Rinascimento
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Categorie - Precedenza
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Una fonte latina sull'argomento può essere Gellio V 13, dove si legge che secondo la tradizione romana accanto ai genitori devono sedere i figli, poi i clienti, gli ospiti e infine i parenti e affini, ma come costitutivo aspetto protocollare del cerimoniale proprio della società d'Antico regime, la precedenza è materia affrontata dai legisti e sottoposta a scrupolosa regolamentazione. Nel suo Catalogus gloriae mundi ("Catalogo della gloria del mondo") 'Barthelémy de Chasseneux' (1529), nelle sezioni dedicate a onore, gloria, e ordine delle diverse gerarchie sacre e profane, dedica singoli capitoli alla precedenza, con minute indicazioni procedurali. A esempio: "Archiepiscopus praecedit episcopum in loco ubi ambo habent administratione" (I 20: "L'arcivescovo precede il vescovo nel luogo dove entrambi amministrano"); "Episcopus debet praecedere quoscunque suae dioecesis" (I 25: "Il vescovo precede chiunque nella sua diocesi"); "Cancellarius an praecedere debeat connestabilem, vel e diverso" (III 7: "Se il cancelliere debba precedere il conestabile o no"); "De praecedentia consiliarorum magni Concili ad consiliarios parlamentorum" (III 15: "Sulla precedenza dei consiglieri del Consiglio del re sui consiglieri dei parlamenti"); la parte ottava dell'opera tratta questo argomento: "Nobilium seu gentilium ordinem extollit: praecedentiasque tam inter se quam quo ad alios depromit" ("Espone l'ordine dei nobili o gentili e illustra le precedenze sia tra loro che verso altri"); "Quis praecedere debeat, an doctor vel miles" (IX 1: "Chi debba precedere: il dottore o il soldato"); "De praecedentia iuristarum et medicorum" (X 25: "Sulla precedenza tra giuristi e medici"). Tasso nel dialogo Della precedenza' distingue tra superiorità specifica o individuale; la prima nasce da dignità distinte per specie (pontificale, imperiale, reale, eccetera), la seconda è quella per cui un individuo è superiore a un altro: "A tre cagioni mi pare che ogni ragion di precedenza si possa ridurre: alla maggior antichità di dignità, alla maggior possanza, alla maggior nobiltà"; e tutto il dialogo è occupato in massima parte dal confronto, sulla base di questi tre criteri, tra i re di Spagna e di Francia, di Polonia e Portogallo, tra Alfonso II d'Este e Francesco de' Medici, la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano. Speroni affronta il problema da un punto di vista speculativo nel discorso Della precedenza de' principi (Speroni 1740, II, pp. 337'434). Parte dal riconoscimento che lo stato di principe è condizione essenziale e relativa, e si definisce in quanto ha sottoposti dei sudditi; le differenze vertono non sulla sua essenza di principe, ma sulle caratteristiche di coloro a cui comanda. Se un principe deve precedere un altro che gli sia pari in autorità e titolo, bisogna guardare i luoghi in cui si può creare differenza: condizione del principe, condizione dei soggetti, condizione di tutti i luoghi in cui comanda. La precedenza tra privati si determina altrimenti: "un privato precede l'altro perché ha più di bene e di felicità"; i beni sono di corpo, di animo, di fortuna, secondo una gerarchia che pone al vertice i beni dell'animo, perciò precederà il migliore e il più dotto, poi chi possiede migliori beni del corpo (bellezza e robustezza), poi di fortuna (ricchezza, potenza, onore). L'ordine assoluto e relativo è presente nelle varie gerarchie degli onori. Il primo dei due è prevalente su ricchezza, antichità di schiatta, nobiltà, eccetera; il secondo è stabilito grado per grado dalle differenze che corrono tra persone di pari lignaggio. Il papa, in quanto vicario di Dio può conferire la precedenza a chi vuole, e la precedenza voluta dal papa non comporta disonore e danno per chi è escluso, né può essere criticata, perché è come se si postulasse che erra Dio: "dei re cristianissimi non si precederanno fra sé se non per elezione e giudicio di esso papa alla cui sentenzia deono stare contenti essi re percioché non è onorevole a uno con vergogna dell'altro, né danno, quando tale elezione si fa dal papa, non con torre all'uno e dare all'altro re cosa alcuna, ma con dare a un re quel luogo presso di sé il quale è luogo in podestà posto dal papa e può quello come li piace donare" (Speroni 1740, II, pp. 430'431). Quest'ultimo assunto si applicava ad una celebre questione di precedenza che nel Cinquecento calamitò l'attenzione di storici e legisti. Sorta da un problema cerimoniale, oppose i rappresentanti di casa d'Este ai Medici, mettendo in gioco ragioni di rango e di prestigio sostanziali per i due casati. All'origine della contesa era la precedenza concessa a Ercole II su Cosimo I durante l'incontro con Carlo V e Paolo III a Lucca nel settembre 1541, quando il Duca di Ferrara cavalcò alla destra dell'Imperatore e nel banchetto fu lui a porgergli la salvietta. La questione si trascinò per circa un quarantennio, alimentando una pubblicistica di propaganda finanziata dai due principi (da parte ferrarese il Libro delle istorie ferarresi di Gasparo Sardi, 1556; il De Ferrariae et Atestinis principibus commentariolum ("Breve commento dei principi di Ferrara e d'Este") di Giovan Battista Giraldi Cinzio, 1556; la Istoria dei principi d'Este di Giovan Battista Pigna, 1570), ma ebbe di fatto la sua svolta nel 1569 con la nomina di Cosimo I a granduca di Toscana da parte di Pio V, confermata con decreto cesareo nel 1575.

Franco Pignatti

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