Rinascimento
Rinascimento
Categorie - Verisimile
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Nell'accezione propria il termine ricorre in Cicerone e in altri autori latini in contesti differenti in opposizione a verus ("vero"): "iudicis est semper [...] verum sequi, patroni non numquam veri simile [...] defendere" (De officiis, II 51: "il giudice deve sempre seguire il vero, l'avvocato talvolta difendere il verisimile"; "ut in omni disputatione, quid esset simillimum veri, quaereremus" (Tusculanae, V 4: "affinché in ogni discussione ricerchiamo ciò che più si avvicina al vero"). L'argomentazione verisimile, che genera l'opinione, si colloca a un grado intermedio tra la dimostrazione scientifica e quella persuasiva della retorica, che rappresenta il livello ancora inferiore. È caratteristica del genere dialogico, che su questa istanza conoscitiva basa la sua identità tra le forme argomentative rinascimentali. Nel Cortegiano il livello verosimile dell'opinione caratterizza l'intero scambio dialogico, nel quale le singole posizioni non arrivano mai a imporsi in maniera definitiva sulle altre, ma il confronto dialettico si mantiene costantemente aperto alla pluralità dei pareri, alla diversità delle voci, alla soggettività delle esperienze, senza accedere mai al livello superiore della dimostrazione scientifica. L'attenersi a un grado di autenticità che escluda il falso e la frode diventa anche precetto etico, sul quale deve attestarsi il comportamento dell'uomo di corte nei termini non di esercizio di una verità assoluta, quanto in quelli relativi di evitare di cadere nel vizio opposto della menzogna e della falsità: "il cortigiano ne' suoi ragionamenti sia sempre avvertito di non uscir della verisimilitudine e di non dir anco troppo spesso quelle verità che hanno faccia di menzogna" (II 41). L'accezione più pregnante con cui il vocabolo entra nel lessico intellettuale del Rinascimento è quella conferitagli da Aristotele (Poetica 1451 b), dove il verisimile è presentato come legge universale della probabilità estrapolabile dall'insieme dei veri particolari e che perciò qualifica l'imitazione poetica come più filosofica, in quanto più generale rispetto a quella storica, che imita il vero particolare: "lo storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere. Perciò la poesia è qualche cosa di più filosofico e di più elevato della storia; la poesia tende piuttosto a rappresentare l'universale, la storia il particolare". Castelvetro recepisce con urgenza il problema dell'estensibilità della categoria: "Egli è vero che bisogna, accioché le cose avenevoli e non avenute ancora sieno verisimili e credibili, o che sieno simili a quelle che sono avenute altra volta, e a quelle che avevano minore verosimilitudine di dovere avenire e nondimeno sono avenute, o almeno che le parti d'esse o le particelle sieno simili a quelle parti o particelle che sono avenute in diversi accidenti a diverse persone" (Castelvetro 1978'79, I, p. 249). Già Aristotele contempla tuttavia che il poeta possa poetare su fatti realmente accaduti, purché essi siano concepiti non come sono accaduti realmente, ma come sarebbe stato possibile che accadessero. Il rapporto tra soggetto d'invenzione o storico è ampiamente discusso nella trattatistica cinquecentesca, divisa tra i sostenitori dell'una e dell'altra ipotesi. Torquato Tasso argomenta così a favore del soggetto di argomento storico nei Discorsi del poema eroico': "dovendo l'epico cercare in molte parti il verisimile, non è verisimile che un'azione illustre, come sono quelle da lui trattate, non sia scritta e passata a la memoria de' posteri con la penna d'alcun istorico" (Tasso 1964, p. 84). Ma l'esigenza filosofica di garantire sul piano veritativo l'invenzione del poeta, distinta tanto dal vero scientifico quanto dal falso sofistico, porta a legittimare sul piano epistemico il verisimile poetico, in questi termini: "il poeta si fonda sopra qualche azion vera e la considera come verisimile, onde la sua materia è il verisimile che può esser vero e falso; ma suole esser più tosto vero, non essendo ragionevole in modo alcuno che il verisimile sia più tosto falso, dal quale è molto dissimile" (Tasso 1964, p. 86). Il verisimile diventa in questo modo il grado di conoscenza sotto il quale la poesia si colloca insieme con la retorica, e cui sono proprie "l'imitazione e l'esempio e la comparazione [che] sono debolissime maniere di prove" (Tasso 1964, p. 87). In sostanza, l'assenza di un sistema argomentativo in grado di produrre una dimostrazione vera è il fattore che consente di tutelare, entro termini accettabili razionalmente, l'elemento fantastico e meraviglioso, a cui è legato il diletto, e con esso la componente inventiva dell'imitazione, cioè in ultima istanza di fissare un principio di realtà sul quale costruire l'universo virtuale della poesia in termini di finzione e non di falsi idoli.

Franco Pignatti

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