Petrarca, nella lettera a Roberto d'Angiò, usa il termine renovatum ("rinnovato"), a proposito della cerimonia dell'incoronazione in Campidoglio. Ma la consapevolezza di rinascere è nelle sue opere profonda e intensamente motivata, e infiniti sono nei suoi scritti i riferimenti alla renovatio: a esempio, nella prima lettera delle Familiares, indirizzata all'amico carissimo Socrate (Lodovico di Beringen: ma il nuovo nome è spia eloquente di quanto forte sia l'attrazione degli Antichi), accennando alle sue poesie in volgare, riconosce come questo genere sia renatum ("rinato") con i poeti Siciliani e poi subito diffuso in tutta Italia. Ma non è solo questione di renatum o di renovatio. Il senso e la dinamica (tornare a nascere, dopo una lunga morte) della nuova cultura che Petrarca, e i suoi seguaci (i primi umanisti), propugnano è espressa da una gamma lessicale molto ampia e articolata, ma coerentemente volta a connotare - in senso non solo culturale ma anche, e soprattutto antropologico - il recupero, la ripresa, di qualcosa che è morto, abbandonato, distrutto: l'esperienza degli Antichi, la loro lezione fondamentale di imitatori della Natura. Ed è proprio questa pulsione a ri'nascere (come ritorno agli Antichi) a rendere costitutivamente necessario mettere tra parentesi, considerare come un'età intermedia tra gli Antichi e i Moderni, il millennio che invece li separa: il Medioevo, appunto, l'età che sta in mezzo, un lunghissimo tempo morto, un tempo inutile, da dimenticare, perché è stato il tempo della morte degli Antichi. Una pulsione a ri'nascere che si comunica, in primo luogo, nel lessico, nei nomi con cui questa pulsione è consapevolmente (dai suoi diretti protagonisti) chiamata e comunicata. Infatti, tutte le diverse parole che - tra Petrarca e Vasari - dicono la Rinascita sono morfologicamente omogenee: sono tutte composte dal prefisso re- e da un verbo che indica vitalità (nascere, vivere, fiorire, sorgere, eccetera). Questa costitutiva funzione semantica di "Rinascita" affiora ovunque e continuamente, perché è il nucleo genetico profondo della nuova istanza culturale, della sua stessa determinazione a far nascere l'uomo nuovo che la rappresenti, marcando - contestualmente - la frattura con quanto diventa Medioevo: e ovviamente non affiora soltanto nelle tante parole composte da re-, ma soprattutto in una fitta, appassionata elaborazione e celebrazione di un nuovo paradigma culturale (in senso integralmente antropologico). Di questa lunga e forte tradizione, che corrisponde poi all'esperienza fondativa dell'Umanesimo italiano da Petrarca a Bembo, offre un funzionale compendio la compatta antologia di testimonianze allegata a questo corso di lezioni: e pertanto ai Testimoni della Rinascita direttamente rinvio, segnalando la coerente continuità dei modi di nominazione della nuova cultura, da Matteo Palmieri ("rinascere le arti perdute", dopo ottocento anni di Medioevo) ad Angelo Poliziano (a Firenze "sono rinate le lettere"), da Guarino Veronese (con l'immagine del serpente che rinnova la sua pelle) a Cristoforo Landino (che parla della resurrezione della facoltà poetica), da Pietro Paolo Vergerio (che tratta della "vetustatis memoria", cioè della "memoria dell'Antico") sino a Filippo Melantone ("honestae artes reviviscere"). Qui mi limito a produrre una breve quanto intensa testimonianza integrativa. Tutti i diversi nomi della Rinascita si trovano efficacemente compendiati in una battuta di una lettera, ancora, di Petrarca (a Tommaso da Messina), che nel proporre un apologo sull'invidia dei mediocri nei confronti dei grandi scrittori così si esprime: "Redde michi Pithagoram, reddam tibi illius ingenii contemptores; redeat in Greciam Plato, renascatur Homerus, reviviscat Aristotelis, revertatur in Italiam Varro, resurgat Livius, reflorescat Cicero: non modo segnes laudatores invenient, sed mordaces etiam et lividos detractores; quod quisque suis temporibus expertus est". (Traduzione) Una battuta rilevantissima: Petrarca cita solo scrittori antichi, in un contesto che segnala le grandi difficoltà (i "pericoli", dice nel discorso in Campidoglio) che la nuova cultura trova nell'ambiente contemporaneo, avversata da nemici e detrattori (e Petrarca, come pure Boccaccio, si impegnerà a fondo nella polemica contro i detrattori delle nuove Muse), e nel nominarli usa una gamma notevolissima di sinonimi che scandiscono il concetto di Rinascita (tutti, si noti, formati allo stesso modo: re' più verbo), come svolta della storia dell'uomo, che finalmente torna indietro per tornare a vivere e fiorire: da "tornare" (redeat), "ritornare" (revertatur), "rifiorire" (reflorescat), sino a "rivivere" (reviviscat) e a "rinascere" (renascatur), e persino a "risorgere" (resurgat). Per dichiararsi, la Rinascita trova diversi, altri modi di comunicazione e connotazione, altrettanto forti semanticamente e concettualmente: già in Petrarca, è ovvio. Soprattutto nella presenza dell'aggettivo antiquus, e in particolare nella forma del sostantivo plurale Antiqui (gli Antichi): antiquus mos, scriptores antiqui, antiqui sapientes, antiqui philosophi, antiqui oratores, antiquum proverbium ; ma anche, in senso più circostanziato, in riferimento agli antiqui codices, i manoscritti antichi, e alle antiquae fabulae, il repertorio mitografico classico, e a un sepulchrum marmoreum antiquum; come pure in alcuni usi del suo sinonimo priscus: la prisca virtus dei Romani, a esempio, o la prisca disciplina degli Spartani, o comunque i prisci mores degli Antichi; ma anche in riferimento a una forma stilistica: al "prisco et ingenuo loquendi more" che Cicerone usa nelle sue lettere e che Petrarca imita; o dell'altro suo sinonimo pristinus (che connota forma nell'iscrizione di casa Manili): ancora la pristina virtus, il pristinus mos. Di grande rilievo l'uso del sostantivo generalizzante antiquitas, soprattutto in questa folgorante, per icasticità, battuta: "studiorum mater omnium [ ] antiquitas" (in una lettera di Petrarca a Boccaccio: "l'antichità è madre di tutti gli studi", cioè è madre dell'Umanesimo). E questa gamma connotativa è assunta e rielaborata dalla tradizione successiva a Petrarca, come documenta l'antologia dei Testimoni della Rinascita. A integrazione di questo quadro, sempre per comprendere il senso profondo della categoria della Rinascita, occorre considerare altri tre dati.
Il primo consegue dal formidabile potere evocativo di un verso dell'Ars poetica di Orazio, uno dei testi capitali della cultura occidentale, nella sua lunga durata senza discontinuità dall'antichità all'età moderna (pur tra ben diverse modalità di ricezione): "Multa renascentur quae iam cecidere" (v. 70: "Molte parole rinasceranno che ora sono morti"). Certo, Orazio sta parlando di lingua, dei ritmi con cui le parole nascono e muoiono, ma il lettore moderno che ha scommesso sulla rinascita degli Antichi non può non assumere questa battuta come slogan e bandiera di tutto il suo progetto culturale, proprio perché è in primo luogo un investimento sulla lingua, ed esattamente nel senso oraziano di "ius et norma loquendi" (v. 72: "legge e regola del discorso"), che compendia efficacemente la ricerca - da parte dei Moderni - di una forma e norma linguistica, prima per il latino e poi per il volgare: multa renascentur, dunque; ciò che è morto può tornare a vivere, lingua, testi, generi, architetture, comportamenti, valori, categorie, eccetera. La battuta di Orazio si rivolge direttamente a noi Moderni, in termini folgoranti, quasi un'illuminazione: di noi si parla nell'Ars poetica, perché oggi rinascere è finalmente, possibile, nella forma e secondo la norma degli Antichi. Oggi, per sempre. Il secondo dato riguarda la nuova straordinaria rilevanza e diffusione dell'immagine della Fenice: se già era stata risemantizzata dai primi cristiani come simbolo della resurrezione di Cristo e della stessa resurrezione dei fedeli, nella cultura dell'Umanesimo assume il nuovo significato di emblema della Rinascita culturale dell'uomo nella sua stessa esistenza terrena. Connesso a questa funzione semantica della Fenice è il terzo dato, che concerne la complessità filosofica conferita dal neoplatonismo al concetto stesso del rinascere, particolarmente evidente nell'equivalenza lessicale che si istituisce - nella cultura umanistica del Quattrocento - tra la categoria moderna di "rinascita" e la categoria antica della "palingenesi" (parola greca composta di pálin, "di nuovo", e ghénesis, "nascita"), così come era stata definita dall'elaborazione platonica e pitagorica, in relazione anche alle teorie antiche della "metempsicosi" (circa la possibilità dell'anima di trasmigrare, dopo la morte, in altri corpi: di reincarnarsi).

