Rinascimento
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Cento opere - Giordano Bruno, Degli eroici furori
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I dieci dialoghi Degli eroici furori di Giordano Bruno, divisi in due parti, furono pubblicati a Londra nel 1585 presso J. Charlewood e dedicati a Philip Sidney, famoso letterato inglese, autore del romanzo epico-pastorale Arcadia, già dedicatario dello Spaccio della bestia trionfante e nipote del potente conte di Leicester. L'edizione di riferimento è quella curata da P.H. Michel, Paris, Les Belles Lettres, 1954. L'opera è costituita da un commento che vari interlocutori, tra cui il poeta meridionale Luigi Tansillo, intrecciano su una serie di testi lirici, di Bruno e di altri autori, rivelando come solo in apparenza la loro tematica sia amorosa, laddove si discute della salita dell'anima verso l'Uno infinito. L'autore illustra il processo che conduce il saggio alla comprensione dell'universo infinito, servendosi della poesia d'amore e confrontandosi con la trattatistica che aveva visto nell'amore un mezzo per ascendere alla contemplazione della bellezza divina (un esempio negli Asolani di Bembo e nel Cortegiano di Castiglione). Bruno trasforma la tradizione della letteratura amorosa nell'esaltazione di un "furore eroico", volto alla conquista e alla fruizione della verità, oltre i limiti dell'essere individuale. In questo senso gli Eroici furori si pongono in una posizione completamente diversa dal modello classicistico e cortigiano dell'amore inteso come mezzo privilegiato di comunicazione sociale: esso diviene qui forza esaltante, esperienza stravolgente vissuta dal saggio per divenire altro da sé e poter attingere alla divinità. Il commento bruniano vuole quindi dimostrare come sia possibile raggiungere una immersione nell'unità infinita dell'universo attraverso lo strumento della poesia e attraverso l'uso del furor, che la tradizione platonica riconosceva come carattere peculiare del poeta. Portando all'estremo le conseguenze del platonismo, Bruno afferma la libertà totale della poesia e la sua necessaria aderenza allo spirito naturale. I versi bruniani, caratterizzati da una vibrante intensità e da una evidente irregolarità metrica (le terzine dei sonetti sono redatte in settenari anziché in endecasillabi), si inseriscono nella tradizione del petrarchismo meridionale anche se appaiono contrassegnati da un'asprezza inconsueta e da una carica aggressiva e deformante che sfocia in un violento straniamento metafisico. Tra i sonetti più famosi ricordiamo quello relativo al mito di Atteone (il cacciatore che vide Diana nuda e fu trasformato in cervo e divorato dai suoi stessi cani), presentato da Bruno come allegoria della conoscenza: l'intelletto, a caccia della sapienza divina, viene ad essere preda dei propri stessi pensieri. L'ascesi bruniana esprime una serrata critica alla Poetica di Aristotele e ai commentatori cinquecenteschi di essa. Per il filosofo nolano, infatti, la poesia non deve essere soggetta a regole precise: le norme teorizzate dagli esegeti aristotelici non sono altro che modelli desunti dall'interno di singole poesie; per non essere "scimia" della poesia altrui, è bene liberarsi da ogni forma di imitazione e avere coscienza della varietà multiforme ed infinita delle forme poetiche. Bruno, partendo da un concetto di poesia come "furore", incarna un'esplosiva ripresa di motivi ficiniani e platonici, in termini che potremmo definire post-tassiani e pre-mariniani. È Tansillo che formula questa opinione: «la poesia non nasce da le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole derivano da le poesie: e però tanti son geni e specie de vere regole, quanti son geni e specie de veri poeti».

Alessandro Capata

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