Diminutivo di "studio", nell'accezione di "piccola stanza adibita allo studio". Voce dotta dal latino studium, da studere "studiare", di origine indoeuropea. Anche "mobile per scrivere" molto diffuso nel Cinquecento, da studiolum nel latino medievale, "stipo" o anche piccolo armadio con elemento centrale a battenti e elementi laterali con cassetti. La sua origine è legata al mondo monastico, quando gli eremiti dovevano praticare lo studio, la preghiera e la meditazione da soli e nel massimo silenzio. Il passaggio di questo ideale di vita contemplativa dal mondo degli ordini monastici a quello laico si deve a Petrarca che esaltò la vita solitaria come condizione essenziale per ogni attività legata alla sfera spirituale, sua qualità morale. Ad Arquà dove si era ritirato, ormai vecchio, Petrarca aveva allestito un piccolo studio e la sua figura divenne emblema del letterato che vive in mezzo ai libri, topos dell'iconografia umanistica parallela alla tradizione figurativa di san Girolamo nello studiolo . Discutendo gli esempi che gli vengono dall'antichità, Petrarca, nel De vita solitaria, si chiede se il luogo solitario debba essere nello spazio aperto tra i monti, nei boschi, sulle rive dei ruscelli, oppure dal momento che la bellezza del locus amoenus, secondo Quintiliano, porta a distrarsi dalla meditazione, luogo chiuso e per di più oscuro, di notte, al lume della candela. Vicino al prototipo dello studiolo anche l'atriolum ("piccolo atrio") descritto da Cicerone, spazio nel quale era solito tenere i suoi esercizi retorici, e che aveva alle pareti raffigurazioni in gesso che permettevano la conversazione con i grandi ingegni del passato, gli uomini illustri, così cara anche a Petrarca. L'ideale dello studiolo è perciò ancorato alla villa, alla campagna, all'ideale della vita campestre, fuori dai clamori della città: uno spazio chiuso e separato dentro il palazzo per essere fuori dal palazzo. Ma l'uso di adibire alcune stanze della residenza di alcuni principi italiani a studiolo viene nel Trecento dalla Francia come ci indica W. Liebenwein nella sua ampia ricostruzione storico'artistica della tipologia dello studiolo: ad Avignone, papi (come Giovanni XXII e poi come Benedetto XII), cardinali e alcuni curiali, possedevano uno spazio privato in cui potevano sistemare i propri libri, e che nelle fonti viene citato come studium ("studio"). Anche il re francese Carlo V (1364'1380) possedeva uno estude ("studio"). Già nel Quattrocento, in Italia, lo studiolo cominciava ad assumere la sua fisionomia: Alberti nei Libri della famiglia (III, p. 269) parla dello studio come luogo più segreto del palazzo: "Solo e' libri e le scritture mie e de' miei passati a me piacque e allora e poi sempre avere in modo rinchiuse che mai la donna le potesse non tanto leggere, ma né vedere. Sempre tenni le scritture non per le maniche de' vestiti, ma serrate e in suo ordine allogate nel mio studio quasi come cosa sacrata e religiosa". Nel Cinquecento lo studiolo designa un ambiente in un palazzo signorile riservato alla meditazione, allo studio, ma anche alla custodia di oggetti rari e preziosi: "Nel Vocabolario della Crusca il termine studium, oltre a indicare lo studiare, può stare per il luogo ove si studia, secondo gli etimi latini di gymnasium, ancora academia e museum. Quest'ultimo dal greco museion è all'origine un luogo religioso sacro alle Muse, le ispiratrici dei poeti e degli scrittori, le cui opere si conservano appunto nei museia; templi dedicati alle Muse e/o ad Apollo si trovavano tanto nella Accademia platonica di Atene che presso la Biblioteca ad Alessandria, da cui il legame del museion con i luoghi di conservazione dei libri, come le Biblioteche, che nell'antichità indicavano anche un luogo fisico, dove gli studiosi si riunivano, come nella Accademia, per studiare e discutere. [...] Il riferimento dello studiolo al museo in termini etimologici e concettuali segna dunque l'origine di quest'ambiente nell'accezione astratta dello studium, per concretizzarsi nello studiolo prima e nel gabinetto scientifico poi. Anche la funzione di conservazione, presente fin dall'origine nell'idea di studio già negli esempi francesi, e che trasformerà questi ambienti in luoghi di memoria, si rintraccia nel museion, che nel suo originario significato di luogo sacro alle Muse, figlie di Mnemosyne, implica una consequenziale riferimento alla memoria. Lo studiolo dunque, configurandosi come luogo della mente e della memoria, diverrà espressione della cultura umanistica fra Quattrocento e Cinquecento sul modello del prototipo petrarchesco" (Claudia Cieri Via, "Introduzione" a W. Liebenwein, Studiolo, pp. VII'IX). Si veda la bella descrizione dello studio'biblioteca di casa Malpigli eseguita da Tasso nel Malpiglio secondo overo fuggir la moltitudine: "laonde non solo procura che sia adornato l'animo del figliuolo, ma lo studio ancora, il quale è ne la più alta parte de la casa, posta ne la più frequentata de la città [...]. Perciò ch'a la prima vista mi si parò dinanzi una grandissima quantità di bei libri di tutte le lingue, di tutte le scienze, ben ligati con fette di seta; e molti quadri di pittura assai vaghi, e alcune vaghe tavole di geografia, ne le quali diligentemente son descritti vari paesi, e alcuni globi o palle, fatte ad imagin del mondo con la descrizione del cielo e de la terra; e altre palle di marmo di varii colori, e vari cristalli da ristorar la vista e vari instrumenti di musica; altri da osservar l'altezza del polo, altri per gli altri usi de l'astrologia e de la geometria: e tutte queste cose erano in guisa disposte ch'altrettanto meritava d'esser lodato l'ordine quanto la vaghezza. Ma poi ch'ebbi mirata intentamente ciascuna cosa, dissi. F. N - Voi avete albergato le Muse fra' negotii. G. M. - Questo è più tosto rifugio ch'albergo, perch'in niuno altro luogo che n questo posson fuggir la moltitudine" (pp.125'26). Nello studiolo di Belfiore (iniziato nel 1392 come fortezza al di fuori del centro, poi divenuta residenza principale, ma bruciato nell'incendio del 1632), Lionello d'Este, incarnazione di tutte le virtù principesche, poteva dedicarsi alle Muse che decoravano splendidamente la stanza (sono otto i dipinti che la critica è riuscita a individuare come facenti parte dello studiolo). Tra i più famosi studioli del Rinascimento quelli di Federico di Montefeltro nel Palazzo Ducale di Urbino , al riparo dalle sale di rappresentanza, ma in collegamento con la loggia (secondo la teoria petrarchesca di un luogo che potesse giovarsi di una vista panoramica se non del contatto diretto con la natura, lontana dal rumore della città), e quello di Francesco I de' Medici in Palazzo Vecchio a Firenze. Lo studiolo accoglie, prima come decorazione poi anche per diffusa moda collezionista, opere d'arte. Di alcune iscrizioni antiche (tavole di bronzo contenenti geroglifici) si parla per lo studio del cardinal Pietro Bembo (Tasso, Il Conte overo de l'imprese, p. 90), e spesso le stanze adibite allo studio sono dipinte come ci dice Vasari (Le vite, vol. II, parte III, Perin del Vaga, p. 868: "Basta che non vi è stanza che non abbia fatto qualche cosa e non sia piena di fregiature, perfino sotto le volte, di vari componimenti pieni di puttini, maschere bizzarre et animali che è uno stupore. Oltra che gli studioli, le anticamere, i destri, ogni cosa è dipinto e fatto bello"), e la presenza di dipinti commissionati o voluti dallo stesso principe fa dello studiolo un luogo simbolico, la sua immagine'ritratto. Con Isabella d'Este lo studiolo , che si allargò con una seconda stanza, la cosiddetta "grotta", comincia a somigliare sempre di più al cabinet, cioè al gabinetto scientifico destinato all'esposizione di oggetti preziosi e opere d'arte: pitture, sculture, in marmo, in bronzo, antiche e moderne, cammei, medaglie. Inoltre, considerato come luogo solitario dello studio, lo studiolo viene contrapposto al luogo "comune" della conversazione. Così scrive nei Ragionamenti Firenzuola: "Erami caduto nella mente più tempo fa; illustrissima signora Duchessa, un dubbio: qual cosa arrecasse più utilità agli elevati ingegni, o l solitario studio della propria camera, o, praticando con diverse persone che di lettere si dilettino, ragionar con esse di tutto quello di che altri non si è potuto risolvere da se medesimo; e sempre più inclinava a credere che lo allontanarsi da ogni moltitudine facesse salir gli studiosi in supremo grado di onore"; ma l'esperienza dell'Accademia romana l'aveva convinto del grande profitto che si poteva trarre dal partecipare a discussioni e ragionamenti: "e da quel tempo in qua io non mi maravigliai più quando vedeva alcun di questi consumati sopra i libri e quasi marciti entro alle lor camere, nel vestir, nello andare, nel ragionare, ne' costumi e in tutte le loro operazioni aver più somiglianza con qual si voglia vile animale che con uomo sempre conversato con le Muse" (Dedica a Caterina Cibo, pp. 9'11). Così anche per Stefano Guazzo, che nella Civil conversazione condanna la vita solitaria e pone i "ragionamenti" anche nelle stanze private. Le "picciole e rimote stanze" della sua casa, che contengono libri e sono adorne di pitture, costuiscono lo spazio riservato, appartato, il luogo in cui ambientare il suo dialogo. Direttamente collegato alla contrapposizione tra studio solitario e conversazione pubblica, è poi il lungo e importante elogio che Guazzo dedica all'Accademia, l'istituzione culturale più forte della società di Antico regime, il luogo della conversazione civile, erede della sodalitas umanistica, immagine topica del convito, come luogo in cui il sapere viene distribuito e consumato, dove il primato della "viva voce" esaltato in tutta l'opera si afferma a pieno titolo. Anche su quel muto dialogare con gli Antichi, nella silenziosa e solitaria lettura dei libri, così caro a Petrarca ma anche a Machiavelli della celebre lettera a Francesco Vettori: "Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittorio; et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni" (Lettere, 10 dicembre 1513, pp. 192'96). Questa è la rappresentazione iconologica che dello "Studio" ci offre Cesare Ripa nell'Iconologia: "Un giovane di volto pallido, vestito d'abito modesto, sarà à sedere, con la sinistra mano terrà un libro aperto, nel quale miri attentamente, con la destra una penna da scrivere, e gli sarà à canto un lume acceso e un gallo. Giovane si dipinge, percioché il giovane è atto alle fatiche dello studio. Pallido, perche quelle sogliono estenuare e impedire il corpo come dimostra Giovenale (satira V At te nocturnis iuvat impallescere cartis). Si veste d'abito modesto percioché gli studiosi sogliono attendere alle cose moderate e sode. Si dipinge che stia a sedere, dimostrando la quiete e assiduità che ricerca lo studio. L'attenzione sopra il libro aperto dimostra che lo studio è una veemente applicazione d'animo alla cognizione delle cose. La penna che tiene con la mano destra significa l'operazione e l'intenzione di lasciare, scrivendo, memoria di se stesso, come dimostra Persio (satira prima. Scire tuum nihil est, nisi te scire hoc sciat alter). Il lume acceso, dimostra che gli studiosi consumano più olio che vino. Il Gallo si pone da diversi per la sollecitudine e per la vigilanza, ambedue convenienti e necessarie allo studio».
Floriana Calitti
Riferimenti bibliografici
Le Muse e il Principe. Arte di corte nel Rinascimento padano, Modena, Panini, 1991; Wolgang Liebenwein, Studiolo, Modena, ISR - Ferrara/Panini, 1992, trad. ediz. 1977; L. B. Alberti, I libri della famiglia, a cura di R. Romano e A. Tenenti, nuova ediz. a cura di F. Furlan, Torino, Einaudi, 1994; T. Tasso, Dialoghi, a cura di E. Mazzali, tomo primo, Milano'Napoli, Ricciardi, 1976; T. Tasso, Il Conte overo de l'imprese, a cura di Bruno Basile, Roma, Salerno editrice, 1993; G. Vasari, Le Vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue, insino a' tempi nostri, Torino, Einaudi, 1991; Agnolo Firenzuola, Le Novelle, a cura di Eugenio Ragni, Roma, Salerno editrice, 1971, N. Machiavelli, Lettere a Francesco Vettori e a Francesco Guicciardini, a cura di Giorgio Inglese, Milano, Rizzoli, 1989

