Il De Cardinalatu uscito a pochi mesi dalla morte dell'autore Paolo Cortesi a Castro Cortesio (Castel Cortese, residenza della famiglia), per la cura di un amico dell'autore, Raffaele Maffei (dopo la cura da parte del fratello Lattanzio delle annotazioni finali e l'organizzazione tutta "domestica" del lavoro tipografico), appartiene a quella stessa cultura nella quale affondano le loro radici Il Cortegiano del Castiglione, Il principe di Machiavelli, ma anche l'Institutio principis christiani di Erasmo. Come i tre grandi "precettori" rinascimentali, anche Paolo Cortesi con la sua opera intendeva fissare limiti e regole di condotta per un "signore", ancorché particolare: il cardinale' senatore che in quegli anni, e ancora per poco, rappresentava il nerbo politico dello Stato pontificio. Cortesi era particolarmente adatto a svolgere il compito che si era assegnato: nato a Roma nel 1465 da nobile famiglia, si era formato a contatto con l'umanesimo capitolino, poi protonotario apostolico, ben conosceva gli ambienti politico'religiosi romani così diversi da quell'ideale che egli inseguiva con i precetti della sua opera. Nel De Cardinalatu infatti, è evidente, fin dalla dedica al papa Giulio II , l'intento normativo e riformatore proprio di tanta parte dell'Umanesimo italiano. Se Machiavelli però intende offrire ai principi in azione sulla ribalta della politica italiana di fine Quattrocento una "scienza" da utilizzare, Cortesi sembra puntare più sulla "quantità" degli esempi (exempla) che sulla regola da estrarne. Nel suo voluminoso in'folio, oltre cinquecento pagine incompiute e prive di revisione finale per la morte dell'autore, i casi, gli episodi, gli spunti si affastellano e si accumulano uno sull'altro, in una ricchezza e un disordine che avvicinano il De Cardinalatu più al genere della "sylva" (cioè un repertorio di fatti e detti memorabili), che non a quella cultura enciclopedica che pure l'umanista romano aveva senza dubbio presente. Il trattato sul cardinale di Cortesi, che ha una situazione strutturale e testuale molto complessa (la morte dell'autore in corso d'opera, il suo lavoro costante di correzione anche sui torchi, testimoniato da emissioni diverse dell'opera, esistono esemplari che portano la dedicatoria di Maffei non più a Giulio II ma a Leone X, e impaginazioni diverse del testo, la costruzione enciclopedica a blocchi intercambiabili e quindi sempre "aperta"), si divide in tre libri, nei quali il Cortesi affronta rispettivamente le regole di comportamento etico, economico e politico del cardinale. Ed è soprattutto nel primo di essi che emerge la distanza fra il prelato modesto e virtuoso e quello della Chiesa che pochi anni prima aveva vissuto l'età del papa Borgia. Cortesi dipinge, attingendo a esempi tratti dalla storia della Chiesa ma anche dalla realtà, più vicina a lui e ai suoi lettori, della Curia romana di quegli anni, un quadro interessante della Roma cinquecentesca. Innovando anche sulla tradizione umanistica infatti, l'autore bandisce gli esempi classici proprio come bandirà dalle pareti delle dimore degli ecclesiastici gli affreschi di soggetto pagano. Nel secondo libro, dedicato agli aspetti materiali della vita del cardinale, Cortesi torna a chiedere moderazione e fissa limiti (dodicimila scudi) assai severi per le rendite dei porporati. Ma le osservazioni più attente e minuziose le dedica alle case nelle quali il cardinale deve vivere, in assoluta affinità di ispirazione con quella atmosfera culturale che aveva portato alla rinascita di Vitruvio e con lui dell'architettura. L'abitazione, naturalmente, deve essere a Roma e non troppo lontana dal Vaticano; centrale, in modo da esser visibile; imponente per suscitare il dovuto rispetto e ammirazione; e infine, in un luogo tranquillo, lontano dalle botteghe e dai mercati, affinché la meditazione sia favorita. Cortesi, nella sua volontà classificatoria, giunge a discutere di quale sia la migliore esposizione, del numero ideale di locali dei quali la casa deve essere composta, delle loro funzioni e dislocazione. Lungo questa via è evidente che il De Cardinalatu diventa anche una miniera di informazioni sulla vita romana nel Cinquecento. Un esempio per tutti: Cortesi raccomanda che vi sia un passaggio segreto nella sala delle udienze, per far entrare non visti i messaggeri; e luoghi riparati dai quali sia possibile ascoltare senza esse visti. Ma simili particolari non devono trarre in inganno: il cardinale governante del Cortesi è assai più simile al signore cristiano di Erasmo. E trova nella parola la sua arma migliore. Non a caso ben tre capitoli dell'opera sono dedicati all'arte del dare ascolto, all'arte dell'udienza. Si tratta di un vero e proprio trattato di retorica che parte dalle capacità necessarie per ben condurre l'udienza (conoscenza degli uomini per prendere la decisione giusta e arte della persuasione per farla accettare); prosegue con l'esame sottile degli artifici utili al discorso, dalla facezia ai proverbi che proprio in quegli anni avevano celebrato il loro trionfo negli Adagia di Erasmo, appena tradotti in Italia; per finire con la scelta della lingua da usare che, nella maggioranza dei casi, per Cortesi deve essere il volgare (Cortesi è in prima persona coinvolto nelle questioni sull'imitazionee sulla questione della lingua che si dibattono nella Roma di primo Cinquecento). Sul rapporto con il denaro, da usare secondo i nuovi canoni rinascimentali della magnificenza e della liberalità, ben diversi da quelli medievali, si chiude il Libro secondo. E per capire quanta sia la differenza, è sufficiente vedere chi deve privilegiare nelle sue donazioni il cardinale: non i poveri (che pure non sono affatto dimenticati), ma nell'ordine i parenti, i teologi, filosofi e oratori, quindi gli amici virtuosi e dotti. Con queste considerazioni siamo alle soglie del libro terzo, che si occupa con il consueto furore del "dover essere", del rapporto fra il cardinale e la sfera pubblica, con particolare riguardo agli spettacoli da frequentare e da evitare, i giochi vietati, il comportamento da tenere nelle feste.
Floriana Calitti

