicum hominis bonum» (Seneca, Ad Lucilium, IX 6: "Questa [la ragione] si chiama virtù ed è una sola cosa con l'onestà ed è l'unico bene dell'uomo"). Nel Thesaurus linguae latinae, l'honestas («status vel qualitas honesta, honor»: "condizione o qualità onesta, onore"), è affine alla probitas, alla praestantia, all'integritas. Polyanthea definisce l'honestum: «id quod tale est, ut detracta omni utilitate, nullis praemiis fructibusque per se ipsum possit iure laudari» ("è quella cosa che può essere giustamente lodata per se stessa, tolta ogni utilità e senza alcun premio o frutto"). L'uso di questa categoria, in particolare nella forma dell'aggettivo, risulta particolarmente diffuso, come elemento di connotazione dei comportamenti sociali del gentiluomo, in termini sia di virtù che di onore: piacere, ozio, misura, gioco, ragionamento, costumi; o ancora definisce complessivamente il comportamento del gentiluomo e della donna di corte, oppure connota l'amore. L'onestà è dunque il requisito fondamentale del comportamento: soprattutto quando definisce e perimetra gli atteggiamenti femminili, correlandosi al tema dell'onore muliebre. L'onestà è, infatti, la virtù che caratterizza il contegno pudico, riservato, costumato della donna, in termini strettamente sessuali, e questo già dal mondo antico, ove operava come categoria giuridica che garantiva la legittimità della discendenza: «La onestà della donna sempre fu ornamento della famiglia: la onestà della madre sempre fu parte di dote alle figliuole; la onestà in ciascuna sempre più valse che ogni bellezza» (Alberti, Libri della famiglia, III 324); «quando l'aspettata giovane vide apparire, e de tanta onestà vestita...» (Masuccio Salernitano, Novellino, 7 5). Onesto è attributo di chi si conforma ai principi morali della lealtà, della rettitudine, della sincerità: «[...] non si può con onestà satisfare a' grandi, e sanza iniuria d'altri, ma sì bene al populo, perché quello del populo è più onesto fine che quello de' grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso» (Machiavelli, Il Principe, 9).  Nel Libro del Cortegiano, la categoria dell'onestà è evocata molto spesso, soprattutto per tratteggiare i contorni morali e sociali della donna che vive in corte. Castiglione sostiene che a lei si addice «una certa affabilità piacevole, per la quale sappia gentilmente intertenere ogni sorte d'omo con ragionamenti grati ed onesti, [...] accompagnando coi costumi placidi e modesti e con quella onestà che sempre ha da componer tutte le sue azioni una pronta vivacità d'ingegno» (Castiglione, Libro del Cortegiano, III 5). L'onestà è la summa di tutte le virtù principesche: «conviensi ancora nella guerra e sempre aver tutte le virtù che tendono all'onesto, come la giustizia, la continenzia, la temperanzia, ma molto più nella pace e nell'ocio» (IV 28). Al tema dell'onestà come attributo della donna virtuosa utilizzato in senso parodico si rifà la battuta seguente tratta dal Dialogo di Aretino: «che facevi tu mentre ti miravano? - Fingeva onestà di monica e, guardando con sicurtà di maritata, faceva atti di puttana» (III 16). Il Galateo riferisce l'onestà al discorso: «Dèe oltre acciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste: e la onestà dei vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro, o nel loro significato» (Della Casa, Galateo, 22). Nel trattato di Guazzo, si approntano le norme seguendo le quali la «conversazione civile» risulterà essere «onesta, lodevole e virtuosa»: il criterio dell'onestà guida la scelta degli argomenti che dovranno essere ispirati alla convenienza, ma anche conformi al decoro. Tasso menziona Cicerone a proposito della mutua dipendenza fra onesto e utile: «L'onesto dunque dee essere il fine di quell'oratore ch'insieme è consigliero, o pur l'onesto congiunto con l'utile, come dice Marco Tullio» (Il Nifo o del piacere, 110). Per Ripa l'onestà è una «donna con gli occhi bassi, vestita nobilmente, con un velo in testa, che le cuopra gli occhi. La gravità dell'abito, è indizio negli uomini d'animo onesto, e però si onorano e si tengono in conto alcuni che non si conoscono per lo modo del vestire, essendo le cose esteriori dell'uomo tutte indizio delle interiori, che riguardano il compimento dell'anima» (Iconologia).

Paola Cosentino

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