Rinascimento
Rinascimento
Anton Francesco Doni, I mondi e gli inferni
Segnala la pagina

Opera fra le più note di Doni, I mondi e gli inferni ebbero un'immediata e vasta diffusione, testimoniata dalle numerose edizioni italiane e francesi. Fra il 1552 e il 1606 sono attestate ben sette ristampe pubblicate a Venezia (cui si aggiunge l'edizione vicentina del 1597, presso gli Eredi di Perin libraio: è la prima stampa emendata dalla censura). La prima edizione, elegantemente illustrata, è in due volumi, rispettivamente datati 1552-1553, l'editore è Francesco Marcolini; la lettera dedicatoria del primo tomo è indirizzata a Roberto Strozzi, la seconda ad Alberto dal Carretto. Del 1562 è invece l'edizione (veneziana di Giolito) dei Mondi celesti, terrestri e infernali. L'opera di Doni, di cui non si possiede il manoscritto, è stata più volte stampata in Francia, nella traduzione del lionese Gabriel Chappuys: la prima versione fu stampata da Barthelemy Honorati a Lione nel 1578. Al 1634 risale l'edizione parigina presso Jacques Villery. La fortuna francese dei Mondi deriva da quella componente utopistica dell'opera che ne fa una lezione metafisico'teologica sul mondo mascherata da capriccioso divertimento, dove il gusto per l'assemblaggio dei materiali e degli atteggiamenti più diversi diviene cifra di uno stile compositivo di cui Doni è uno dei rappresentanti più persuasivi. I Mondi sono stati pubblicati, a cura di P. Pellizzari e con introduzione di Marziano Guglielminetti, nel 1994 (Torino, Einaudi): il testo si basa sull'edizione veneziana del 1568 che costituisce la stesura definitiva dell'opera, presentando gli ultimi interventi dell'autore prima della morte, avvenuta nel 1574. I mondi e gli inferni sono dialoghi bizzarri in cui vengono affrontati i temi caratteristici della scrittura di Doni: in quest'opera, rapidamente pubblicata in quel torno di tempo in cui videro la luce i Marmi e la Libraria, l'autore propone la sua personale utopia su un ipotetico mondo perfetto, dove sia finalmente attuato un nuovo ordine sociale, garanzia di giustizia e di eguaglianza. Il motivo della "città ideale", al centro della discussione fra il Pazzo e il Savio, interlocutori di uno fra i dialoghi più conosciuti, fornisce inoltre a Doni la possibilità di evocare i progetti di urbanistica razionale degli architetti quali Alberti, Filarete, Leonardo. Ma lo scrittore non si fa illusioni: sa che il mondo presente non tiene conto dei bisogni degli uomini e non si predispone all'utilizzo sensato delle risorse. In origine, l'universo era regolato secondo principi logici che furono prontamente messi in crisi dall'uomo: si è prodotto un "mondo mescolato" dove ciascuno si batte per moltiplicare, per accumulare, per arricchire il proprio patrimonio.L'autore introduce l'opera assumendo la fittizia veste dell'Accademico Pellegrino: a conclusione dei sette Mondi (dedicati a diversi personaggi e rispettivamente denominati il Piccolo, il Grande, l'Imaginato, il Misto, il Mondo risibile, il Mondo savio, il Mondo massimo), è collocata un'orazione sulla Carità, plagio di uno scritto filosofico del fiorentino Giovanni Nesi, già stampato proprio da Doni nella miscellanea intitolata Orazioni diverse e nuove di eccellentissimi auttori (1548). Gli Inferni sono scanditi, invece, in sette gironi, all'interno dei quali è punita tutta un'umanità pullulante di avari, di pedanti, di ruffiani, di puttane e di poeti, che sembrano derivati da un universo di aretiniana memoria: "basta introdursi nei documenti di preambolo degli Inferni, per rendersi conto che non solo in generale la loro materia è in larga misura aretiniana, ma che il rapporto, istituito adesso dall'autore coi suoi lettori, trova nelle Lettere di Aretino la sua origine e la sua forza" (Guglielminetti).

Paola Cosentino

Pubblicità
Pubblicità