La Prima veste del discorso degli animali, portata a termine nell'estate 1541, fu pubblicata postuma con gli altri scritti di Firenzuola da Lodovico Domenichi e Lorenzo Scala (Firenze, Giunti, 1548). Si legge nell'edizione critica delle Novelle a cura di Eugenio Ragni (Roma, Salerno, 1971). La sua composizione risale al periodo pratese (1538-1543) e rappresenta il ritorno dell'autore al genere novellistico già praticato nei giovanili Ragionamenti e nello stesso volgere d'anni nelle due novelle sciolte, che rappresentano un superamento del boccaccismo praticato nel periodo romano. La Prima veste è volgarizzazione della raccolta di favole indiane Pancatantra attraverso la mediazione del duecentesco Directorium humanae vitae, alias parabolae antiquorum sapientium ("Direttorio, cioè via tracciata, della vita umana, ovvero parabole dei sapienti antichi") di Giovanni da Capua (il quale a sua volta si valeva di una traduzione ebraica dell'undicesimo secolo) e del rifacimento in castigliano di quest'ultimo, l'Exemplario contra los engaños yi peligros del mundo (Saragozza 1493: "Raccolta di esempi contro gli inganni e i pericoli del mondo"). La specifica di "prima veste" aggiunta al titolo allude proprio al fatto che questa è la prima versione italiana dell'opera. Della versione spagnola Firenzuola tradusse soltanto il capitolo secondo, che contiene la storia del leone, del bue e del montone. Pochi anni dopo Anton Francesco Doni eseguì una traduzione integrale (La moral filosofia, Venezia, Giolito, 1552). L'approccio all'originale avviene con assoluta libertà. Sulla trama conduttrice del racconto, la storia del mansueto bue Biondo e del perfido montone Carpigna alla corte del re Leone, raccontata dal filosofo Tiabono a Lutorcrena, re di Meretto in Val di Bisenzio, al fine di additargli la via della giustizia e del bene, si inanellano ventiquattro favole ripiene di sovrasensi morali, talvolta in rapporto d'inclusione tra loro, dando vita ad un gioco di incastri in cui sono i personaggi delle novelle a trasformarsi di volta in volta in narratori. Ciascuna novelletta, volta ad illustrare un nuovo principio morale, è introdotta con formule stereotipe del tipo: "questi tali dovrebbono molto ben considerare quello che intervenne al lione e al bue col montone"; "che altrimenti facendo ti potrebbe intervenire come alla scimia, che si volse fender le legne"; "accioch'egli non m'intervenisse come a quel mercatante, che si fidava troppo d'un mal compagno", eccetera. A tale ininterrotto fluire fabulatorio trasmette naturalezza il trasferimento delle vicende nel contado pratese: i luoghi e i nomi familiari conferiscono all'invenzione favolosa una patina domestica, da cui scaturisce il felice clima di sospensione tra fantasia e concretezza caratteristico della Prima veste, specie se confrontato con il realismo della traduzione doniana, tutta volta a far scaturire il contenuto morale degli apologhi. Rispetto all'originale Firenzuola aggiunge solo la licenziosa novella del fanciullo di neve, nella quale una moglie infedele giustifica il candore del figlio adulterino con la neve con cui aveva giocato insieme con le altre fanciulle. E anche all'esperienza biografica dell'autore sono da riportare gli accenni amari e dolenti al clima subdolo e infido della corte (il bue Biondo muore vittima degli intrighi di Carpigna, che a sua volta viene giustiziato), in cui si può vedere l'eco dei disinganni e delle delusioni patite negli anni del soggiorno a Roma durante i pontificato di Clemente VII. La prosa fluida e armoniosa, in cui il ritmo misurato e colloquiale tipico dello stile di Firenzuola uniforma e livella diseguaglianze ed eccessi presenti nelle altre opere narrative, fa della Prima veste il prodotto più maturo e prezioso della sua scrittura e uno dei momenti più alti della prosa narrativa cinquecentesca, celebrato come tale dal purismo sette e ottocentesco.
Franco Pignatti

