Rinascimento
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Categorie - Saggezza, saviezza e sapienza
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In Platone il termine sophìa ("saggezza") indica sia la conoscenza teorica dell'ordine del mondo che la carica morale di cui l'uomo, in possesso di questa conoscenza, è portatore. Con Aristotele avviene lo sdoppiamento tra i concetti di "saggezza" e "sapienza". Nell'Ethica nicomachea, infatti, la "saggezza" (phrònesis) riguarda il giudizio etico: riconosce e valuta ciò che è moralmente buono da ciò che è moralmente cattivo, mentre la "sapienza" (sophìa) è la conoscenza perfetta e concerne sia il sapere dimostrativo della scienza che la comprensione dei principii teorici. La saggezza, che richiede non solo la conoscenza degli universali ma anche e soprattutto quella dei particolari, opera attraverso l'intelligenza pratica, che consente di cogliere la qualità morale concreta di ogni atto, e che è funzione particolare della facoltà dell' intelletto (noûs), autonoma dall'altra funzione che è quella più propriamente teoretica e speculativa. Per Aristotele sono tre le "disposizioni" correlate alla saggezza: intendimento(synesis), perspicacia (eusynesìa) e buon senso (gnòme).  In Dante il "savio" per definizione è Virgilio, come è detto in Inferno VII,3: «e quel savio gentil, che tutto seppe». La saviezza corrisponde qui alla sapienza. Virgilio è ritenuto il sapiente per eccellenza, colui che «tutto seppe». Un uso analogo è anche in Inferno VIII,86: «E 'l savio mio maestro», in Purgatorio XXVII,41: «mi volsi al savio duca». Petrarca offre un repertorio topico di riflessioni sulla "sapienza" in De remediis I 12 (De sapientia) e II 66 (De iniusto iudicio). In Giovanni Boccaccio il termine "savio" è adoperato prevalentemente per denotare il carattere di personaggi valenti e virtuosi, ed è inteso nel senso di saggio, assennato; come in Decameron 1.2: «La cui dirittura e la cui lealtà vedendo Giannotto, gl'incominciò forte ad increscere che l'anima d'un così valente e savio e buono uomo per difetto di fede andasse a perdizione…» e 1.3: «Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s'avvisò troppo bene che il Saladino…». In età umanistico'rinascimentale la categoria saviezza'sapienza conosce una forte espansione concettuale, dovuta al graduale svincolamento dai precetti della Patristica. Per Machiavelli il "savio" è colui che è in grado di "mutare natura" per sapersi adeguare agli eventi esterni, irrazionali e casuali, dettati dalla fortuna. Si leggano i Ghiribizzi al Soderini: «Ma, perché e tempi et le cose universalmente et particularmente si mutano spesso, et li huomini non mutono le loro fantasie né e loro modi di procedere, adcade che uno ha un tempo buona fortuna et uno tempo trista. Et veramente, chi fussi tanto savio che conoscessi e tempi et l'ordine delle cose et adcomodassi ad quelle, harebbe sempre buona fortuna… et verrebbe ad essere vero che 'l savio comandassi alle stelle et a' fati». Il savio machiavelliano è colui che decifra i tempi in cui si trova ad agire ed opera continue «mutazioni» al fine di avere sempre una fortuna favorevole. Ma questo tipo di saviezza è in realtà puramente utopica dal momento che, come dice il Segretario sempre nei Ghiribizzi, «di questi savi non si truova». L'immagine del savio che «comanda alle stelle», di derivazione tolemaica, rinvia piuttosto ad una raffigurazione tipica della «sapienza», come attesta la descrizione di Cesare Ripa nell'Iconologia: «Giovane in una notte oscura, vestita di color turchino, nella destra mano tiene una lampada piena d'olio accesa, e nella sinistra un libro. Si dipinge giovane perché ha dominio sopra le stelle, che non l'invecchiano, né le tolgono l'intelligenza de secreti di Dio, i quali sono vivi, e veri eternamente. La lampada accesa è il lume dell'intelletto, il libro si pone per la Bibia, che vuol dir libro de' libri». Saviezza e sapienza (quest'ultimo lemma presenta una bassissima frequenza) si sovrappongono prevalentemente in Machiavelli. Nel Cortegiano di Baldassar Castiglione il termine sapienza non ha alcuna occorrenza, come pure il sostantivo sapiente. La saviezza è invece per lo più intesa nella concezione stoica, come è detto in 2,7: «però è necessario che 'l nostro cortegiano in ogni sua operazion sia cauto…; di sorte che ogni suo atto risulti e sia composto di tutte le virtù, come dicono i Stoici essere officio di chi è savio, benché però in ogni operazion sempre una virtù è principale; ma tutte sono talmente tra sé concatenate, che vanno ad un fine e ad ogni effetto tutte possono concorrere a servire». Il ritratto del savio stoico si fonda su un insieme di virtù tra le quali, di volta in volta, ne emerge una. Al contrario di quanto accade nel Cortigiano, nella Civil conversazione del Guazzo è impiegato solo il termine sapienza ed è assente il lemma saggezza (saggio compare una sola volta). La sapienza guazziana si sovrappone al significato greco'aristotelico di epistéme: scienza (laddove Aristotele distingue nettamente tra sapienza e scienza). Si veda la definizione, derivata dal poeta latino Afranio, contenuta in 1 A16s: «Ben con ragione adunque fu detto da un antico poeta che 'l padre della sapienza è l'uso e la madre la memoria, per dimostrare che bisognano, a chi vuole acquistar la cognizione delle cose umane, non solamente i libri, ma la prova infallibile e l'essercizio intorno all'intelligenza delle cose». La sapienza è generata da uso e memoria, dalla componente pratica, esperienziale e da quella teorica, sedimentata nella memoria. Una diversa prospettiva è offerta da Torquato Tasso nel dialogo Il Costante, 159: «Però diremo ch'al savio si convenga il perdonare e il rimettere egualmente[…]O si concederà al saggio il perdonare, o si negherà a l'uomo l'umanità». Il savio è colui che è in grado di perdonare ed è il portatore del segno umano più autentico. Del resto al centro di questo dialogo tassiano vi è il tema della "clemenza".

Alessandro Capata

Riferimenti bibliografici

Dini Vittorio e Giampiero Stabile. Saggezza e prudenza. Studi per la ricostruzione di un'antropologia in prima età moderna. Napoli: Liguori, 1983

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