Rinascimento
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Piacevole
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Il piacevole (dal latino tardo placibilis, a sua volta derivato dal verbo placere, "piacere") afferisce all'ambito semantico definito dalla categoria retorica della piacevolezza, che costituisce, insieme alla gravità, uno dei due poli su cui si struttura il sistema della comunicazione rinascimentale. Si tratta, innanzitutto, di una specifica qualità della conversazione, che diviene piacevole nel momento in cui la si arricchisce di motti, favole, proverbi, enunciazioni argute. All'interno della tradizione umanistica, la piacevolezza è funzionalmente congiunta all'uso della facezia. Nel De sermone, infatti, Pontano traccia il ritratto di un ideale prototipo di uomo facetus, capace di raffinata ed equilibrata piacevolezza (iocunditas) nel dialogo.  La categoria del piacevole si connette alle corrispondenti attitudini virtuose del comportamento cortigiano quali sono l'onore, la sprezzatura, la discrezione, il decoro: la piacevolezza si acquisisce attraverso un esercizio costante che permette di conseguire quella perfezione necessaria a un sistema di rapporti che voglia dirsi "civile", in quanto sotto il segno dell'urbanitas e della grazia. Di rilievo è la correlazione del piacevole con l'utile, secondo la prospettiva, di conio oraziano, dell'«utile dulci miscere» ("l'utile mescolato con il dolce"), che sintetizza la strategia dell'argomentazione classicistica: ciò che è piacevole può più efficacemente persuadere. Castiglione utilizza la piacevolezza come sinonimo di affabilità, relativa, per la maggior parte, alla pratica della conversazione a corte: il secondo libro del Cortegiano è, infatti, dedicato al tema delle facezie, che costituiscono la modalità retorica del "parlar piacevole", ovvero la forma più conveniente alla comunicazione della grazia: «siate contento d'insegnarci come abbiamo ad usar le facezie delle quali avete or fatta menzione, e mostrarci l'arte che s'appartiene a tutta questa sorte di parlar piacevole per indurre riso e festa con gentil modo» (Libro del Cortegiano, II 42). La "cortigiania" che si palesa all'interno di una società chiusa attraverso un sistema di rapporti regolati dalla conversazione, implica la ricerca di una piacevolezza tendente a «recrear gli animi degli auditori», cioè a connotarne culturalmente ed esteticamente il virtuoso impiego del tempo libero (II 41). Ma di piacevolezza si parla anche in relazione ad un atteggiamento complessivo del cortigiano che deve essere «nobile, aggraziato e piacevole ed esperto in tanti esercizi» (IV 4), come «piacevole, arguta e discreta» (III 5) risulterà essere la donna di palazzo. La piacevolezza connota altresì l'eleganza dello stile e la vivacità della parola: «che due parti sono quelle che fanno bella ogni scrittura, la gravità e la piacevolezza» (Bembo, Prose della volgar lingua, II 9).  Nel Galateo, la piacevolezza è un attributo del comportamento e contraddistingue i modi, i costumi, i ragionamenti: «e sappi che colui è piacevole i cui modi sono tali nell'usanza comune, quali costumano di tenere gli amici infra di loro» (19); «un'altra maniera si truova di sollazzevoli modi pure posta nel favellare: cioè quando la piacevolezza non consiste in motti, che per lo più sono brievi, ma nel favellar disteso e continuato» (21). La piacevolezza occupa un posto di assoluta importanza nella Civil conversazione: il lemma ricorre in due diverse accezioni, come forma di comportamento civile o come sinonimo di "prontezza d'ingegno". Nei Dialoghi piacevoli Guazzo teorizza l'arte della piacevolezza come capacità di unire l'edonismo a un preciso fine pedagogico: «l'obiettivo di una lettura piacevole diviene la "regula universalissima" della scrittura del dialogo che tende a inscenare, a rappresentare esemplarmente e a trasmettere un tipo di "perfetta conversazione" conforme alle istanze culturali della Corte e al sapere delle Accademie» (Doglio 1990: 148'149). Come disposizione favorevole verso i sudditi, la piacevolezza è affine alle altre virtù che caratterizzano la personalità del principe: «Gloriosissima adunque oltre tutte l'operazioni e oltre tutte le imprese de la casa de' Medici è l'avere imposto fine a le discordie de la virtù e congiunta in amicizia la fortezza e la mansuetudine, la magnanimità e la modestia, la liberalità e la magnificenza, la severità e la piacevolezza» (Torquato Tasso, Il Costante, dedica). Nell'Iconologia di Ripa, la piacevolezza è considerata sinonimo di affabilità e di amabilità, in riferimento alla teoria dell'utile dulci miscere: sono tre virtuosi modi del comportamento che corrispondono alla stessa immagine di «giovane vestita d'un velo bianco e sottile, e con faccia allegra, nella destra mano terrà una rosa, e in capo una ghirlanda di fiori. Affabilità è abito fatto nella discrezione del conversar dolcemente, con desiderio di giovare e dilettare ognuno secondo il grado».

Paola Cosentino

Riferimenti bibliografici

Maria Luisa Doglio. "'Idea' e 'arte' del dialogo tra Corte e Accademia: i 'Dialoghi piacevoli' di Stefano Guazzo". Stefano Guazzo e la Civil conversazione, a cura di Giorgio Patrizi. Roma: Bulzoni, 1990: 147'162.

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