La tirannide è una forma di governo retta dalla sovranità assoluta di un'individualità (il tiranno) che gestisce la cosa pubblica senza l'ausilio di consiglieri, ministri, ufficiali, attendenti. Gli antichi hanno costantemente teorizzato una tripartizione delle forme di governo in monarchia, aristocrazia e democrazia con le rispettive degenerazioni in tirannide, oligarchia e anarchia. Così Platone in Repubblica VII, Aristotele in Politica, III,7 e soprattutto Polibio in Storie VI, 3-4. Tale ripartizione era un luogo comune nella cultura umanistica, che aveva filtrato la teoria polibiana dei cicli politici. Il tiranno è quindi la figura'guida di una delle sei forme costituizionali classiche. Negli autori italiani del Medioevo e del Rinascimento questa concezione viene totalmente assorbita. Si veda ad esempio Marsilio da Padova, Defensor pacis, 1,8,3. Nell'età del classicismo va evidenziata la posizione di Machiavelli. Sulle cause della tirannide egli scrive in Discorsi, I, 40: «Notasi, adunque in prima essere nato in Roma questo inconveniente di creare questa tirannide, per quelle medesime cagioni che nascano la maggior parte delle tirannidi nelle città: e questo è da troppo desiderio del popolo, d'essere libero, e da troppo desiderio de' nobili, di comandare. E quando e' non convengano a fare una legge in favore della libertà, ma gettasi qualcuna delle parti a favorire uno, allora è che subito la tirannide surge». Quando il naturale desiderio dei nobili (di opprimere) e del popolo (di non essere oppresso) si radicalizza, diviene impossibile una ricomposizione istituzionale del contrasto e si apre la via alla tirannide. Il tiranno è per Machiavelli sempre "vituperabile" perché pone al centro della sua iniziativa il proprio vantaggio e non il pubblico bene ed opprime in questo modo il "popolo". Sulla stessa linea si esprime Francesco Guicciardini per il quale il tiranno è quel principe che abusa del potere per conseguire vantaggi personali, come è scritto in Ricordi, B92: «Non furono trovati e' principi per fare beneficio a loro, perché nessuno si sarebbe messo in servitù gratis, ma per interesse de' populi, perché fussino bene governati. Però come uno principe ha più rispetto a sé che a' populi, non è più principe ma tiranno». Il criterio discriminante che si può applicare per distinguere un principe da un tiranno è, come in Machiavelli, la realizzazione o meno del bene della collettività. Per questo motivo Guicciardini pensa che si debba avere un atteggiamento di collaborazione coi tiranni. Naturalmente è necessario usare nei confronti dei tiranni una grande circospezione, poiché essi cercano sempre si scoprire gli altrui segreti, come è chiaramente scritto nel ricordo 103: «Fa el tiranno ogni possibile diligenza per scoprire el segreto del cuore tuo, con farti carezze, con ragionare teco lungamente, col farti osservare da altri che per ordine suo si intrinsicano teco, dalle quali rete tutte è difficile guardarsi: e però, se tu vuoi che non ti intenda, pènsavi diligentemente e guardati con somma industria da tutte le cose che ti possono scoprire ». Nei confronti dei tiranni feroci però non è possibile alcuna forma di collaborazione e l'unica via percorribile è quella dell'esilio, come è scritto nel ricordo 101: «A salvarsi da uno tiranno bestiale e crudele non è regola o medicina che vaglia, eccetto quella che si dà alla peste: fuggire da lui el più discosto e el più presto che si può». La riprovazione per la forma tirannica è presente anche in Baldassar Castiglione dove in Cortegiano 4,21, sulla scorta delle divisioni classiche, si legge: «dei modi di governar bene i populi tre sorti solamente si ritrovano: l'una è il regno; l'altra il governo dei boni, che chiamavano gli antichi ottimati; l'altra l'amministrazione populare; e la trasgressione e vicio contrario, per dir così, dove ciascuno di questi governi incorre guastandosi e corrumpendosi, è quando il regno diventa tirannide, e quando il governo dei boni si muta in quello di pochi potenti e quando l'amministrazion populare è occupata dalla plebe, che, confondendo gli ordini, permette il governo del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tre governi mali certo è che la tirannide è il pessimo di tutti». Torquato Tasso nel dialogo Il Forno (de la Nobiltà) sostiene che «il comandare a coloro che non vogliono ubbedire fu da molti giudicato operazion di tiranno» (523). Il tiranno è quindi colui che detiene il potere e comanda contro la volontà dei sottoposti. Tasso precisa più volte l'opposizione principe'tiranno come in Il Messaggero, 93: «Egli nondimeno, che unisce gli animi de' principi, non può congiunger con quel del principe quel del tiranno, perché fra 'l buono e 'l reo non può esser unione». Cesare Ripa nell'Iconologia così descrive la tirannide:«Donna armata, alquanto pallida, superba e crudele in vista, e stando in piedi, sotto all'armatura haverà una traversina di porpora, in capo una corona di ferro, nella destra mano una spada ignuda, e con la sinistra terrà un giogo».
Alessandro Capata

