Dal latino simulatio, col significato di "finzione", "inganno". Alla stessa area semantica appartiene la dissimulazione, da dissimulatio. Tutt'e due comportamenti negativi, secondo Cicerone: "ex omni vita simulatio dissimulatioque tollenda est " (Cicerone, De officiis, III 15: "si devono bandire in ogni caso della vita la simulazione e la dissimulazione"). Nel mondo classico la simulazione è in netta antitesi all'amicizia e alla virtù: "in amicitia autem nihil fictum est, nihil simulatum et, quidquid est, id est verum et voluntarium" (Cicerone, Laelius de amicitia, 8: "nell'amicizia niente è finto, niente è simulato e tutto ciò che vi è, è vero e spontaneo"); "Quam non est facilis virtus! Quam vero difficili eius diuturna simulatio!" (Cicerone, Epistulae ad Atticum, VII 6; "quanto non è facile la virtù! ma anche la continuata simulazione di essa quanto riesce difficile!"). Come categoria retorica, la dissimulazione è una figura affine alla greca eironeian ("ironia"): "urbana etiam dissimulatio est, cum alia dicuntur ac sentias, non illo genere, de quo ante dixi, cum contraria dicas, [...]cum tanto genere orationis severe ludas, cum aliter sentias ac loquare" (Cicerone, De oratore, II 67: "piacevole riesce anche l'ironia, quando si dice una cosa diversa da quella che si pensa, non come nel motto da me ricordato poco fa, in cui uno dice il contrario di ciò che pensa [...], ma quando uno fa un discorso che, su un tono di serietà è tutto uno scherzo ed esprime concetti diversi da quelli che pensa"). La stessa equivalenza in Quintiliano: "eironeian inveni qui dissimulationem vocaret" (Istitutio oratoriae, IX 2: "quanto all'ironia ho trovato alcuni che la chiamano dissimulazione"). La differenza fra simulazione e dissimulazione si trova efficacemente enunciata in Polyanthea, alla voce Simulatio: "Simulo et dissimulo ita differunt: simulamus enim esse ea quae non sunt, dissimulamus ea non esse quae sunt " ("Simulare e dissimulare in questo differiscono: simuliamo infatti quelle cose che non esistono, dissimuliamo quelle cose che esistono"). Strettamente legata all'adulazione, la simulazione è uno degli argomenti di maggiore riflessione dei moralisti classici. Il problema della simulazione/dissimulazione è profondamente avvertito all'interno delle società di Antico regime: non concerne soltanto la relazione fra il principe e il cortigiano, ma si pone come questione essenziale anche nella gestione dei rapporti fra i cortigiani stessi. Le due categorie della simulazione e della dissimulazione sono complementari l'una all'altra e si riallacciano all'altro grande tema della prudenza. Nella trattatistica cinquecentesca, la distinzione fra le due categorie è spesso inesistente e i due termini appaiono contigui. Il tema della simulazione è presente in un celebre prologo del Furioso di Ariosto: "Quantunque il simular sia le più volte / ripreso, e dia di mala mente indici, / si truova pur in molte cose e molte / aver fatto evidenti benefici" (IV 1), dove si narra dell'inganno perpetrato da Bradamante ai danni di Brunello, "di finzïoni padre". Nel Principe, la simulazione e la dissimulazione, afferenti a quel sistema organizzato attorno alla dialettica apparire/essere di cui Machiavelli è il primo lucido teorizzatore, sono evocate in relazione alla teoria della doppia natura di "leone" e di "volpe", cui deve far ricorso il principe nella gestione del potere politico: "Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed esser gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici gli uomini, e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna, troverà sempre chi si lascerà ingannare" (XVIII 3). Come attitudine mirante a nascondere le proprie intenzioni, "è biasimata da altro canto, e è odiosa, la simulazione, ma è molto più utile a se medesimo": è il Ricordo 104 di Guicciardini, dove la necessità della simulazione è correlata all'utilità, ovvero all'interesse personale, al particulare. Nel Libro del Cortegiano, la simulazione è considerata come un carattere irriducibile della natura umana. Alla dissimulazione è, invece, associata la qualità della sprezzatura, e diviene così una norma del comportamento: "Non è ancor disconveniente che un omo che si senta valere in una cosa, cerchi destramente occasion di mostrarsi in quella, e medesimamente nasconde le parti che gli paion poco laudevoli, il tutto però con una certa avvertita dissimulazione" (II 40). Nella conversazione, "assai gentil modo di facezie, è ancor quello che consiste in una certa dissimulazione, quando si dice una cosa e tacitamente se ne intende un'altra" (II 72). Sulla dissimulazione amorosa si fondano i consigli impartiti dalla Raffaella alla giovane Margherita nel Dialogo della bella creanza de le donne di Alessandro Piccolomini: "L'altra è metter tutto l'ingegno ed ogni arte a tenerlo segreto [si riferisce all'amore], perché la segretezza è il nerbo d'amore; e, acciocché questo gli venga fatto, bisogna che ella sia dotta in saper fingere una cosa per un'altra, e mai non parli de l'amante suo né in bene né in male". Tasso si rifà al Libro del Cortegiano nel dialogo intitolato Il Malpiglio, "dove il tema dell'"acquistar grazia in corte" si apre nel rimpianto ammirato e nostalgico di un'età aurea in cui la sprezzatura consentiva ancora, pur per la via obliqua di una simulazione della "natura", l'espressione della virtù dell'individuo. Ora invece che "l'infinger è una delle maggiori virtù" e che la vita del cortigiano è diventata quotidiano cimento, l'obbiettivo è quasi soltanto la difesa contro l'invidia altrui (dei propri pari come dello stesso principe), una strategia autodifensiva della dissimulazione finalizzata a nascondere, più che a esaltare [...] virtù e meriti dell'uomo" (Zatti, p. 136). Fra i testi canonici relativi al nesso simulazione/dissimulazione, il più noto è il trattato di Torquato Accetto intitolato Della dissimulazione onesta (1641), dove troviamo una precisa definizione della sottile differenza esistente fra i due termini: "La dissimulazione è una industria di non far veder le cose come sono. Si simula quello che non è, si dissimula quello che è" (cap. 8). L'autore riprende le argomentazioni cinque'seicentesche relative al problema della dissimulazione facendone una sorta di categoria affine alla prudenza, nella sua nuova accezione seicentesca: "il trattatello allinea, e brillantemente trascrive in un linguaggio che deve molto al Tasso, i luoghi topici della letteratura morale del Seicento. Semmai Accetto (e non è poco) ha allargato la scena della dissimulazione alla società tutta, facendola tracimare dalle regge e dalle corti" (Nigro, p. XXIV). La dissimulazione è la virtuosa capacità di nascondere i segreti del cuore: da questo assunto prende vita il celebre La Princesse de Clèves (1678) di Mme de La Fayette. Ambientato nella Francia del Cinquecento, il romanzo presenta la corte di Enrico II come luogo della simulazione, dell'inganno, dove "ce qui parait n'est presque jamais la vérité" ("dove quello che appare non è quasi mai la verità"). Per Ripa la simulazione è una "donna con una mascara sopra al viso, in modo che mostri due facce, sarà vestita di cangiante, nella destra mano terrà una pica, nella sinistra un pomo granato. E alli piedi vi sarà una monna ò scimia, che dir vogliano" (Iconologia, p. 235).
Paola Cosentino
Riferimenti bibliografici
Sergio Zatti, Il linguaggio della dissimulazione nella "Liberata", in L'ombra del Tasso. Epica e romanzo nel Cinquecento, Milano, Bruno Mondadori, 1996 Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta, a cura di S. S. Nigro, Torino, Einaudi, 1997

