Rinascimento
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Cento opere - Ludovico Ariosto, Satire
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Le sette Satire in terzine furono scritte da Ariosto tra il 1517 e il 1525, ma pubblicate clandestinamente postume solo nel giugno del 1534, a Ferrara, probabilmente postume presso l'editore Francesco Rosso di Valenza. Un'altra edizione uscì a Venezia per i tipi di Giolito nel 1550, a cura di Anton Francesco Doni. L'edizione di riferimento è quella approntata da Cesare Segre, Torino: Einaudi, 1987. La Satira prima , scritta nell'autunno del 1517, è rivolta al fratello Alessandro Ariosto e a Ludovico da Bagno, segretario del cardinale Ippolito d'Este: in essa l'autore racconta la rottura col cardinale Ippolito conseguente al rifiuto del poeta di seguirlo in Ungheria. La Satira seconda, indirizzata al fratello Galasso, risale alla fine del 1517, prima di un viaggio a Roma che l'Ariosto intraprese per risolvere i problemi legali connessi al beneficio ecclesiastico di Sant'Agata in Faenza; in questa satira l'autore svolge considerazioni disincantate e disilluse sulla vita cortigiana. La Satira terza , del maggio del 1518, è rivolta al cugino Annibale Malaguzzi: in essa l'autore, da poco entrato al servizio del duca, parla del suo nuovo lavoro, rifiuta la carriera ecclesiastica e difende la propria dignità. Nella Satira quarta, composta nel 1523 e dedicata a Sigismondo Malaguzzi, l'autore si lamenta della lontananza della sua donna, del suo duro lavoro in Garfagnana e dell'impossibilità di scrivere. La Satira quinta, la cui datazione è fissata tra il 1519 e il 1521, è dedicata nuovamente ad Annibale Malaguzzi, e affronta alcuni motivi tradizionali della vita matrimoniale. Nella Satira sesta, scritta nel 1524-1525 e indirizzata a Pietro Bembo, l'autore chiede al letterato che gli procuri per il figlio Virginio, studente a Padova, un professore di greco, raccomandandosi che sia affidabile per dottrina e costumi. La Satira settima, indirizzata a Bonaventura Pistofilo, segretario del duca Alfonso d'Este, fu scritta in Garfagnana nella primavera del 1524; in essa il poeta giustifica il proprio rifiuto di diventare ambasciatore estense a Roma e afferma il desiderio nostalgico di tornare quanto prima a Ferrara. Le Satire dell'Ariosto costituiscono un modello fondativo nell'ambito del nuovo sistema dei generi sorto nei primi decenni del Cinquecento. In esse domina l'elemento autobiografico e moralistico, ora più leggero, altre volte più aggressivo e risentito. A differenza della tradizione quattrocentesca dei capitoli morali, ispirata in primo luogo da Giovenale, le Satire ariostesche si richiamano all'esempio di Orazio, soprattutto per l'inserzione degli apologhi (come la favola della zucca nella settima satira o le favole della gazza e della ruota di fortuna nella terza) e per la scelta di unire al sermo satirico la forma epistolare. Secondo Borsellino (1986: 51), «più delle commedie, le Satire sono la grande prova dello stile "comico" dell'Ariosto [...]. Il linguaggio eminentemente selettivo della lirica petrarchesca è perciò distante dallo stile delle Satire».

Alessandro Capata

Riferimenti bibliografici

Borsellino, Nino. Ludovico Ariosto. Roma'Bari: Laterza 1986

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