Il genere della biografia, sostanzialmente sconosciuto alla storiografia medievale, conosce una rapida affermazione in età umanistica. La nuova concezione dell'uomo e il sopravvento delle capacità fabbrili sul determinismo delle grandi istituzioni universalistiche medievali comportano un'attenzione alle figure dei singoli protagonisti e alle possibilità di un ruolo individuale e non determinato nella storia. La crisi dei comuni e la rapida ascesa dei regimi signorili e principeschi, specie nell'Italia settentrionale, pone le premesse concrete di una letteratura celebrativa che garantisce alla nuova autorità una legittimazione politica e culturale e insieme consente al ceto dei letterati umanisti una collocazione stabile all'interno della politica mecenatizia delle corti. L'applicazione degli umanisti alla storia antica rilancia la produzione di serie di ritratti (verbali e figurativi) di uomini illustri antichi, condottieri e principi antichi, in funzione analogica ed esemplare, anche con attualizzazioni problematiche. L'elogio che Guarino Veronese fa della figura di Cesare, funzionale alla politica degli Este, interessati ad accreditare la tesi del principe saggio e garante della pace e del benessere dello stato, si scontra con la tesi repubblicana di Poggio Bracciolini, che vede in Cesare il prototipo del tiranno. Anche laddove gli intenti panegiristici non sono immediati, le figure dei grandi contemporanei si propongono come corrispettivo moderno dei personaggi illustri dell'antichità. Dopo i precedenti più schiettamente centonatori del De casibus virorum illustrium ("Storie di uomini illustri") e del De mulieribus claris ("Le donne famose") di Boccaccio, a partire dal De viris illustribus ("Gli uomini illustri") di Petrarca, primo progetto organico di collegamento tra mondo antico e mondo moderno attraverso le figure dei maggiori protagonisti dell'una e dell'altra età, l'idea del primato delle singole personalità eccezionali nel progresso degli avvenimenti storici si afferma nel Liber de originibus civitatis Florentiae et eiusdem famosis civibus ("Libro delle origini della città di Firenze e dei suoi famosi cittadini") di Filippo Villani, che rappresenta il tentativo sistematico di ricostruire la storia di una città attraverso le sue figure di maggior spicco. Nella cultura fiorentina questo modello assume una funzione civile, estendendosi a campi non strettamente storiografici, come per il proemio al commento della Commedia di Cristoforo Landino. Con maggiore autonomia da schemi filosofici e da orizzonti cittadineschi un'operazione analoga è effettuta da Bartolomeo Facio nel De viris illustribus ("Gli uomini illustri"), e in seguito su questa linea, ormai divenuta propria degli ambienti culturali romani e perciò "italiana", si porranno il De hominibus doctis ("Gli uomini dotti") di Paolo Cortesi, il De litteratorum infelicitate ("L'infelicità dei letterati") di Pierio Valeriano, il De poetis urbanis ("Poeti di città") di Francesco Arsilli, opere tutte che, in varie attitudini, testimoniano lo sforzo di edificare una tradizione della cultura umanistica anteriormente all'affermarsi dell'aristotelismo letterario. Nel panorama cinquecentesco spiccano le due raccolte di Elogia e la serie di monografie (su Adriano VI, Leone X, 'Ferrante d'Avalos', il cardinale Pompeo Colonna, Alfonso d'Este, eccetera) di Paolo Giovio che, scevre da grande impegno critico o polemico quale la scena politica del Cinquecento non consente, si configurano come genere piacevole, sostenuto da un approccio aneddotico e da una prosa latina elegante e piana. Un settore cui si applica la biografia con risultati importanti è quello delle arti, dove le Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani di Giorgio Vasari, fondate sul rigore documentario e sulla presenza di problemi critici e storiografici, celebrano la consacrazione della figura dell'artista, che solo ora acquista piena dignità accanto al letterato.
Franco Pignatti

