Rinascimento
Rinascimento
Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani in dieci libri raccolte
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La pubblicazione a Firenze il 6 luglio 1527, "per li eredi di Filippo di Giunta", della raccolta di poesia antica (nota con il nome di Giuntina di rime antiche), costituisce un momento, tra i più importanti, della costituzione della tradizione, della storia e della filologia del volgare. Su una linea che la congiunge alla Raccolta Aragonese, la stampa della silloge poetica, in un anno cruciale, quale è quello del 1527, che aveva visto « le crudeli ed estreme calamitati» (così allude Bernardo Giunti, nella dedicatoria, al Sacco di Roma), la caduta della signoria medicea e la proclamazione della Repubblica fiorentina, è, se non causa diretta, certamente corresponsabile della ripresa delle discussioni e dell'intensificarsi della produzione letteraria in volgare (solo due anni la separa dalle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, pubblicate nel 1525). La Giuntina era stata preceduta dalla raccolta di Canzoni di Dante, madrigali del detto, madrigali di messer Cino e di messer Girardo Novello (Venezia, Guglielmo da Monferrato e Agostino da Vimercato, 1518), ma che, per quantità e qualità delle scelte operate, non regge il confronto con la raccolta del 1527. Dal 1977 esiste una edizione anastatica della Giuntina con ampia introduzione (dal titolo provocatorio di Le rime della volgar lingua) e indici, a cura di Domenico De Robertis (Firenze, Le Lettere). In 149 carte 289 componimenti poetici per 23 autori certi, per la maggior parte duecenteschi, a parte Franceschino degli Albizi, Fazio degli Uberti e Nicolò de' Rossi (presente con rime senza indicazione di autore), di provenienza toscana, includendo però anche i rappresentanti della scuola poetica siciliana (come era già accaduto nella Raccolta Aragonese), i due bolognesi Onesto e Guinizelli e il trevigiano Nicolò de' Rossi e con una altissima percentuale di inediti (nel tempo sono stati avanzati molti dubbi sull'autenticità di molti di loro), la selezione operata dai filologi fiorentini (Bardo di Antonio Segni insieme con Schiatta Bagnesi, Antonio degli Alberti, Pier Vettori), testimonia ancora una volta della necessità di riordinare le fila della tradizione lirica in volgare, di ripercorrerne la storia, attraverso un omaggio che è anche una riappropriazione dei testi (così come era stato per l'altra famosa edizione, in lingua volgare, uscita dalla tipografia Giunti in quell'anno e cioè il Decameron). Non solo come operazione di salvataggio archeologico: « non altrimenti che [...] le molte artificiose statue degli antichi maestri, da la ingiuria e violenza de' tempi in molte parti spezzate e sparse, fino dal profondo ed ultimo seno de la oscura terra da la diligenzia e sollecitudine di qualcuno insieme raccolte, e da ogni bruttura e macchia ripulite, dopo tanti anni intere e salde, non senza grandissima meraviglia e diletto di ciascheduno, in luce finalmente si vedevano ritornare» (B. Giunti, lettera dedicatoria), ma anche come esibizione orgogliosa di un patrimonio toscano comune. Esibizione da alcuni critici intesa anche come una risposta polemica al bembismo che imponeva l'ortodossia petrarchesca: si veda a questo proposito la dedicatoria "agli suoi nobilissimi gioveni amatori de le toscane rime", in cui si rivendica, anche per gli altri poeti, il ruolo di iniziatori della lirica in volgare:« Che se ciò bene è vero che il Petrarca, molto più che ciascuno altro toscano autore, lucido e terso sia da giudicare, nondimeno, né qual de' duoi vi vogliate, o Cino o Guido, degni saranno già mai di dispregio tenuti, né il divino Dante» . Secondo De Robertis la presa di posizione è netta: « La risposta al Bembo è evidente: di contro al deciso taglio nei confronti della tradizione e all'assunzione di un modello assoluto, senza tempo, una prospettiva che assegna a ciascun momento la sua parte nella vicenda» (Introduzione, pp. 18'19), mentre Gorni è dell'opinione che quella della Giuntina non vada vista come operazione di « restaurazione letteraria» , o di imposizione di un canone meno rigido di quello bembiano, ma più come promozione e salvaguardia della nobile poesia antica, seppur con le caratteristiche proprie del retroterra culturale fiorentino, che non contro Bembo (Guglielmo Gorni, In margine alla Giuntina di rime antiche, in "Studi Medievali", 1978, pp. 899'911). Distinta in sezioni dedicate a singoli autori e per metri, secondo lo schema tradizionale delle raccolte antiche, in 11 libri (e non 9 come indicato nel frontespizio né 10 come recita il titolo), la Giuntina si distingue per una maggiore accuratezza nel suddividere i componimenti tra rime dubbie e rime di accertata paternità e, soprattutto, per uno sforzo filologico teso ad accertare la lezione migliore del testo incluso (per un quadro delle fonti a cui attinge la Giuntina, rinvio a Santorre Debenedetti, che per primo si occupò di descriverla e analizzarla, in due riprese: Studi sulla Giuntina di rime antiche, in "Giornale storico della letteratura italiana", 1907, pp. 281'340; Nuovi studi sulla Giuntina di rime antiche, Città di Castello, Lapi, 1912. Su tutta la raccolta si impone Dante presente con ben 4 libri: 31 sonetti e canzoni della Vita Nuova, "sonetti e canzoni", "canzoni amorose e morali", "canzoni morali"), seguono Cino (la canzone La dolce vista e 'l bel guardo soave tratta dall'appendice di rime stilnovistiche aggiunte alla ristampa aldina del Petrarca volgare del 1514, ebbe una fortuna inaspettata dopo l'inclusione nella Giuntina), Guido con un libro così come Guittone (sulla considerevole presenza di Guittone malgrado la condanna dantesca vedi Gorni, nel saggio citato) e Dante da Maiano (con rime presenti in testimonianza unica). Poi un libro di "canzoni e ballate di diversi autori": da Giacomo da Lentini a Fazio degli Uberti a Guinizelli, Guido delle Colonne, re Enzo, Federico II, Bonagiunta, Lapo Gianni, eccetera; e un libro, il decimo, di "autori incerti", e, infine, l'undicesimo (con la presenza di "sestine ritrovate in uno antichissimo testo insieme con la sestina di Dante") di rime di corrispondenza ("sonetti de i sopradetti autori mandati l'uno a l'altro"). La Giuntina divenne presto un modello costante di confronto: fu più volte ripubblicata (prima ristampa a Venezia, Fratelli Da Sabio, 1532), ma, soprattutto, ebbe una straordinaria circolazione manoscritta attraverso copie "accresciute", con annotazioni e, più spesso, vere e proprie giunte, che andavano a colmare o integrare il canone espresso dalla raccolta, come a esempio il codice della Raccolta Bartoliniana, ora all'Accademia della Crusca. Il primo libro della raccolta giuntina fu la base per la prima edizione delle rime della Vita Nuova di Dante(Firenze, Bartolomeo Sermartelli, 1576).

Floriana Calitti

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