Rinascimento
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Cento opere - Matteo Maria Boiardo, Orlando innamorato
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Composti verosimilmente tra il 1476 e il 1482, i primi due libri dell'Innamorato di Boiardo uscirono nell'estate del 1482 da una tipografia di Reggio o di Modena, ma dell'edizione non resta neppure una copia. Completata dal terzo libro interrotto al canto IX, l'opera uscì dopo la morte dell'autore a Scandiano nel 1495, per il tipografo Pellegrino de' Pasquali. In mancanza di edizione critica, il poema si legge in quella curata da Aldo Scaglione (Torino, UTET, 1951). La complessa vicenda testuale del poema è ricostruita da Neil Harris, Bibliografia dell'Orlando innamorato, Modena, Panini, 1991. Nell'Innamorato ha largo spazio il tema encomiastico. Boiardo contrappone alla pubblicistica contro la famiglia degli Estensi, che sosteneva la discendenza dei signori di Ferrara dalla stirpe dei traditori maganzesi (discendenti, cioè, da Gano di Maganza, il traditore di Orlando), la tesi dell'origine da Ettore troiano, identificando il capostipite del ceppo moderno nel pagano Ruggiero, redento alla cristianità per amore di Bradamante, sorella di Ranaldo, il quale proprio per mano degli intrighi orditi da Gano di Maganza avrebbe dovuto trovare la morte anzitempo nel finale del poema. Ma il motivo politico è solo una componente del poema e va considerato come una sovrapposizione per varie ragioni inevitabile a una macchina romanzesca molto più complessa. L'azione dell'Innamorato si dipana attraverso i sessantanove canti del poema sfruttando a pieno le possibilità offerte dalla tecnica tradizionale dell'entrelacement (letteralmente "intreccio"), che consiste nell'interrompere l'azione principale per intercalare episodi o altre azioni parallele e riprendere il filo più avanti. Tuttavia la trama si presenta compatta e non esclude un'ipotesi di lettura unitaria. Nel primo libro l'azione si apre con la diaspora dei paladini cristiani e pagani accorsi a Parigi per un torneo sulle tracce della bellissima Angelica; l'invenzione della riviera d'amore e della fonte dell'odio nella foresta di Ardenna funziona come espediente per giustificare le geometrie sentimentali che avvincono i personaggi. Ma presto l'azione trova un nuovo punto di convergenza nella rocca di Albraccà dove la fanciulla ripara e verso la quale confluiscono gli altri paladini, destinati a gravitare intorno alla città assediata o a esserne allontanati con espedienti diversi. È il caso dello stesso Orlando, il quale viene prima accolto da Angelica come baldo difensore della rocca, e poi, quando il paladino si scontra in duello con il cugino Ranaldo, invano amato dalla fanciulla, spedito con un pretesto alla disperata impresa di sciogliere l'incanto del giardino della maga Fallerina. Il secondo libro, più marcatamente occupato dalla materia epica, ha un nuovo attacco unitario: il re pagano Agramante, deciso a varcare il mare e portare la guerra in Francia, riunisce a Biserta i suoi vassalli, ma all'impresa è necessario Ruggiero, segregato dal mago Atalante in un castello incantato. Riuscirà a liberarlo il ladro Brunello grazie alle virtù dell'anello fatato rubato ad Angelica assediata in Albraccà. Intanto il pagano Rodamonte è sbarcato in Provenza e mette a soqquadro il paese, invano contrastato da Carlo Magno e dai suoi paladini. Accorre in aiuto Ranaldo, che ha abbandonato l'assedio di Albraccà, e poco dopo sopraggiunge Orlando, persuaso da Angelica a tornare in Occidente. All'assedio di Parigi Carlo promette la fanciulla a quello dei due cugini che si comporterà con maggiore valore ma entrambi si distraggono dalla battaglia provocando la sconfitta dei Cristiani. Nel terzo libro fa il suo ingresso il pagano Mandricardo, che raggiunge il teatro della guerra per vendicare il padre Agricane, ma soprattutto ha inizio l'idillio tra Ruggiero e Bradamante, i due progenitori della casa d'Este, intorno al quale avrebbe dovuto coagularsi l'azione nella terza parte del poema, concludendosi con la morte del paladino. Ad Ariosto spetterà il compito di portare a compimento la trama abbozzata da Boiardo, conservando però in vita l'eroe, che nell'ultimo canto dell'Orlando furioso, in omaggio a una caratterizzazione epica i cui tratti sono già presenti nell'Innamorato, ucciderà in duello il pagano Rodomonte, campione degli infedeli. Sul reticolo cavalleresco'amoroso si innesta la straordinaria inventiva dell'autore, che procede con felice libertà fabulatoria disattendendo programmaticamente ogni finalità della narrazione, inviluppata in un vortice di incantesimi, duelli, battaglie campali, scontri con mostri e giganti, agguati, fughe, rapimenti, liberazioni, avventure amorose che sembra destinato a non doversi interrompere mai. I canti si aprono in modo stereotipo invocando l'attenzione delle dame e dei cavalieri presenti e si chiudono con la proposizione del contenuto del canto successivo, talvolta con un realismo tale da far pensare che Boiardo veramente leggesse il poema ai cortigiani estensi. L'universo cortigiano è referente costante del sistema di valori del poema in una misura sconosciuta alla precedente letteratura dei cantari e dei poemi in franco'veneto (il francese usato nell'area veneta già nel Trecento), nei quali la corte carolingia è mero fondale per le imprese cavalleresche dei paladini. In Boiardo l'orizzonte cortigiano permea invece l'universo in cui si muovono i personaggi, a cominciare dalla componente amorosa, che non è invenzione boiardesca, ma, come mostra l'accento posto su di essa nel titolo, rappresenta la novità più cospicua rispetto alla tradizione. Accanto all'amore importante è il tema del rapporto tra nobiltà e lettere: in uno degli episodi ideologicamente più importanti del poema, il duello tra Orlando ed Agricane nei canti XVIII-XIX del libro I, in una pausa del combattimento il paladino cristiano enuncia all'avversario, portatore di una tramontata concezione militare della nobiltà cavalleresca, un nuovo ideale di gentilezza fondato sulla familiarità con le arti e propugna un raffinato gusto del bello, tipica espressione della civiltà umanistica. La storia della fortuna dell'Innamorato si conclude precocemente nel Cinquecento, dove il testo, non più stampato dopo il 1544, è sostituito ancor prima prima dal rifacimento eseguito da Francesco Berni che volge in toscano l'ibrida koiné (la lingua comune, con parola greca) padana in cui è composto l'originale, non senza intervenire con rassettature sullo stile, e soprattutto spodestato dal capolavoro del Furioso, che meglio del poema boiardesco risponde al nuovo clima classicistico dominante.

Franco Pignatti

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