Intitolato all'amico poeta Andrea Navagero, il Naugerius fu pubblicato, insieme con gli altri due dialoghi filosofici composti da Fracastoro nell'ultimo anno di vita (1553), il De intellectione ("Il significato") e il De anima ("L'anima"), nel volume di Opera omnia (Venezia, Giunta, 1555). Si può leggere nell'edizione critica di Anna Maria Carini, insieme con le postille apposte da Tasso, in "Studi Tassiani", V (1955), pp. 107'145, oltre che nelle traduzioni italiane di G. Preti (Milano, Minuziana, 1945) e di A. Gandolfo (Bari, Laterza, 1947). Il Naugerius è un dialogo che tratta di questioni teoriche relative alla poesia. È ambientato in una serena cornice di idillio campestre descritta con soave eleganza, alle pendici del monte Baldo, sul Garda, non lontano dalla villa di Incaffi dove Fracastoro trascorse parecchi anni della sua vita. Interlocutori principali sono Navagero, portatore del punto di vista dell'autore, e l'umanista mantovano Gian Giacomo Bardulone, mentre ai fratelli Giovan Battista e Raimondo Della Torre spetta un ruolo minore. Precede una dedica a Giovan Battista Ramusio, con struttura narrativa, in cui l'autore rievoca le circostanze in cui il dialogo ha avuto luogo. Nell'introduzione Fracastoro esalta l'uomo, che attraverso la filosofia e la poesia esprime qualcosa di divino; quindi Navagero affronta l'argomento, accogliendo come punto di partenza la definizione aristotelica di arte come imitazione, ma se ne distacca proponendo come oggetto specifico della poesia l'idea colta nella sua semplicità rivestita della sue bellezze ("simplex idea pulchritudinibus suis vestita, quod universale Aristoteles vocat": "semplice idea vestita delle sue bellezze, che Aristotele chiama universale"). La poesia accoglie in sé ogni materia ("omnis materia poetae convenit": "ogni materia conviene al poeta") e raggiunge in ogni campo un valore assoluto, sollevandosi oltre il particolare per raggiungere l'universale. Non è follia ma ispirazione divina, per cui i poeti possono penetrare in tutti i campi dello spirito, realizzando quanto è divino nella natura umana. Il fine della poesia non è il diletto, anche se suscita piacere e meraviglia, visto che i poeti si affaticano e soffrono nella loro attività; né è l'utile (fermo restando la generale funzione educatrice), giacché la poesia può insegnare astrologia, agricoltura ed altre discipline, ma lo scopo didascalico è condiviso con le scienze particolari. Né è fine della poesia l'ammirazione e l'eleganza del dire, giacché esse sono appannaggio anche dello storico e del retore, che si propongono come fine il docere ("insegnare") e il persuadere, mentre il poeta compone "per se, nullo alio [...] fine, nisi simpliciter bene dicendi circa unumquodque propositum sibi" ("per sé, con nessun altro fine, se non quello semplicemente del dire bene a proposito di qualsiasi argomento gli sia proposto"). Navagero ritorna perciò all'assunto iniziale per cui la poesia è imitazione, ma l'imitazione poetica non ha un oggetto suo proprio, in quanto tutto può diventare oggetto di poesia. La peculiarità della poesia consiste nel modus ("modo") con cui il contenuto, in sé indifferente, trova espressione, nella forma che esso assume nella composizione poetica. Il modus ("modo"), che è dunque altro che lo stile, incide sul contenuto, trasfigurandolo e cogliendone la bellezza ideale. La virtù poetica consiste nell'afferrare la materia per sé neutra infondendole la bellezza che il poeta attinge all'universale con la sua intuizione, pur sempre senza depauperarla della sua consistenza reale. Fracastoro abbraccia qui la distinzione aristotelica tra poesia e storia, assegnando alla prima il verosimile a alla seconda il vero del fatto determinato. Perciò la poesia, disciplina più filosofica della storia, abbraccia l'universale, ma non nella forma logica del suo contenuto concettuale, bensì fa intravedere nel reale l'universale dell'idea vestita delle sue bellezze, che trascende la concretezza degli enti individuali. Il Naugerius si distingue nella trattatistica cinquecentesca per l'originalità della sua posizione che coniuga i capisaldi dell'aristotelismo con il clima neoplatonico degli inizi del secolo, senza cedere da un lato alle lusinghe dello spiritualismo generico e indistinto e dall'altro a un razionalismo esasperato e geometrico, tenendo alto il quoziente filosofico dell'arte poetica e l'aura ideale che la contraddistingue e prescindendo dai tecnicismi metrici e retorici che ne avevano caratterizzato la definizione fino alle soglie del Rinascimento.
Franco Pignatti

