Rinascimento
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Categorie - Plebeo e volgare
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Plebs si chiamava la comunità romana formata dai Latini vinti e condotti ad abitare a Roma da Tullo Ostilio e da Anco Marzio. Servio Tullio per primo concesse a questi plebei la cittadinanza e provvide (con l'istituzione delle classi e delle centurie) di fondere questi cittadini nuovi con quelli che fino allora erano stati i soli cittadini, vale a dire i patrizi. Dopo la cacciata dei re cominciò la furiosa lotta tra le due classi che cessò solo quando i plebei riuscirono ad ottenere una perfetta uguaglianza di diritti con i patrizi. Nei comizi curiati non ebbero però mai diritto di voto, nel ius honorum si trovavano inferiori ai patrizi soltanto per alcune delle magistrature meno importanti. Nel campo del diritto privato si ebbe un'eguaglianza perfetta, almeno a partire dalla lex Canuleia. Plebs in rapporto a populus è un concetto parziale: plebs indica infatti solo il "popolo minuto", laddove populus racchiude anche i patrizi e tutti gli ordini esclusi dal senato. Solo in età tardo'imperiale vengono a sovrapporsi talvolta plebs e populus. La distinzione tra plebs e populus è in ogni caso sancita da Tito Livio, Ab urbe condita, II, LVI: «non populi, sed plebis eum magistratum esse» ["che non era una magistratura di tutto il popolo, ma della sola plebe"]. Il disprezzo degli antichi per il volgo è espresso da Orazio in Carmina, III, 1: «Odi profanum vulgus et arceo» ["odio la massa ignorante e la tengo lontana" ]. Nella civiltà italiana dal Medioevo al Rinascimento i percorsi interpretativi offerti dalla categoria plebeo'volgare sono generalmente tre: la distinzione tra plebe e popolo (con nuove connotazioni sociali ed economiche rispetto a quelle romane); il significato "etico" di volgo come plebaglia, ammasso indistinto di ignoranti (l'antico vulgus insipientium); il significato di plebe'volgo come turba, ovvero moltitudine di persone di qualsiasi ceto sociale.  Petrarca rivolge una polemica molto forte contro la turba, intesa come "folla", "popolino", «vulgus cecus et mendax», come attesta il De vita solitaria. Si veda I,1: «Atqui sive Deum, sive nos ipsos et honesta studia, quibus utrunque consequimur, sive conformem nobis querimus animum, a turbis hominum urbiumque turbinibus quam longissime recendum est» ["Ma se noi ricerchiamo Dio, o noi stessi e gli onorevoli studi, grazie ai quali conseguiamo entrambe le cose, o un animo simile a noi, bisogna che ci allontaniamo il più possibile dalle turbe degli uomini e dai turbini delle città"]. In Boccaccio il termine "plebe" è riferito alla classe popolare in genere, senza particolari connotazioni dispregiative, come avviene in Decameron, 4.6: «non a guisa di plebeio ma di signore, tratto della corte publica, sopra gli oneri de' più nobili cittadini con grandissimo onore fu portato alla sepoltura». Nel Cortegiano di Castiglione i lemmi plebe'vulgo hanno una frequenza molto bassa. In 2.12 si dice come il cortegiano debba fuggire la «moltitudine della plebe», cioè la turba: «Nel volteggiar poi a cavallo, lottar, correre e saltare, piacemi molto fuggir la moltitudine della plebe, o almeno lasciarsi veder rarissime volte». I concetti di "plebeo" e "volgare" non hanno in Castiglione una connotazione socialmente individuabile, dal momento che il terzo stato è indicato col termine popolo. Anche in Machiavelli i concetti di plebe e di popolo sono ben differenziati: il primo è riferito unicamente all'antico ceto della plebs romana (Discorsi III, 26), mentre il secondo indica la classe sociale dominata dai "gentiluomini" (cioè dalla nobiltà), animata unicamente dal desiderio di non essere oppresso (come è detto in Principe, 9). Nel Galateo di Giovanni Della Casa si parla di «feccia del volgar popolo» (22.5) come dell'ultimo, ignobile strato sociale e culturale presente nella società, dai cui modi e dai cui costumi bisogna sempre fuggire. Le norme di comportamento proposte dal Casa sono del resto concepite a partire dalla negazione totale degli usi plebei. In questo caso al termine "plebeo" sono assegnati sia significati sociali che etico'culturali. Nella Civil Conversazione di Stefano Guazzo il volgo e la plebe corrispondono soprattutto all'universo contadino, ovvero alla campagna. La condizione culturale tipica dei plebei o uomini volgari è quella degli idioti, cioè degli ignoranti, in opposizione ai dotti e ai letterati, cioè a uomini scienziati. In 3 A143 si legge: «Come per essempio, se ‘l padre sarà idiota e plebeo e ‘l figliuolo letterato e corteggiano, troverete quasi sempre difficultà nell'accoppiare questi cervelli». L'assetto istituzionale di Antico regime prefigurato dal Guazzo confina il plebeo'volgare ai margini dell'ordine sociale, che è un ordine blindato fino al 1789. Fondamentale è infine per il concetto di plebe'turba'moltitudine il dialogo del Tasso Il Malpiglio secondo, overo del fuggir la moltitudine.

Alessandro Capata

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