Il Dialogo, o Raffaella, come l'opera di Piccolomini è più comunemente indicata dal nome di una delle due interlocutrici, vide la luce a Venezia nel 1539 per i tipi di Curzio Navò e fratelli ed è oggi disponibile nell'edizione critica allestita da Giuseppe Zonta nei Trattati del Cinquecento sulla donna (Bari, Laterza, 1913, pp. 1-67), ristampata con un unico emendamento in Prose di Giovanni Della Casa e altri trattatisti cinquecenteschi del comportamento, a cura di Arnaldo Di Benedetto, Torino, UTET, 1970, pp. 431-505. Il dialogo si apre con la premessa dello Stordito Intronato (pseudonimo accademico dell'autore) "alle donne che leggeranno", nella quale professa la sua amicizia e si scusa se dirà alcune cose che potranno macchiare la loro reputazione, mentre le invita ad apprezzare ciò che di positivo dirà di loro. Nell'opera viene rappresentato il colloquio tra la mezzana Raffaella e la giovane Margherita, maritata, che viene convinta infine ad accettare le profferte amorose dell'innamorato Aspasio. Piccolomini sperimenta fino al limite consentito le possibilità del genere dialogico, accentuando gli aspetti spontanei e conversativi rispetto a quelli argomentativi e dialettici, che pure non sono rimossi, ma semplicemente adattati a un diverso livello, in omaggio alla capacità delle donne di "creare gran concetti e sentenze profonde e di giudicio". Il dialogo pertanto, pur avendo una progressione ordinata negli argomenti ed uno sviluppo abbastanza lineare verso il risultato finale della persuasione della donna, si dipana nelle forme estemporanee e mimetiche del colloquio tra due personaggi femminili non colti, per quanto di collocazione non infima nella scala sociale. Gli argomenti che tocca la ruffiana nella sua requisitoria (l'utilità in gioventù di vivere allegramente e prendersi qualche sollazzo, l'abbigliamento, la cosmetica e l'igiene della persona, il governo della casa, la "portatura", la condotta nei ritrovi e nelle conversazioni, la legittimazione dell'amore extraconiugale, le norme con cui scegliere lo spasimante) si configurano come le parti di un vero e proprio programma pedagogico della donna nella vita sociale (una rovesciata institutio), che assume il carattere di rivendicazione femminista dei diritti del proprio sesso e sfocia nella teorizzazione dell'infedeltà coniugale, all'interno di una morale laica e mondana indifferente ai valori spirituali e attenta piuttosto a non oltrepassare i "termini della modestia e dell'onestà", cioè le regole della convenienza sociale. Di fronte a questo progetto etico l'epilogo della profferta di un corteggiatore in carne e ossa da parte di Raffaella, e l'accettazione entusiastica di Margherita, rappresenta una sorta di appendice che, mettendo in pratica i principi enunciati, in un gioioso connubio di teoria e prassi, riporta altresì situazione e personaggi alla scena convenzionale delle manovre ruffianesche da cui il resto dell'opera, col suo tono trattatistico, è immune. Questo contenuto e la presenza di interlocutrici femminili consente di accentuare rispetto al dialogo dialettico elementi teatrali come interiezioni, esclamazioni, deissi, accenni all'ambiente in cui si svolge il dialogo, in generale di optare per un ritmo schiettamente interlocutorio che porta il lettore a chiedersi se non ci si trovi in presenza di una scena di commedia dilatata con materiale didascalico, piuttosto che alla trama dialettica di un intreccio dialogico. La centralità del comportamento amoroso e dei suoi effetti sociali distingue nettamente il dialogo piccolominiano dalla coeva trattatistica de amore, le cui caratteristiche pregnanti sono il tenore filosofico, la sintesi spiritualistica promossa dalla diffusione del platonismo, l'opzione aristocratica: tutti fattori assenti nella Raffaella, che per questo può essere considerata esemplare di un settore della trattatistica dialogica ai margini della letteratura classicistica e che ha altri rappresentanti ad esempio nel Giuseppe Betussi del Raverta e della Leonora o nel Bartolomeo Gottifredi dello Specchio d'amore, e nell'Aretino del Ragionamento e del Dialogo l'interprete più spregiudicato ed eversivo.
Franco Pignatti

