Rinascimento
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Cento opere - Poggio Bracciolini, Epistolae
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Tramandato da numerosi manoscritti, sia nelle raccolte autorizzate dall'autore che in selezioni antologiche, diffuso in redazione molto ridotta (appena una quarantina di lettere) dall'edizione di Basilea del 1538, l'epistolario di Poggio, dopo una lunga serie di tentativi editoriali incompleti o abortiti dal Settecento in poi, è approdato all'edizione critica per opera di Helene Hart nel 1984-1987 (Firenze, Olschki). Poggio compilò personalmente tre raccolte delle proprie epistole, per un totale di circa seicento pezzi, rielaborando gli originali in modo da uniformare i diversi usi stilistici succedutisi negli anni. La prima raccolta è costituita dalle lettere a Niccolò Niccoli, che l'autore riunì tra il 1434 e il 1437 traendone copia dagli originali in mano al destinatario, dato che in origine non pensava di pubblicare questa corrispondenza, che scriveva di getto e di cui non conservava la minuta. Niccoli però non disponeva più dell'intero carteggio, avendo prestato alcune lettere a conoscenti, e la sua morte impedì di rintracciare le epistole disperse. Poggio autorizzò la circolazione della raccolta incompleta, composta di 88 lettere scritte tra il 1416 e il 1436 (in prevalenza negli anni 1420 e 1430), nella speranza di integrare in seguito il corpus. Parallelamente alla raccolta delle lettere a Niccoli, Poggio compilò una seconda raccolta, che completò nel 1438: consta di 107 lettere indirizzate a vari destinatari tra il 1423 e il 1438, oltre a dieci orazioni e invettive. In un secondo tempo ne escluse le orazioni e le invettive, la ampliò con altre 62 epistole composte negli anni 1438'1444, e con la famosa lettera a Guarino Veronese in occasione del ritrovamento del manoscritto di Quintiliano a San Gallo (II 4 5), e la divise in dieci libri. Una terza raccolta fu messa insieme tra il 1450 e il 1456: ci è giunta in una redazione comprendente 157 lettere dal 1445 fino quasi alla morte, divise in nove libri. L'ultimo ha però la misura abnorme di 59 missive, rispetto alla trentina consueta, particolare questo, insieme all'assenza di una dedicatoria e ad alcune oscillazioni formali, che fa ritenere il corpus mancante della revisione definitiva dell'autore. Lo scopo di queste diverse raccolte, nell'intenzione dell'autore, era quello di fornire un esempio di scrittura epistolare duttile e comunicativa, in uno stile diretto e non convenzionale, in cui militanza intellettuale, dimensione umana e affettiva, colloquio con i classici, meditazione morale, eccetera, si fondessero come aspetti complementari di un'unica esperienza. Questa impostazione si riflette nello stile, che si presenta indifferente a ogni istanza puristica o di rigorosa classificazione secondo regole retoriche. Nell'epistolografia quattrocentesca le lettere di Poggio rappresentano il tentativo più esplicito, sulla scia anche dell'importante ripresa petrarchesca, di ripristinare il prestigioso esempio delle Familiares di Cicerone, assunte come modello, da imitare, di un latino vivo e concreto, capace di esprimere la realtà umana in forma integrale e stilisticamente pregevole. Segretario di sette papi e cancelliere della repubblica fiorentina, Poggio ebbe a lungo occasione di frequentare gli ambienti politici e culturali europei in una posizione privilegiata. Lo spirito curioso, laico e ironico e la disponibilità a sperimentare le diverse occasioni offerte dalla realtà al di fuori di schemi preconcetti, che sono le caratteristiche del suo ingegno e forma mentis, si incontrano in maniera elettiva con la forma epistolare e fanno della raccolta di Poggio una testimonianza di primo piano del mondo umanistico quattrocentesco, oltre che un esempio di libertà e di apertura culturale che si propose come modello anche per le epoche successive. Nelle pagine dell'epistolario si affacciano i ritrovamenti dei classici, le scoperte epigrafiche, il reciproco prestito, e copia, dei manoscritti ritrovati, le meditazioni sui grandi temi della cultura umanistica (la fortuna, l'amicizia, il matrimonio, gli otia, eccetera), descrizioni di viaggi e di casi della vita quotidiana. Per particolare vigore emergono due lettere, che hanno avuto anche fortuna editoriale autonoma, scritte dal Concilio di Costanza nel 1416 rispettivamente a Leonardo Bruni e a Niccolò Niccoli. Nella prima Poggio descrive il martirio di Girolamo da Praga, arso per ordine dei padri conciliari come eretico. Senza entrare in merito ai motivi teologici della condanna, il racconto si risolve in una commossa ammirazione del monaco seguace di Jan Huss e della serenità con cui egli affronta la morte, che ispira il ricordo di nobili esempi classici e della fede impavida dei primi martiri cristiani. Nella lettera a Niccoli sui bagni termali di Baden, Poggio descrive con stupita ammirazione l'uso promiscuo delle terme da parte dei due sessi, senza turbamenti e falsi pudori, che agli occhi dell'ospite italiano sembra espressione di una ingenuità sana e primitiva, paragonabile a quella dei progenitori nell'Eden, in contrasto con la mentalità sofisticata e l'ipocrita moralismo regnante in Italia.

Franco Pignatti

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