Rinascimento
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Cento opere - Giovan Battista Gelli, I capricci del bottaio
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L'opera, il cui titolo completo è Ragionamenti di Giusto bottaio da Firenze, fu redatta da Gelli fra il 1542 e il 1548: si tratta di un dialogo, scandito in dieci diversi "ragionamenti", avvenuto fra il corpo e l'anima di Giusto Bottaio, e registrato, nella finzione, da ser Bindo notaio, nipote del protagonista. La vena di saggio moralista che contraddistingue l'intera produzione di Gelli trova nei Capricci una delle sue più compiute espressioni: nell'operetta, il proposito di divulgare verità filosofiche attraverso l'uso della lingua volgare si collega a una concezione dell'esistenza dominata dal buon senso e da un lucido spirito critico. A Doni dobbiamo la prima edizione parziale del dialogo nel 1546, cui fece seguito la versione integrale pubblicata e rivista dall'autore nel 1548, a Firenze: I capricci del bottaio di Gelli, ristampati nuovamente con alcuni che vi mancavano, stampato senza indicazione della tipografia. Cinque sono le redazioni dell'operetta, che documentano una lunga fase elaborativa. Le problematiche religiose affrontate nel corso dei "ragionamenti" e le dichiarate simpatie dello scrittore fiorentino per la riforma luterana valsero ai Capricci la condanna ecclesiastica e l'inserimento nell'Indice dei libri proibiti (1554). I due dialoghi di Gelli, ovvero i Capricci e il più tardo Circe, sono pubblicati a cura di Roberto Tissoni, Bari, Laterza, 1967 ("Scrittori d'Italia"): per il testo del primo, il curatore si è rifatto all'edizione, accresciuta e riformata, del 1551, uscita presso Torrentino. All'estero, le due operette godettero di grande fortuna sia nel corso del Cinquecento che nel secolo successivo. Dotata di un attento commento stilato da Mario Pozzi è altresì l'edizione delle due opere contenuta in Trattatisti del Cinquecento, tomo I, Milano'Napoli, Ricciardi, 1978. Giusto Bottaio è un commerciante non digiuno di cultura, rappresentante tipico di quell'operosa borghesia fiorentina a cui appartiene lo stesso autore: l'idea di mettere a confronto, nello spazio di una notte, l'anima e il corpo del protagonista è spunto particolarmente felice, poiché mette in atto un meccanismo grazie al quale il protagonista è condotto, alla fine del dialogo, alla coscienza della vera saggezza. I Capricci partono dalla fondamentale convinzione della necessità della diffusione della cultura: accanto all'indispensabile pratica delle "arti meccaniche", l'autore è persuaso che lo studio di Aristotele, di Cicerone, di Plutarco sia il fondamentale punto di partenza per conseguire la perfezione morale. La tradizione umanistica deve però essere trasmessa attraverso una lingua accessibile a tutti: l'acclarata capacità del volgare di arrivare ad esprimere i concetti più disparati è dato sul quale Gelli, autore di un Ragionamento sopra le difficoltà del mettere in regole la nostra lingua (1551), insiste con spirito municipalistico, ma che è anche sostanzialmente divulgativo. Sottesa a tali argomentazioni è la teoria della lingua come mezzo di comunicazione formulata da Sperone Speroni, il cui Dialogo delle lingue rappresenta il referente immediato delle dottrine esposte nel ragionamento. Gelli si fa dunque promotore di uno scambio fecondo fra cultura filosofica alta e saggezza popolare: l'esigenza di far conoscere ad un sempre più vasto pubblico la sapienza antica e moderna determina un consapevole accostamento fra neoplatonismo ficiniano e aristotelismo di Pomponazzi, da una parte, e la tradizione dei proverbi e delle facezie, dall'altra. Esempio di dirittura morale e religiosa è invece Dante, i cui versi, insieme a quelli petrarcheschi, costituiscono oggetto delle lezioni tenute da Gelli presso quell'Accademia Fiorentinadi cui egli stesso fece parte.

Paola Cosentino

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