Rinascimento
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Cento opere - Leone Ebreo, Dialoghi d'amore
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Scritti presumibilmente nei primi anni del Cinquecento ma stampati a Roma solo nel 1535, dopo la morte dell'autore (l'editore è Blado, il curatore Mariano Lenzi, con una dedica a una gentildonna senese Aurelia Petrucci), i tre Dialoghi di Leone Ebreo si inseriscono nel filone delle riflessioni sull'amore particolarmente produttivo tra fine Quattrocento e metà del Cinquecento. L'opera, soprattutto vicina al suo più grande antecedente, quel Francesco Cattani da Diacceto che aveva scritto I tre libri d'Amore con un panegirico all'Amore, tra gli anni 1508 e 1511, ma pubblicati postumi solo nel 1561, lega insieme la grande tradizione del platonismo a quella della cabala ebraica, dell'ermetismo e dei testi sacri, in una struttura dialogica che accentua le sottigliezze argomentative in una rete fittissima di repliche, confutazioni, tesi e antitesi. Controverse sia la datazione sia la lingua nella quale si ipotizza siano stati scritti, i Dialoghi d'amore di cui non possediamo l'originale, ma che, con molta probabilità, dovevano essere stati scritti nella lingua natia dell'autore (o al più in latino, ma difficilmente direttamente in italiano o come ipotizzato da alcuni critici in spagnolo). Certamente la lingua che ci è consegnata dall'edizione postuma è un buon toscano medio, da cui sono stati espunte anche le forme più arcaiche e la forte presenza di latinismi lessicali, come testimonia il manoscritto, del solo terzo libro, membranaceo Harleiano 5423 custodito nella British Library di Londra, e che rivela, come ha dimostrato Dionisotti (Appunti su Leone Ebreo, in "Italia medioevale e umanistica" 1959, pp. 409'428), uno stadio precedente alla prima edizione, su cui sono stati operati ulteriori interventi di ripulitura in vista della stampa. Mentre il curatore dell'edizione critica (Santino Caramella, nella collana degli "Scrittori d'Italia", Bari, Laterza, 1929) è dell'opinione che si potrebbe trattare di un semplice "ritocco" linguistico dovuto all'editore o al tipografo, e basa la sua edizione sulla sola prima edizione, in quanto a suo giudizio « ha valore di manoscritto; tenuto il debito conto delle edizioni aldine [...] che rappresentano una prima revisione critica» (p. 439 della "Nota" nell'edizione citata), Dionisotti e Trovato, in tempi più recenti (Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani 147'1540, Bologna, Il Mulino, 1991, pp. 193'196), concordano nel pensare a una traduzione dell'opera in italiano e a una sua progressiva "toscanizzazione" fino ai risultati della stampa Blado. Certamente escludono l'ipotesi che l'autore, ebreo portoghese, arrivato in Italia dopo il 1492, possa aver scritto direttamente la sua opera in un italiano già maturo e venato di tracce senesi e aretine, come testimoniano le redazioni, anteriori alla stampa, trasmesse dai manoscritti del solo terzo libro (all'Harleiano Trovato aggiunge il Vaticano Barberiniano 3743 e il Patetta 373), e anche dalle due stampe finora note del solo secondo libro (Libro de l'amore divino e umano, senza indicazione di luogo e di anno; e Dialogo della comunità dello Amore divino e umano, nuovamente e con diligenza ristampato, senza indicazione di luogo, 1552) che risultano indipendenti dall'edizione romana. Da questa dipendono, invece, l'edizione aldina dei Dialoghi del 1541 e quella del 1545. Non esclude l'ipotesi di una redazione originaria in italiano Marco Ariani (Imago fabulosa. Mito e allegoria nei "dialoghi d'amore" di Leone Ebreo, Roma, Bulzoni, 1984, pp. 65'66). Protagonisti dei Dialoghi sono Filone (colui che ama), naturale alter ego dell'autore, e Sofia, la Sapienza (in questo caso greca, giudaica, gnostica e salomonica), di cui Filone è inutilmente ma perdutamente innamorato, dibattono serratamente sui temi più attuali della filosofia d'amore neoplatonica e ficiniana, ma con una ottica che ha sempre presente la trattatistica scolastica arabo'giudaica. Nel primo libro la discussione ha come obiettivo la definizione del concetto di amore e di desiderio; il secondo espone il problema della "comunità", cioè della naturale, universale, cosmica presenza dell'amore; il terzo degli effetti che produce l'amore. Nel primo dialogo Filone, contrariamente a quanto sostiene Sofia (si ama quel che si possiede e si desidera ciò che non si possiede, variazione sulla teoria della "mancanza" del Simposio di Platone), ritiene l'amore non in contrasto ma in stretto legame con il desiderio: « Il perfetto e vero amore è padre del desiderio e figlio de la ragione» . A suscitare l'amore è la bellezza, è la grazia che muove ad amare e che si instaura fra tutti gli elementi dell'universo. Importanti le riflessioni sulle virtù generatrici dei cieli e sull'amore come "armonica concordanzia": l'uomo è parte, in questa concezione dell'eros cosmico, è immagine, nella chiave filosofica che identifica microcosmo e macrocosmo (grande interesse desta in Leone Ebreo il problema astrologico e la dottrina pitagorica dell'armonia delle sfere), di questa "armonia mundi" ("armonia del mondo"), di questa universale circolazione amorosa. Girolamo Muzio nelle sue Battaglie per la difesa dell'italica lingua (1560) censurerà alcune pesantezze del testo, così rigidamente osservante dell'impianto speculativo, senza nessuna concessione alla letteratura, e, soprattutto, lo squilibrio fra i tre dialoghi (il secondo è per due volte grande come il primo, e il terzo è per due volte grande come il secondo, ed è di lunghezza fastidiosa). Ma i Dialoghi avranno ampia fortuna, non solo nella trattatistica d'amore immediatamente successiva: lodati da Tullia d'Aragona e da Benedetto Varchi, che nell'Ercolano scrive: « Se i Dialoghi di Leone Ebreo fossero vestiti come meriterebbero, noi non aremmo da invidiare né i Latini né i Greci» , da Doni e da Piccolomini, che pensava addirittura di completare l'opera con un quarto dialogo (in cui verosimilmente Sofia avrebbe finito per soccombere all'amore), e da Betussi che nel Raverta fa dire a Baffa, proprio all'inizio del dialogo: « mentre io era tutta rivolta con l'animo a considerare la diffinizione data ad Amore da Leone Ebreo, la quale molto mi piace per quel poco che con l'ingegno mio io posso discorrere» ; ma, anche, nella storia della filosofia rinascimentale, in particolare per l'influenza che l'opera avrà, ad esempio, su Spinoza o su Degli eroici furori di Giordano Bruno. Tradotto in francese (già due edizioni a Lione nel 1551) e in spagnolo, i Dialoghi d'amoredi Leone Ebreo hanno offerto materia per alcune opere di Cervantes.

Floriana Calitti

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