Hai agito a proposito e in modo amichevole nel comunicarmi per lettera, con grande umanità, le opinioni da te sostenute nella discussione che or non è molto abbiamo avuto intorno al concetto di imitazione. Per quanto, infatti, grazie alla tua singolare eccellenza in ogni genere di dottrina e al mio grande affetto verso di te, ogni tuo discorso è solito rimanermi profondamente impresso nei sensi e nella memoria, tuttavia quei medesimi discorsi affidati a una lettera permangono più stabili e più durevoli e vi si ricorre con maggiore facilità. Così suole accadere che i discorsi consegnati alla scrittura sono più completi e più ricchi di quelli che gli uomini si comunicano conversando. La penna e la lentezza della scrittura aggiungono infatti sempre qualcosa e il discorso cresce con la riflessione. Perciò la tua conversazione, che mi dilettava mirabilmente mentre ti ascoltavo parlare, ora che la leggo nella tua lettera è per me fonte di grande godimento. A questa lettera, giacché mi provochi con grande cortesia, risponderò non tanto per desiderio di contraddirti, quanto di difendermi, né per confutare la tua opinione, quanto piuttosto perché non lo sia la ragione che ha motivato me, e cioè elogiare coloro i quali, nello stile di scrittura in cui abbiano scelto di impegnare le loro forze, si propongono di imitare quello solo che sanno emergere ed eccellere sugli altri. Tu dovresti conoscere queste ragioni, che mi sforzai di esporti direttamente. Ma prima di venire a questo, ti chiedo, dato che nell'inizio della tua lettera scrivi che ti sembra che debbano essere imitati tutti i buoni autori: perché nel resto dell'epistola quelli che talvolta vengono imitati li critichi tutti e non ne lodi neanche uno? Se dirai di farlo perché consideri cattivi quelli che biasimi, non avresti buoni autori da celebrare: per prima cosa non è verosimile che non ci sia una qualche arte di imitare che sia lodevole, e che non si trovi neanche uno, in tutta questa folla di imitatori (quanta è inevitabile che sia ora, sia stata prima in ogni tempo e sia sempre in futuro), il quale sia ricorso a quest'arte correttamente. La natura, infatti, conferisce a ogni uomo la pulsione e la facoltà di imitare, nonché una passione mista a una sorta di emulazione: essa può essere frenata e repressa dalla ragione ma non divelta e sradicata del tutto. Quindi, se ti si concede che nessuno ha imitato correttamente, credo che anche Virgilio non ti sembrerà un buon imitatore: perché allora approvi quell'arte nella quale, sebbene innumerevoli e degnissimi ingegni vi si sono provati, nessuno tuttavia di essi ha a tuo giudizio conseguito la lode e il nome di buon autore? Perché piuttosto non ti sei convertito al parere di quelli che hanno sostenuto che è bene non imitare e hanno biasimato chiunque e in qualsiasi modo lo facesse? Sarebbe stato meglio o che tu non ti scagliassi contro coloro dei quali avevi approvato prima l'artificio, oppure non approvassi questa arte della quale ti accingevi a criticare i cultori e i sostenitori con tanto vigore e tanto diffusamente. Avresti infatti ottenuto con la massima facilità quello che è il fine della tua eloquenza nella lettera, e cioè di criticare costoro con asprezza e veemenza. Se tu avessi seguito questa tua convinzione e ti fossi spianato un campo più libero per la disputa, avresti anche evitato a me la fatica di rispondere alla tua lettera. Ti avrei infatti rispedito quella famosa epistola scritta da Paolo Cortesi, elegante, ricca di qualche arguzia eppure anche grave, con la quale egli piega l'inconsistenza teorica del suo amico Poliziano, uomo dotto, per Ercole, e ricco d'ingegno, ma, mi pare, non molto giudizioso. Poliziano, sembrandogli di non potere in alcun modo conseguire quel modo e stile di scrittura ciceroniano, dal quale fu sempre piuttosto lontano, si volse a condannare quelli che avevano deciso di esprimere tale stile e lo coltivavano imitandolo in qualche maniera. Perciò l'erudizione e la misura con cui Cortesi ribatte la dissimulazione di Poliziano avrebbe potuto essere sufficiente anche per te, se tu fossi stato dello stesso suo parere. Ora però, quando affermi che bisogna imitare ma non uno solo, bensì tutti i buoni autori, in che modo tu lo intenda io non lo comprendo. Infatti se tutti coloro che in un genere di scrittura sono considerati buoni maestri emergessero pari tra loro per la nobiltà di stile e l'eleganza dei loro scritti, ti si potrebbe forse concedere ciò che dici, ossia che non dobbiamo applicarci a uno solo bensì a tutti. Ora, dato che risulta che la misura di ciascun ingegno o di ciascuna arte è diversissima e dato che un autore emerge su un altro, come si può mettere in discussione che se ci dedichiamo ai migliori dovremo trascurare quelli che sono meno buoni? O se tra coloro che sono considerati buoni autori uno è di gran lunga migliore e superiore, al punto che le virtù che sono separatamente negli altri in lui solo si ammirino tutte insieme e anche più splendide ed eleganti, quando avremo imitato quell'unico massimo e sommo, se imiteremo gli altri che sono considerati mediocremente buoni, avremo qualche vantaggio? Come se fosse necessario che chi ha imparato a dipingere alla maniera di Apelle, alla cui arte gli altri pittori ammirati hanno attribuito senza controversia il primato, si rivolgesse ai quadri di Polignoto e di Timante per impararne qualcosa. Oppure che uno che abbia raggiunto l'eccellente e celebre arte di Lisippo nello scolpire figure, contemplasse le rigide statue di Calamide o quelle pure ancora più rigide di Canaco. Quegli artisti quando desideravano ritrarre con la loro arte il volto di Alessandro non guardavano che a lui, volgevano la loro mente e i loro occhi solo verso di lui. Noi che ci dobbiamo proporre l'immagine di quello stile che sia bellissimo e perfettissimo e nel raggiungere il quale concentriamo il nostro studio e la nostra diligenza tenendolo dinanzi agli occhi, rivolgeremo l'attenzione e l'animo a riprodurre le immagini anche delle opere che non sono altrettanto belle? Mi sembra, Pico, che chi sostenga ciò sia in errore. Non siamo infatti formati dagli dèi immortali tali da essere in grado di procurarci gli enti primi, cerchiamo almeno di ottenere quello che viene subito dopo, non certo ciò che è inferiore: il nostro animo infatti è rivolto sempre a ciò che è sommo e sublime. Perciò, come ho detto, mi stupisco che tu non abbia piuttosto ritenuto di scegliere per l'uno o altro dei due partiti: cioè o che non convenga affatto imitare, ovvero, se pensi che bisogna imitare, che si debba rivolgere tutti gli sforzi della nostra imitazione non indifferentemente a tutto ciò che è buono, bensì solo a ciò che è considerato ottimo e perfettissimo. Infatti circa quanto scrivi intorno alle idee è difficile non darti credito, tu che sei un uomo dottissimo e da lungo tempo conoscitore con merito e gloria di ogni disciplina e scuola filosofica, quando sostieni qualche opinione. Ma se tu sostieni che nel tuo animo è insita e trasmessa dalla natura una qualche idea e forma dello stile, lo sostieni perché così sembra nel tuo animo. Quanto al mio animo, posso assicurarti di non avervi intravisto alcuna forma dello stile, alcuna figura retorica prima che io stesso nello spazio di molti anni, con molte fatiche e con lunga consuetudine ed esercizio l'abbia formata con la riflessione intellettuale, leggendo i libri degli antichi autori. A questa mi rivolgo ora quando debbo scrivere qualcosa, e quasi la vedo con gli occhi così come con il pensiero, dalla quale prendere quello che è necessario per comporre un'opera. Prima di dedicarmi intensamente a queste meditazioni di cui parlo, osservavo con non minore scrupolo dentro il mio animo e vi cercavo come riflessa in uno specchio un'immagine dalla quale attingere e creare quello che volevo. Ma in esso non c'era alcuna immagine, nulla mi si offriva, non vedevo nulla. Perciò se mettevo mano alla penna, se cominciavo qualche scritto, ero guidato non da una regola, non dal criterio che desideravo, ma procedevo a caso e senza costanza: nessuna di quelle idee e concetti che tu menzioni mi guidava. So bene che quando sostieni questa teoria ti riferisci alla sentenza dei Platonici, i quali riferivano le cose che sono prime e superiori in natura (o possono essere anche altrimenti), alle immagini e idee divine. Ma io penso piuttosto che in Dio stesso, autore ed artefice del mondo e di tutte le cose, sia una sorta di idea divina, cui non manchi nulla e sia in tutto perfettissima: a esempio, della giustizia, della temperanza, delle altre virtù così anche dello scrivere bene. A essa guardavano, per quanto potevano attingervi con la mente, Senofonte, Demostene e lo stesso Platone per primo, così come anche Crasso, Antonio, Cesare e Cicerone più di tutti, quando dettavano e scrivevano qualcosa, e all'immagine di essa che avevano concepito rivolgevano lo stile e il pensiero. Lo stesso penso dobbiamo fare noi: nei nostri scritti dobbiamo tentare in tutti i modi di attingere quanto più si può pienamente e da vicino al simulacro di questa forma. Se nei nostri animi si trovano quelle idee che tu dici, diverse in ciascuno e quindi diverse e varie tra loro, in che modo le avremmo avute in sorte dalla natura stessa al momento della nascita, io secondo il temperamento del mio animo e del mio corpo, tu secondo il tuo, ciascuno secondo il proprio? Se da esse ci è lecito secondo il nostro estro e la nostra applicazione allontanare la penna e rivolgerla in qualsiasi parte, perché non ritieni che sia opportuno per noi imitare quello solo che eccella e primeggi tra tutti? Se non è lecito, perché imitare tutti coloro che sono buoni? Infatti è da invidioso non proporre a tutti quell'ottimo che gli uomini possono raggiungere in un genere, ed è inutile dire che tutti i buoni debbono essere imitati da parte di chi non ha la facoltà di allontanare l'animo dalla idea e forma di scrittura che gli è stata trasmessa dalla natura. Se poi, come terza e ultima obiezione, nell'animo di alcuni sono insite idee e forme tali che se vi si applica dello studio possono essere facilmente piegate e modificate, negli animi di altri invece sono tali che non possano esserlo in alcun modo: su questo punto tu devi decidere, oppure è inevitabile che tu cada in ambiguità. Infatti quelli cui è negato muoversi in qualsiasi direzione non vanno esortati a qualche forma di imitazione, neppure alla migliore; quelli che, se vogliono, procedono nella direzione voluta vanno incitati. Di questi bisogna avere cura, perché non venga sottratto nulla della loro facoltà; dagli altri non si deve pretendere che cessino di essere buoni a nulla. E io penso che non debbano imitare nessuno; né che quelli che sono di ingegno corrotto, modesto, inerte e offrono di sé quasi l'aspetto duro e implacabile della loro natura debbano tentare qualcosa in alcun genere: che scrivano libri o no, che veglino o dormano, non mi interessa. Io voglio quelli che, se si sono impegnati, se non si sono piegati nell'animo, non potranno non ottenere ciò cui mirano, e a loro parlo: se i loro ingegni sono coltivati danno frutti grandi e fecondi. E non mi fa cambiare opinione il constatare che non sono moltissimi coloro che si sono formati in modo che, a qualsiasi arte abbiano rivolto l'animo, in qualsiasi genere di scrittura si siano impegnati, non vedranno deluse le loro speranze. Infatti non scoraggiò Cicerone dallo scrivere quei bellissimi libri Dell'oratore il fatto che forse non avesse mai né letto né udito un oratore tale e quale in quei libri stabilisce debba essere. Neppure Platone per questo motivo evitò di prescrivere le leggi della sua Repubblica, solo perché pensava che fossero molto più distanti dall'uso e dalla consuetudine dei popoli di quanto sperasse che qualche nazione e città le avrebbe adottate. Quelli che insegnano rettamente qualche disciplina non si pongono il problema che tutti possano conseguirla, ma piuttosto che chi è in grado di farlo la acquisisca in maniera tale che nessuno possa superarlo. Chi è fatto in modo da non avere un ingegno eccellente può forse impegnarsi, ma acquisirla e portarla a perfezione giammai. Perciò la mediocrità d'ingegno viene respinta: in nessun modo infatti mediocre è lo stesso che eccellente; ciò che è eccellente, infatti, è di solito anche rarissimo e tanto più raro quanto più eccellente. L'esiguità di numero degli uomini eccellenti e la moltitudine di quelli mediocri non deve essere tralasciata ma anzi considerata come un valore. Apprezzo quel nocchiero virgiliano il quale ammonisce Enea che per giungere più facilmente in Italia bisogna abbandonare tutto ciò che è debole e teme il pericolo; se si farà così, aggiunge subito il poeta:
Exigui numero, sed bello vivida virtus
Sono pochi di numero, ma hanno vivido valore in guerra
(Eneide, V 754)
Da ciò risulta che il più sapiente tra i poeti non solo ricercasse la virtù in quelli che celebra ma anche la ricercasse "vivida", cioè eccellente. Tuttavia, quando propongo ai nostri autori un solo modello che sia ottimo e superiore a tutti, io non propongo loro da imitare quelle immagini che non stanno da nessuna parte e che appena possono essere conosciute con la mente, come fecero quei due autori che ho presenti [Cicerone e Virgilio]: se così facessi non mi schiererei dietro i loro esempi. Chiunque può infatti insegnare le arti e le regole sul modo di formare con metodo e misura l'oratoria e le materie civili, così come anche le altre discipline, in modo tale da volere che coloro che sono appassionati di esse progrediscano a uno stato e a una forma migliore di quanto possa vederne l'immagine con i suoi occhi e toccare con mano. Dato che l'imitazione consiste tutta nell'esempio, va ricercata nell'esempio: se manca quello, come può esserci imitazione? Tutto l'esercizio dell'imitare, di cui discutiamo, non è nient'altro che introdurre nei tuoi scritti la somiglianza con un altro stile e usare quello stesso metodo nello scrivere che ha usato l'autore che ti sei proposto di imitare. Ma ritorno a quello che dici: che bisogna imitare tutti i buoni autori. Ora ti chiedo: vuoi che imitiamo tutti i buoni in modo da esprimere l'intero stile di scrittura di ciascuno di loro, oppure ritieni sufficiente che quella parte dello stile in cui ognuno è considerato migliore la riprendiamo da uno solamente e così da molte porzioni degli stili usati da moltissimi altri ne formiamo uno solo intero che usiamo noi? In che modo preferisci che sia presa questa tua teoria, giudica tu. Ma non è da credere che tu voglia essere inteso nella prima maniera. Cosa può essere infatti più assurdo che pretendere che quante specie e forme di scrittura, diverse tra loro e molto spesso differenti, dotate ciascuna di ogni sua parte e membro, siano state adoperate, vengano racchiuse ed espresse tutte in una sola forma e specie di scrittura? Quasi tu pensassi che, costruendo un solo edificio, molte sorti di immagini diverse di edifici e di manufatti possano esservi rappresentati interamente. Se tu poi dicessi di volere intendere nell'altro modo - prendere una sola delle numerose parti che costituiscono lo stile di ciascuno - come tu hai fatto perlopiù, non è propriamente imitare: puoi certo prendere da molti ma creerai uno stile tuo. Piuttosto che imitare diremo saccheggiare, o se preferisci anche mendicare: infatti, quando mendicano il cibo, gli uomini sono soliti comportarsi in modo da chiedere a molti e non a uno solo quello di cui hanno bisogno per vivere. L'imitazione invece abbraccia l'intera forma dello scrivere di un autore, richiede che se ne acquisisca ciascuna parte, riguarda l'intera struttura e corpo dello stile. Infatti chi abbia seguito la brevità sallustiana e l'abbia messa insieme in un insieme disarmonico con parole disusate e popolari, non si dirà che abbia imitato Sallustio; né chi abbia raggiunto la misuratezza di Giulio Cesare nell'esporre gli eventi e abbia usato nell'esprimerla un linguaggio rozzo, sarà degno perciò di essere chiamato imitatore di Cesare. Per me, chi vuole essere degno di questo nome è necessario che esprima tutti gli aspetti dello stile dell'autore di cui vuole essere detto imitatore. Perciò Cicerone, quando dà la definizione di questa parola, dice che l'imitazione è quella dalla quale siamo portati con un metodo scrupoloso ad assomigliare a qualcuno nel discorso. Non sono, Pico, queste che cito le parole esatte di Tullio? In che modo può accadere che possano essere simili a qualcuno coloro i quali prendono quello che esprimono singolarmente da autori diversi: da tutti, per non realizzare nulla? Poi, se concederò il termine - infatti non voglio discutere nulla con te capziosamente ', questo tuo metodo di imitare molti può più facilmente essere oggetto di speranza che di desiderio, più essere immaginato che conseguito, più detto a parole che realizzato nei fatti. Infatti, chi vuole imitare diversi autori nello stesso tempo non ottiene nulla da alcuno: l'abbondanza gli distrae la mente e i sensi e impedisce all'animo di essere stabile; e quello il cui animo non è stabile in nulla, non può certo conseguire qualcosa in modo corretto, neanche chi si sposta da uno all'altro; la cura che si è rivolta in uno solo non è necessario andare a riversarla con frequenza in un altro. Tutti siamo presi dalla novità, dalla quale molti sono così solleticati al punto di condannare quello da cui si sono allontanati. Si aggiunge poi la diversità e la dissomiglianza degli scrittori. Così, perlopiù, bisogna disimparare le vecchie nozioni per dedicare cura e attenzione alle nuove. In uno piace infatti con la dignità una sorta di severità del discorso; in un altro sono molto approvate la giocondità, la convivialità, lo scherzo. Quando abbiamo imparato a imitare uno di loro, cominciamo ad apprendere l'altro; siamo costretti a rigettare molte delle cose che prima con somma dedizione e fatica abbiamo conseguito. Perciò lo studio si incrina, l'applicazione si indebolisce, la nostra tensione e tutto l'ardore dell'animo langue e si estingue, mentre siamo sbattuti qua e là nella varietà degli esempi come tra flutti. Infine, poiché tu pensi che debbano essere imitate soltanto le parti buone di ciascuno, non troverai, se ci pensi bene, in che modo si possa fare ciò. Quello che è buono ed eccellente in ciascuno scrittore cresce e si consolida grazie a tutte le sue parti: tutte le sue virtù e anche i difetti, se ce ne sono in lui, contribuiscono all'insieme. Infatti, come i volti degli uomini presentano ora benignità di costumi, ora alacrità di carattere, ora fortezza d'animo, ora fertilità d'ingegno, ora maestà, ora bellezza, e queste singole indoli non sono costituite solo dalla postura degli occhi o delle sopracciglia, o della bocca, o delle guance o da qualche altra parte, bensì ciascuna da tutte le parti e membri del volto (cosicché se un pittore volesse con i suoi colori imitare un carattere sarebbe costretto a esprimere prima ogni parte di quella faccia a cui appartiene il carattere stesso), allo stesso modo, per Ercole, negli stili sono presenti quelle virtù o eleganze che lodiamo come caratteristici dei singoli autori, le quali virtù non siamo affatto in grado di adottare nei nostri scritti, a meno che non adottiamo per intero quegli stili in cui tali eleganze sono presenti. Oppure tu pensi di potere imitare quel candore e quella purezza di linguaggio che vediamo essere grandissima e meravigliosa in Cesare, se tu non usassi altrettanta misuratezza quanto ne usa lui più di ogni altro autore, affinché, dal momento che parla di se stesso, nello scrivere non sembri essere spinto dall'odio o dall'ambizione? E lo giudicheresti trascurato nell'espressione in quanto, occupato in condurre numerose e grandissime imprese, non poté impiegare maggiore diligenza nello scrivere; oppure pensi che abbia ottenuto ciò con l'applicazione, affinché non si pensasse che avrebbe potuto, come alcuni credevano, acquistare molta più grazia nelle sue opere, se l'impegno delle cose guerresche gli avesse lasciato più tempo per scrivere? E quella sua caratteristica nitidezza mi sembra derivare non da lui stesso incondizionatamente, bensì dipendere, tra gli altri fattori, anche da questi due che ho detto. Se tu non li osserverai, non raggiungerai certo mai quella nitidezza già tanto lodata; se li osserverai e vorrai ottenere anche quella maestà ciceroniana nello scrivere che tutti con lode innalzano al cielo, in qualsiasi modo tu vi ambisca non la conseguirai e scompiglierai quello che avevi già conseguito. Quanto infatti aggiungi a uno, altrettanto è necessario che levi a un altro. In questo modo, cose che entrambe da sé e separatamente sono considerate esimie e illustri, se le mischi, nessuna delle due manterrà il suo aspetto e dignità primitivi. Perciò se la nitidezza di Cesare e la maestà di Cicerone, la brevità di Sallustio e l'abbondanza di Livio, la nitidezza di Celso e la precisione di Columella, se insomma quell'ornamento che è caratteristico di ciascuno degli egregi scrittori e si intravede come l'indole sul volto, se tutti questi caratteri stabilisci che vengano impiegati nelle tue opere, temo che tu non abbia voluto imitarli, quanto maltrattarli, non sembrerai conseguirli ma corromperli. Se tuttavia eviterai che la tua intenzione venga ingiustamente criticata, certo non sfuggirai quello che appare manifesto, cioè che tu non sei stato in grado non dico di raggiungere rettamente qualcuno di quegli autori, ma neppure di riprenderlo mediocremente. Dunque se un dio ti insegnasse quello che con la nostra volontà non possiamo realizzare in alcun modo, cioè un'arte nuova e certo divina con la quale tu, come insegni, sia in grado di imitare molti, bisognerebbe tuttavia temere che tu decida di usarla. Come può, infatti, accadere che per chi vuole seguire molti autori guidato da una sola idea di stile, il suo discorso non sia dissimile, non differente, non diverso e incostante con se stesso, non disarmonico, non incoerente, mentre dell'uno abbraccia la leggerezza, dell'altro l'ardore, dell'altro l'eleganza, dell'altro ancora la trascuratezza (la quale ultima, talvolta, come il viso non truccato in una donna, è piuttosto gradevole anche in uno scrittore), e ancora gli innumerevoli e assai differenti altri generi e tipi di scrittura? Mi sembra che gli antichissimi poeti abbiano inventato Proteo, dicendo che si trasformava ora in acqua, ora in fuoco, ora in fiera, tuttavia non tollerava più di una forma nello stesso aspetto, non solo perché pensavano che ciò non potesse avvenire ma anche perché non vedevano in che modo cose all'apparenza diverse e varie tra loro si congiungessero in modo conveniente. Ma basta fin qui a proposito della tua lettera, o piuttosto di quella parte della tua lettera alla quale ho pensato fosse opportuno rispondere. Infatti non c'è stato bisogno di una risposta integrale e quanto ho scritto può essere già parecchio, specie per te che riconoscerai correttamente non solo la qualità di quello che è scritto, ma da te solo considererai facilmente sulla base di quello che leggi anche quello che potrebbe essere scritto seguendo le stesse idee. Vengo dunque a quella parte della nostra discussione in cui avevo espresso il seguente parere: che vadano caldamente approvati coloro che, volendo esprimersi in prosa, si propongono Cicerone come unico autore da imitare; se in versi eroici, Virgilio. A questo parere non sono arrivato subito, appena ho cominciato a riflettere sull'argomento, ma ci sono arrivato dopo molte meditazioni e quasi per gradi; perché non sembri che una volta preso tale partito avventatamente ponessi fine alla mia ricerca e in esso mi fermassi. Infatti all'inizio mi si affacciava nella mente il pensiero che nelle opinioni e nei concetti filosofici, così come nei generi e nello stile degli scrittori, è bene che non siamo sottomessi ad alcuna legge, né che ci leghiamo e assoggettiamo a qualcuno, ma piuttosto seguiamo quello che è apprezzato in ciascuno; opinione questa che sembra essere simile e affine alla tua. Da essa, mentre tentavo e sperimentavo molte cose in questo campo, mi hanno allontanato quelle ragioni che più sopra ho esposto, affinché, se ne sono in grado, ti rimuovano dalla tua convinzione. Perciò, abbandonato questo parere, mi sono volto a credere che sia più corretto e anzi più praticabile creare uno stile di scrittura nuovo e non sperimentato da altri e del tutto personale; e credetti che tutti gli uomini, a meno che non fossero invidiosi e malevoli, avrebbero approvato questa opinione. Una volta approvata, avrei voluto anche, per quanto posso, sperimentarla; ma ogni nostra riflessione, diligenza, studio, ogni nostra fatica fu inutile e sprecata. Non trovavo nulla, infatti, che non potesse facilmente sembrare tratto dalla penna di qualche antico scrittore, o che, se avevo evitato ciò, a confronto con le loro opere, tuttavia, non mi dispiacesse in massimo grado, perché non risentiva della bellezza, della proprietà, della maestà di linguaggio di quei secoli, non presentava nessuna traccia, nessun carattere di antichità. A questa delusione della mia fatica subentrò la constatazione che quelli che sostenevano di non imitare alcuno, furono in parte poco felici nello scrivere, e in parte giacciono con i loro libri e carte trascurati e abbandonati. Perciò, condannato quel principio, decisi di volgermi a un'altra opinione, che è stata quello che ora ti esporrò. Voglio ora illustrarti i passaggi e la varietà di pareri trascorsi nella mia mente affinché, se in qualche parte un mio errore ti può essere utile, non resti celato. Infatti poiché vedevo che così è stabilito dalla natura (che quando gli uomini desiderano accingersi a qualcosa di grande e di arduo, se hanno l'esempio dell'insuccesso di altri che hanno tentato la stessa cosa, viene loro risparmiata molta fatica e molto affanno nell'impresa che si sono proposti di compiere, nonché molta incertezza e pure molta difficoltà), ho cominciato a pensare che in questi studi ai quali sono sempre stato dedito sia auspicabile che chiunque desideri scrivere qualcosa non manchi di imitare colui che è in grado di imitare. Come durante un viaggio, quando abbiamo trovato delle guide, intraprendiamo il cammino con animo più sicuro, così nelle altre situazioni siamo più alacri se abbiamo dottori e maestri. Inoltre, nulla più che l'emulazione degli altri ci spinge a un eccellente desiderio di lode e gloria. Per questo ho pensato di dover fare lo stesso negli studi poetici e nell'arte oratoria, come sapevo avevano fatto moltissimi: cioè eleggere in entrambe le discipline una guida da seguire e da emulare, illustre per gloria, e da proporre a me stesso come modello al quale rivolgere tutti i miei sforzi e le mie riflessioni. Dopo aver preso questa decisione, mi ha trattenuto una grande incertezza: dovevo rivolgermi, iniziando, a coloro che non escono dalla mediocrità, oppure piuttosto a quelli che sono i migliori di tutti, per coltivarli con ogni dedizione e per somigliare loro con il massimo zelo? Se mi fossi, infatti, avvicinato con la mente ai sommi, temevo che la difficoltà mi scoraggiasse dall'impresa o che il peso del compito intrapreso certamente mi piegasse, constatando che poco mi avrebbero giovato gli esempi e la comparazione con gli scrittori migliori e di gran lunga più eccellenti. Se mi fossi dedicato ai mediocri, speravo che ne avrei ricavato quanto avrei voluto, e sarebbe stato più facile e sicuro il passaggio a quelli che sono tenuti superiori. Ma nell'animo dubitavo, perché sentivo che come un vaso nuovo si impregna dell'odore, così lo stile sarebbe rimasto a lungo immerso in quel primo rudimento di cui si fosse imbevuto: tenevo la mente rivolta e fissa molto più volentieri agli uomini sommi ed eccellenti. Tuttavia o il timore o la mia debolezza di carattere vinsero l'inclinazione della volontà dalla quale ero sollecitato. Perciò mi consegnai, perché mi istruissero, a questi maestri, i cui scritti non lodavo tanto perché mi sembravano buoni, quanto accettavo percé sembravano più confacenti ai migliori e agevoli da imitare. Dopo averli seguiti a lungo con studio accanito e con la massima diligenza, finché mi parve di aver conseguito gran parte di quello che avevo desiderato, mi rivolsi a quelli che percepivo per testimonianza unanime essere di gran lunga i primi, per seguire anche quelli e dedicare l'animo e la mente ad attingere da loro e imbevermi del loro stile. Dopo aver fatto ciò a lungo e con scrupolo, mi ritrovai deluso nella speranza e ingannato. Non solo infatti non era diventata per me più facile l'imitazione di questi attraverso l'imitazione di altri scrittori, ma anzi era diventata molto più difficile, e vedevo l'accesso a essa più sbarrato che aperto. Infatti l'esercizio di riprendere gli autori mediocri, che io pensavo mi avrebbe giovato, fu invece di ostacolo. Il mio animo, istruito e assuefatto dal diligente esercizio del loro stile di scrittura, ritenne a lungo quel costume; succedeva diversamente da quanto avevo pensato, cioè ero molto meno capace di assimilare gli autori sommi di quanto sarebbe stato se non mi fossi dedicato ai mediocri. Perciò mi resi conto che con tante mie fatiche avevo ottenuto questo unico risultato: non mi era certamente possibile cominciare a imitare i sommi, dal momento che avevo appreso cose (e ne avevo per così dire macchiato l'animo mio) che, finché fossero rimaste, rendevano impossibile imprimere in esso alcuna immagine e figura di stile perfetto. Cancellare quello che uno ha assimilato nella sua mente con studio diuturno spesso non è tanto facile quanto dovrebbe. Ma nulla certo è tanto difficile e tanto duro che non sembri possa essere vinto e superato dal nostro sforzo, specialmente se ci impegniamo in ciò per quanto possiamo fare e riuscire. Ho impiegato la massima diligenza così: dopo aver cancellato del tutto dalla memoria quello che prima vi si era insediato con l'imitazione di autori non ottimi, ho rivolto tutto il mio studio a quelli ottimi e sommi che indico; se mi chiedi quanto sia progredito in esso non ti risponderò null'altro che questo: che non mi pento della mia decisione, specie quando leggo le opere di quelli che vollero riprodurre e adottare nessuno o tutti o non solo gli ottimi. Ma non dovrai scoraggiarti dall'aderire a questo stile di scrittura, anche se ti sembra che io abbia conseguito solo parzialmente ciò di cui voglio persuadere gli altri. Infatti non ho dedicato a questo compito quanto avrei potuto di tempo e fatica, dato che ho composto qualcosa anche in volgare sia in prosa che in versi, dedicandomi con tanto maggiore impegno a scriverla, perché, venuto quasi meno l'uso corretto e proprio, in quella lingua da parte di moltissimi si producevano cose corrotte e stravolte, essendo da poco caduto in disuso quel modo corretto e proprio di scrivere, al punto che, se qualcuno non le avesse dato soccorso, si sarebbe, al più presto, come sembra, degradata al punto da giacere per lunghissimo tempo senza onore, senza splendore, senza alcuna cura e dignità. Perciò non sarà necessario che tu prenda esempio dalle mie opere, per constatare che quanto sono progredito io nella lingua latina imitando ed emulando gli autori migliori, altrettanto tu pensi che gli altri possano migliorare nelle stesse arti; ma piuttosto bisogna credere questo: se io che ho intrapreso anche altre vie della scrittura, per questa via ho di certo conseguito qualcosa (se è solo qualcosa quello che ho creato!), quelli che decidono di non fare né tentare null'altro che una sola cosa in essa conseguiranno qualsiasi obiettivo si propongono. Ora hai l'intero concetto del mio pensiero: in qualsiasi modo io sia arrivato a questa opinione, che vorrei fosse approvata anche da te, vedi con quali intricate meditazioni e con quali circonvoluzioni; in essa alla fine mi confermo ora tanto più volentieri, perché, tentate prima diligentemente tutte le altre vie razionali, questa mi ha accolto come un porto dopo essere stato sbattuto da un lungo errare. Coloro che poterono entrarvi dall'inizio ed entrativi non permettono di esserne allontanati, allo stesso modo in cui quelli che nella corsa non inciampano in nulla terminano il percorso prima di quelli che cadono ripetutamente, giungeranno alla meta più speditamente e senza alcun danno, qualsiasi meta abbia fissato loro l'ingegno e l'industria, o l'uno e l'altra. Certo vediamo che ciò è sottoposto talvolta alla fortuna e al caso: così nella vita accadono spesso molte cose che allontanano la mente dalla strada intrapresa e conducono altrove da dove è opportuno andare. Ma tutti dovranno tenere ben saldo questo principio; e, per quanto è possibile a ciascuno che si diletta degli studi oratori o poetici, fare in modo di non abbandonare più sia Cicerone che Virgilio, dopo averli abbracciati; né mai essere distratti dalla loro imitazione ed emulazione lasciandosi attrarre da altri scrittori. Se non abbondassero in tutti i lumi dell'arte e dell'ingegno, se non fossero considerati dotati e ornati di tutti i pregi della scrittura, Cicerone e Virgilio sarebbero migliori degli altri per una virtù soltanto: penso che convenga che noi li imitiamo solo per il fatto che sotto la loro guida, piuttosto che sotto quella di altri autori, possiamo aspirare e giungere più vicino a un modello perfetto. Ora, giacché nessun merito, nessun lume della scrittura, nessun egregio carattere, nessun pregio è in qualcuno che non si scopra essere in essi, e di gran lunga più forte e assoluto, noi dovremo con molta più dedizione e diligenza far sì che, se abbiamo adottato altri da imitare, non incorriamo nella critica di cattivo giudizio e animo debole, mostrando di essere stati imprudenti nella scelta o timidi nell'intraprendere il cammino. Infatti di Virgilio nessuno dubita che in lui solo tra tutti i poeti (parlo dei latini) si possano trovare raccolte tutte le virtù, e con somma e singolare dignità, oltre che ciascuna in grado più che ammirevole ed eccellente: come se la natura stessa, generatrice degli uomini e di tutte le cose, abbia voluto parlare con i versi composti da lui; per non dire meglio: che avrebbe parlato solo nei suoi versi. Dicono poi che Cicerone sia talvolta più verboso del necessario, specie quando tratta delle imprese personalmente compiute e del suo consolato; però ritengono che egli non solo sia stato il più eloquente di tutti, ma anche che l'eloquenza sia nata e generata direttamente da lui. Io non oso neppure criticare questo atteggiamento: infatti può averglielo concesso la sua dignità, o la pericolosità dei nemici, o qualche frangente dello stato, o qualche altro motivo: perciò quelle cose che ad alcuni leggendo sembrano superflue, queste medesime molti poterono considerarle necessarie nel mezzo dell'azione, e non mi affatico più di tanto a difenderle. Se c'è qualche difetto, non è da addebitare a una colpa dello stile, ma a una mancanza della volontà; aggiungo anche, se vuoi, a una qualche deviazione del giudizio, giacché le cose che doveva lasciar passare sotto silenzio gli sembrarono degne di essere accolte nei suoi testi. Ma lo stile e il modo di scrivere contengono sempre lo stesso egregio e illustre carattere e presentano lo stesso splendore e maestà del discorso. Perciò non sembra tanto meritevole di accusa (se poi deve essere accusato) perché menziona spesso cose che sarebbe stato meglio tacere, quanto piuttosto va lodato perché si esprime sempre in modo che tali cose non potrebbero essere dette in maniera più felice. Che importa se costoro hanno detto che fu poco costante o più debole di quanto richiedesse la ragione o la sua dignità? Lo dovremo per questo bandire dall'imitazione? E io pure, se la penserò allo stesso modo, quale cattiva opinione potrò avere di tanto uomo? Ma se dunque anch'io la avessi (ma cosa di male, per Ercole, penserò di tanto uomo?), forse non approverò in tutto la sua vita, ma non rimprovererò affatto la lingua e lo stile del discorso, giacch può essere ottimo in una vita non ottima. Se tuttavia si giudica che ciò sia un difetto del discorso, io non estendo il dominio di questa imitazione fino al punto che si debbano accogliere anche i difetti, né che si debbano esprimere solo i nei del volto o anche le ulcere e le cicatrici (quelli che fanno questo a ragione sono derisi da Orazio in quel luogo che tu citi), ovvero non stabilisco un limite per cui se qualcuno è di ingegno così elevato, tanto industrioso, anche tanto brillante da essere in grado di superare il maestro, io pensi tuttavia che non debba succedere, e non approvi che se costui lo abbia raggiunto nelle altre cose voglia mostrare una maggiore perizia. Io approvo Fidia e Policleto, i quali superarono i loro maestri, l'uno scolpendo il ritratto di Elado, l'altro dipingendo quello di Agelade, e approvo anche Apelle che nell'arte della pittura si lasciò dietro di gran lunga il suo maestro Panfilo. Perciò credo che si debba desiderare principalmente questo: che uno sia animato e istruito di modo che di lui sia speranza che diventi il più eloquente di tutti gli uomini, il che sebbene sia di gran lunga più ambizioso e più illustre di quanto sembra sia lecito augurarsi senza riserve, nessuna legge di natura tuttavia, nessuna prescrizione proibisce che vi si possa aspirare. E infatti allo stesso modo in cui tra i Latini emerse Cicerone, il quale solo superò tutti i buoni maestri che vissero prima di lui (il che fu cosa grande e divina), allo stesso modo potrà esistere un giorno un altro dal quale così come tutti gli altri anche lo stesso Cicerone sarà superato. Ciò non può accadere più facilmente in altro modo che se imitiamo con ogni dedizione quello che desideriamo con massimo slancio superare. È assurdo infatti che noi confidiamo di trovare un'altra via che sia migliore di quella percorsa da Cicerone, la quale egli stesso non trovò da sé, quanto piuttosto dopo che altri l'avevano già trovata la rese più ampia e più illustre: specialmente quando nel tempo necessario per fare ciò, non abbiamo invece esplorato quanto siamo in grado di fare. Se conseguiamo quello che abbiamo imitato con la massima cura, bisognerà allora impegnarsi per riuscire a superarlo. Ma ogni nostro studio, ogni sforzo, ogni nostro pensiero va impiegato nel seguire coloro fra tutti che imitiamo. Non è infatti tanto arduo superare e vincere quelli che hai raggiunto, quanto raggiungere quelli che imiti. Perciò in tutto questo campo, Pico, può vigere questa legge: per prima cosa che quello che è il migliore di tutti ci proponiamo di imitarlo; poi che lo imitiamo in modo da raggiungerlo; infine tutto il nostro sforzo miri a questo: che quello che abbiamo raggiunto anche lo superiamo. Perciò teniamo presenti nella nostra mente questi due principi, egregi creatori di moltissime e massime cose: l'emulazione e la speranza. Ma l'emulazione sia sempre congiunta all'imitazione: la nostra speranza può conseguire rettamente non l'imitazione bensì il buon esito dell'imitazione. Ma l'imitazione di Cicerone può essere adatta a tutti coloro che vogliono scrivere in prosa, di qualsiasi materia o argomento debbano scrivere. Infatti il medesimo stile può essere adattato a innumerevoli argomenti. E non bisogna dare retta a quelli che pensano che la Storia naturale di Plinio non avrebbe potuto altrettanto chiaramente essere composta seguendo lo stile e il modo di esprimersi ciceroniano di quanto lo sia stata con lo stile dell'autore: sarebbe stato necessario accrescerla in infinita magniloquenza, se ai molteplici e innumerevoli temi in essa trattati, Cicerone avesse aggiunto l'abbondanza e l'eleganza del suo discorso. Infatti non in tutte le sue opere, sebbene lo stile sia lo stesso, si vede essere presente la stessa ampiezza, lo stesso apparato di vocaboli: ma alcune sono più ricche e piene di sugo, altre esili e poggiate sulle sole forze del contenuto, così da sembrare quasi senza corteccia. E non è detto che, se l'estensione di questi libri avesse dovuto crescere, non sarebbero stati perciò molto più gradevoli per noi, giacché quanto più avrebbero tolto di inchiostro dalla penna di quello, tanto più avrebbero attinto dal suo ingegno e dalla sua dignità e bellezza. Di Virgilio in verità non possiamo dire allo stesso modo che sia adatto a essere imitato da tutti coloro che si dilettano di poesia. Infatti per chi scrive elegie o liriche e per chi si dedica alla composizione di tragedie o commedie la struttura, il numero, la stessa concezione dei versi virgiliani non sarà di molto aiuto. Costoro imitino piuttosto quegli autori che in ogni singolo genere letterario hanno come maestri e si sforzino di raggiungerli e superarli. Il che io faccio talvolta, quando componendo elegie, imito quello che in questo genere di poesia mi sembra essere il migliore. Chi invece si è dedicato a scrivere versi eroici, dovrà di certo studiare, e imbeversi, di Virgilio, e quanto più possibile rifarne lo stile, nel modo che mi pare di avere esposto quando abbiamo discorso insieme. E non voglio intendere questo rifare o lo stile di Virgilio o di Cicerone, o di altri scrittori eccellenti ciascuno nel suo genere, in maniera tale da pensare che da ciascuno non sia da assumere null'altro oltre allo stile e al modo di scrivere (non mi vergognerò di usare di frequente queste parole). Infatti ciò è stato lecito a tutti e sempre lo sarà. Chi infatti può confezionare un'opera degna senza mutuare, senza assumere da nessuno qualcosa da inserire e spargere nelle sue opere? Chi non prenderà sentenze o similitudini e comparazioni o altre figure e lumi della scrittura; chi non prenderà descrizioni o qualche ordine e successione di tempi e di luoghi; chi poi non prenderà qualche esempio di guerra o di pace, di circostanze, di errori, di consigli, di amori o di qualche altra cosa da coloro che ha letto approfonditamente, che ha avuto a lungo per le mani, siano questi latini, greci o volgari, purché siano autori eccellenti in quella lingua? Perciò che sia lecito a chiunque lo voglia fare, come è stato sempre lecito: e coloro che scrivono prendano da altri quello che gli sembra opportuno, ma lo facciano con moderazione e prudenza, non certo perché non possiamo prendere molte cose - possiamo infatti, e molti grandi e insigni autori lo hanno fatto ', ma per il fatto che è più prestigioso trovare noi, e per così dire tirar fuori, piuttosto che prendere cose trovate da altri. Un principio è in queste cose più di ogni altro apprezzato e lodevole: fare in modo che quello che abbiamo imitato si ammiri nelle nostre opere più splendido e illustre che in quelle di colui dalle quali lo abbiamo tolto, di modo che sembri aver conseguito la lode non meno nell'ornare che nell'inventare. Non apprezzo infatti Atilio, che si dice abbia ripreso male l'Elettra scritta benissimo da Sofocle, ma il nostro Virgilio, che prendendo molto dai libri georgici di Esiodo e trasportandoli nei suoi, migliorò tutto. Sebbene molte cose di questa maniera riempirono tutte le opere di Virgilio in modo che sembra che non tanto abbia ricercato di trarre da se stesso, quanto piuttosto abbia sfruttato con operosità quello che preesisteva, e sembra aver posto molto più gloria nella vittoria del confronto che nell'invenzione. Su tutto questo aspetto desidero che tu sia avvertito: dato che ci sono alcuni che includono nell'unico termine di imitazione non solo quelle cose che riguardano lo stile e la composizione, ma anche quelle di altro genere, purché vengano riprese. Costoro mi sembra abbiano letto poco Cicerone nel passo che prima ho ricordato dove definisce cosa sia l'imitazione. Infatti se l'imitazione è quello che ci spinge a riuscire a essere simili ad alcuni nello scrivere, nell'imitazione è inclusa la misura non solo dello stile, ma anche del contenuto, dell'ordine, dei concetti e delle altre cose poste al di fuori dello stile: cosa si oppone a che io riprenda l'intera Eneide di Virgilio una volta cambiati i nomi a Enea, Ascanio, Didone, Latino, Turno, Lavinia? Perciò se non vogliono sembrare impegnati a dire cose poco fondate, considerino che altro è prendere altro imitare: e quando avranno detto che Virgilio ha imitato lo stile dei versi eroici di Catullo, non si limiteranno a dire ciò, se poi affermeranno che come da quello così dagli altri autori latini e greci, non solo poeti ma anche oratori e filosofi, ha preso molte cose, diranno una cosa verissima. E mi sembra, leggendo la tua lettera, che tu stesso intenda che se uno imita un autore o prende da lui qualcosa da trasferire nei suoi scritti, tu ritenga che non ci sia differenza. Se è così mi rallegro che, cambiato il senso di un solo vocabolo, la controversia che ci divide su cose non minime né trascurabili in gran parte possa terminare: dato che è lo stesso che intendi tu, dirò facilmente che bisogna imitare tutti i buoni autori. Cosa può darmi infatti piacere maggiore, dato il nostro affetto, o può essere più lodevole, grazie alla stima che altri hanno della tua dottrina, che non dissentire molto in ogni campo da te, che sei uomo erudito nelle discipline di molte e grandissime materie, dotato di sommo ingegno e somma integrità, misurato nella sorte favorevole, solido in quella avversa, in ogni circostanza della vita uomo grande e capace? Di te si leggono e vanno per le mani tanti libri egregiamente scritti, in modo che puoi non solo vincermi facilmente nella considerazione degli uomini ma anche oscurare negli scritti. Se poi resteremo su posizioni diverse, mi compiaccio tuttavia che tra noi non possano essere tante e tanto gravi diversità e controversie di pareri e opinioni, che la grande ammirazione che nutro per te e il tuo amore verso di me non possano eliminare facilissimamente, specie dal momento che stai scrivendo un libro sull'amore, intorno al quale non temo che tu non abbia imparato quello che insegni agli altri: che innanzi tutto si debba amare la verità, e che colui che lo fa, o che crede di farlo, non danneggia con ciò nessuno (infatti è più facile che molti credano di farlo piuttosto che davvero sappiano farlo). Sebbene io non sia tale da non credere di non poter errare, specie dal momento che ti vedo attingere in molti luoghi ai libri di Aristotele e quasi all'intera filosofia degli antichi. Può infatti succedere che come io credo di pensare correttamente, e sembro a te essere lontanissimo dalla verità, così tu penserai rettamente, e a me sembra il contrario. E non mi propongo con questa lettera di portare te e gli altri che sono di altro parere nella mia opinione. Cosa potrebbe essere più sciocco che pensare con una sola lettera di persuadere a prestarmi fede coloro che non hanno persuaso a farsi imitare Virgilio o Cicerone con la divina maestà di tante e tali loro opere? È tuttavia proprio dell'animo umano, e credo di un animo non spregevole, voler convincere quanti più possibile di quell'opinione verosimile (su argomenti dubbi e degnissimi di essere conosciuti) di cui è persuaso: per essere corretto dal rimprovero altrui o essere confortato dall'approvazione. Che tu creda io mi sia proposto quest'unico fine è ciò di cui ti prego con sollecitudine. Salute.
Roma, 1° gennaio 1513.
Traduzione di Franco Pignatti

